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MARTE: STORIA DI UN REMOTO ESODO

18 Dicembre 2013 12.03 - Di: Sheenky

Non solo UFO / Paolo Brega :: MARTE: STORIA DI UN REMOTO ESODO

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 Forse non venivano da Nibiru… forse venivano da Marte...

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Articolo di Paolo Brega

Marte ha da sempre suscitato curiosità e stimolato la fantasia di molti di noi. Fin dai tempi delle prime osservazioni astronomiche del 1600 chi si è approcciato all’osservazione del pianeta rosso non ha potuto fare a meno di sentire una certa “famigliarità” con esso… un legame.
Il primo ad osservare Marte al telescopio fu Galileo nel 1610. In quell'anno Marte fu all'opposizione il 19 ottobre nella costellazione dei Pesci con una magnitudine di -2,5. Il rudimentale strumento di Galileo mostrò un piccolo disco senza dettagli, tuttavia Galileo scoprì che Marte non era perfettamente circolare ma presentava il fenomeno delle fasi.
La scoperta della fase di Marte fu un'ulteriore prova per il modello eliocentrico di Copernico. Fu solo il 28 novembre del 1659 che, grazie alla migliore qualità dei telescopi, Christian Huygens (1629 - 1695) riuscì per primo a scorgere qualche dettaglio sulla superficie di Marte. Le prime scoperte importanti su Marte furono compiute da Gian Domenico Cassini (1625 - 1712) che nel 1666 determinò il periodo di rotazione di Marte in 24 ore e 40 minuti (3 minuti superiore al valore vero) e scoprì le bianche calotte polari del pianeta: un punto in comune con la Terra.
Nel 1726 il prete anglicano Jonathan Swift (1667 - 1745) pubblica "I viaggi di Gulliver". In questo libro di satira del sistema di vita dell'Inghilterra del Settecento, Swift cita la presenza attorno a Marte di due satelliti scoperti dagli astronomi della immaginaria isola volante di Laputa e la descrizione qualitativa che ne dà non si discosta troppo dal vero, anche se Deimos e Phobos, le due lune di Marte, vennero scoperti solo nel 1877 quindi più di un secolo dopo.
“… Hanno pure scoperto [gli scienziati di Laputa, nda] due stelle minori, o satelliti, che girano intorno a Marte, dei quali il più vicino dista dal centro del pianeta principale 3 volte il suo diametro, e il più lontano 5); il primo compie il suo giro in 10 ore, il secondo in 21,5…”
Questo a meno che Swift, il massone Swift, non fosse in possesso di qualche conoscenza proibita! Ma non è questo il tema di oggi.
Fino a non molto tempo fa l’idea presentata dalla scienza e dalle agenzie astronomiche come la NASA e la ESA era quella di un pianeta sfortunato, situato sì all’interno della cosiddetta zona “abitabile” (o CHZ) e pertanto potenzialmente adatto a supportare la vita, ma che non aveva mai avuto la ‘fortuna’ di possedere quelle condizioni ambientali necessarie allo sviluppo della stessa.


Stima della zona abitabile del sistema solare (fonte Wikipedia)

La mancanza di un’atmosfera, di un campo magnetico come quello terrestre, l’assenza di acqua allo stato liquido inducono a pensare a un pianeta deserto, un enorme globo morto composto da roccia e polvere orbitante alla propria stella.
E questo, nonostante altre caratteristiche che rendono Marte molto simile al nostro pianeta. Pur presentando un'atmosfera molto rarefatta e temperature medie superficiali piuttosto basse (tra −140 °C e 20 °C) il pianeta è il più simile alla Terra tra quelli del sistema solare: le sue dimensioni sono intermedie fra quelle del nostro pianeta e della Luna (il diametro è circa la metà di quello della Terra e la massa poco più di un decimo) presenta inclinazione dell'asse di rotazione e durata del giorno simili a quelle terrestri.
Nulla di più sbagliato!
è stato definitivamente provato e pubblicato su diverse riviste scientifiche che è presente anche metano nell'atmosfera marziana e in certe zone anche in grandi quantità; la concentrazione media si aggirerebbe comunque sulle 10 ppb per unità di volume. Dato che il metano è un gas instabile che viene scomposto dalla radiazione ultravioletta solitamente in un periodo di 340 anni nelle condizioni atmosferiche marziane, la sua presenza indica l'esistenza di una fonte relativamente recente del gas.
Una delle possibili cause della presenza di Metano nell’atmosfera marziana, oltre all’attività vulcanica o all’impatto con una cometa è la presenza di forme di vita microbiche generanti metano.
Dopo ipotesi, congetture e smentite la scienza sembra aver raggiunto dati conclusivi. Analizzando i dati inviati dalle sonde e dai rover inviati sulla superficie si è ormai giunti alla conclusione che sul pianeta rosso c’era tanta acqua liquida, con laghi che 3,6 miliardi di anni fa erano alimentati da fiumi che scorrevano in superficie e, con essa, tutti gli ingredienti necessari alla vita. La storia più antica di Marte “è scritta nelle sue rocce”, osservano i ricercatori che hanno studiato i dati raccolti dal robot-laboratorio Curiosity, inviato su Marte dalla Nasa con la missione Mars Science Laboratory (Msl) e arrivato sul suolo marziano il 6 agosto 2012. I risultati del loro lavoro, pubblicati in sei articoli su Science, descrivono un Marte antichissimo e inedito, molto diverso dal pianeta rosso e arido che conosciamo oggi.
Presentati anche in una conferenza stampa nell’ambito del convegno dell’Unione Geologica Americana in corso a San Francisco, i dati non forniscono prove dirette dell’esistenza di forme di vita marziana, ma è la prima volta che su Marte vengono individuati tutti gli elementi indispensabili alla vita, almeno a quella che conosciamo sulla Terra. C’erano quindi, secondo i ricercatori, tutti gli elementi necessari per l’esistenza di procarioti, ossia microrganismi unicellulari come quelli che si ritiene abbiano popolato per primi la Terra.
Curiosity ha trovato gli ingredienti della vita nel cratere Gale. Curiosity li ha individuati nel cratere Gale, il cratere dal diametro di 150 chilometri nel quale era atterrata, nelle rocce sedimentarie della zona chiamata Yellowknife Bay, vicino l’Equatore marziano.
Dove per un lunghissimo periodo (decine di migliaia di anni, ma forse anche per centinaia di migliaia di anni) c’è stato un lago, sono stati scoperti carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo. La presenza di questi elementi, con l’acqua del lago che occupava il cratere Gale, faceva di Marte “un ambiente abitabile”, come lo hanno definito i ricercatori, e capace di ospitare microrganismi chemiolitoautotrofi, capaci cioè di ottenere da rocce e minerali l’energia della quale avevano bisogno per vivere. Sulla Terra batteri simili vivono all’interno di grotte e nelle sorgenti idrotermali. “L’acqua è la condizione senza la quale non potrebbe esistere la vita come la conosciamo, ma da sola non basta perchè ci sia un ambiente favorevole alla vita”, osserva John Grotzinger, del California Institute of Technology (Caltech), coordinatore di una delle sei ricerche. Oltre all’acqua, prosegue “serve una fonte di energia che alimenti il metabolismo dei microrganismi, come carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo”.
Ora si sa che su Marte questi elementi c’erano e questo, per Grotzinger, suggerisce che “nei primissimi miliardi di anni della sua storia la superficie di Marte fosse notevolmente diversa da quella attuale”. Adesso, aggiunge il ricercatore su Science, “siamo in grado di dimostrare che il cratere Gale una volta ospitava un antico lago con caratteristiche adeguate a supportare una biosfera marziana basata su chemiolitoautotrofi”.
Ma ancora più affascinante è ciò che andiamo a leggere di seguito e riportato sul sito “Il Navigatore Curioso” (si veda link in fondo all’articolo) nel quale viene affrontata l’ipotesi di una grande catastrofe capace di spazzare via l’atmosfera marziana rendendolo pertanto inadatto a confermare la vita sulla sua superficie.


Foto della superficie marziana. Si veda all’orizzonte la sottile atmosfera.

Tra le ipotesi avanzate dai ricercatori sulla scomparsa dell’atmosfera di Marte, c’è ne una che parte da una curiosa anomalia della superficie del pianeta rosso. La crosta marziana, infatti, sembra essere divisa all’equatore in due zone morfologicamente molto diverse, perfettamente distinte e nettamente separate: i basso-piani dell’emisfero settentrionale relativamente lisci e senza crateri, la maggior parte dei quali giace ad almeno 1000 metri sotto il livello dato e gli altopiani dell’emisfero meridionale, massicciamente craterizzati, che in gran parte si innalzano a più di 2 mila metri sopra il livello dato. “ La linea di divisione che separa queste due zone elevate descrive un grande cerchio inclinato approssimativamente a 35 gradi rispetto all’equatore marziano”, spiega il geologo Peter Cattermole.
Le eccezioni principali alla topografia del liscio emisfero settentrionale sono il rigonfiamento del monte Elysium, di Tharsis, il quale scavalca la linea di divisione. Invece, le eccezioni principali alla topografia dell’emisfero meridionale sono alcune parti delle Valles Marineris e due notevoli crateri, Argyre e Hellas, formati da impatti con comete o asteroidi. Argyre è profondo 3 chilometri e ha un diametro di 630 chilometri. Hellas è profondo 5 chilometri e ha un diametro di circa 2 mila chilometri.
Questi crateri, insieme a un terzo, Isidis, sono i più larghi esistenti su Marte. Ma il pianeta possiede innumerevoli altri crateri con un diametro di 30 o più chilometri, molti dei quali, compreso uno al polo sud, sono mostruosamente grandi: superano infatti i 200 chilometri di diametro. Nel complesso, oltre a decine di migliaia di crateri più piccoli con il diametro che misura al massimo un chilometro, su Marte sono stati contati 3305 crateri larghi più di 30 chilometri.
E’ difficile spiegare perché 3068 di essi, cioè il 93 per cento, si trovi a sud della linea di divisione; soltanto 237 crateri di questa ampiezza sono stati trovati a nord della linea di divisione. Ugualmente curioso è il fatto che l’emisfero senza crateri sia tanto meno elevato (è infatti più basso di parecchie migliaia di metri) rispetto alla parte craterizzata.
La causa di questa divisione bassopiano-altopiano, come osserva il geologo Ronald Greely, “rimane uno dei principali problemi irrisolti di Marte”. L’unica certezza è che a un certo punto della sua storia il pianeta fu afflitto da un cataclisma di dimensioni quasi inimmaginabili.



L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che un corpo celeste di considerevoli dimensioni, forse una grande cometa o un planetoide vagante, possa aver impattato il pianeta rosso nella zona settentrionale, sventrando la crosta marziana e formando un oceano di lava fluida grande quanto l’intero emisfero nord. L’immenso impatto avrebbe spinto il materiale magmatico verso l’emisfero meridionale, causandone l’innalzamento delle crosta e le notevoli catene montuose. Il raffreddamento dell’oceano di magma nell’emisfero settentrionale giustificherebbe la relativa superficie liscia e la maggiore depressione rispetto all’emisfero meridionale.
Da segni inconfondibili si deduce che molti dei crateri più grandi e profondi di Marte nel raggio di oltre 30 chilometri si sono formati quando il pianeta aveva un ambiente umido e caldo. Hellas, Isidis e Argyre in particolare hanno margini bassi e indistinti e il fondo piatto: queste caratteristiche, secondo molti autorevoli scienziati, dimostrano che la loro formazione risale a quando Marte aveva ancora un’atmosfera densa, era soggetto a una rapida erosione e possedeva un campo magnetico più forte rispetto ad oggi. Allo stesso modo sulla Terra crateri di grandi dimensioni scavati dall’erosione possono integrarsi nel paesaggio in un periodo di alcune centinaia di anni al punto da diventare praticamente irriconoscibili dall’ambiente circostante.



L’ipotesi è quindi che l’atmosfera sia stata spazzata via dall’immenso impatto con il corpo celeste. Dal momento che la forza di gravità su Marte è molto debole, è più facile per la nube di detriti che si espande da un impatto, distruggere tutta l’atmosfera del pianeta.
Infine, uno degli aspetti più sconcertanti della geologia di Marte è il ruolo che l’acqua ha giocato nell’evoluzione del pianeta, mostrando i segni di un’inondazione catastrofica che diede forma alle sue pareti lisce e scavò anche caverne sotterranee profonde molte centinaia di metri, incidendo isole affusolate a forma di goccia, lunghe da un’estremità all’altra fino a 100 chilometri.


L’inondazione procedeva molto velocemente: così rapidamente da fornire punte di portata di milioni di metri cubi al secondo. Neppure l’atmosfera densa della Terra può fornire acqua così velocemente da causare simili portate di dimensioni analoghe. Soltanto i crolli delle dighe hanno causato flussi di macro-erosione significativi. Si è calcolato che il volume di acqua necessario a tagliare i canali doveva essere enorme. Peter Cattermole ritiene che sia stato pari allo spostamento di un oceano globale profondo più di 50 metri.
Un’altra grande inondazione avvenne nella Ares Vallis. Le fotografie inviate dal modulo d’atterraggio Pathfinder della NASA nel luglio del 1997 mostrano che, un tempo, questo immenso canale era colmo di acqua per chilometri e chilometri. “Deve esser stato imponente. Paragonabile al diluvio che riempì il bacino del Mediterraneo sulla Terra”, ebbe a dire Michael Malin, scienziato ideatore del Pathfinder.



Ma la cosa più sconvolgente è leggere quando questi scienziati collocano il momento in cui è avvenuto tutto ciò.
In Gran Bretagna, Colin Pillinger e il suo studio sui meteoriti di Marte dimostrerebbe che l’acqua allo stato liquido, e una qualche forma di vita primitiva, possano essere esistite sul Pianeta Rosso fino a 500/600 mila anni fa. Altri ricercatori, propendono per una datazione ancora più recente: un grande cataclisma avrebbe colpito Marte privandolo violentemente della sua atmosfera e dell’acqua meno di 17 mila anni fa!
La superficie di Marte è un misterioso puzzle. Tra i suoi strati è scritta la storia della morte di un mondo. Può essere che non ci si debba inoltrare in un passato risalente a miliardi di anni fa e il destino che gravò su Marte, forse, non lasciò completamente indenne neppure la Terra considerato il fatto che il periodo citato da Colin Pillinger riporta automaticamente alla mente quanto descritto in noti miti sumeri quali l’Enuma Elish
Esso rappresenta il più antico testo scritto documentato sulla creazione, in lingua babilonese e derivante da una versione originale sumera ancora più antica. I protagonisti sono gli dei che, attraverso battaglie e divine alleanze, donano all'opera una struttura epica e avvincente, con tanto di ribellioni, uccisioni e trionfi.
I sumeri volevano descrivere la creazione di tutte le cose in chiave "mitologica", ma nello stesso tempo conoscevano perfettamente il Sistema Solare e la sua origine. Anzi, conoscevano qualcosa che oggi noi stentiamo a credere: la presenza di un pianeta chiamato Nibiru. L'Enuma Elish riesce a conformare le vicende degli dei e le loro battaglie rispettivamente alla fisica dei corpi celesti e alle loro collisioni, tanto per fare un esempio.
I nomi degli dei sono attribuibili ai nomi dei pianeti; le azioni degli dei, le loro decisioni, le loro alleanze, le uccisioni coincidono incredibilmente con i moti dei corpi celesti, con le attrazioni reciproche dovute alle forze di gravità, con le loro orbite, con le loro inevitabili collisioni.



Inizialmente il Sistema Solare era instabile e caotico, dove le orbite dei pianeti non erano ancora stabilmente definite. Questa diventava la premessa per l'inizio della battaglia celeste: la continua instabilità dei pianeti (gli dei celesti) provocò turbamento a Tiamat e lo spinse a formare la sua terribile "schiera", formata dai suoi satelliti (i "draghi ruggenti, ammantati di terrore"). Tale situazione, generando ulteriore pericolo e disordine, spinse Ea/Nettuno, il pianeta più esterno, a riequilibrare il Sistema Solare e inviarvi un pianeta (“un dio celeste più grande”) che veniva da lontano. Era un pianeta pieno di splendore, di nome Nibiru (Marduk per i babilonesi), coinvolto direttamente nella battaglia celeste che descrive il testo: a causa del senso orario di rotazione della sua orbita, opposto a quello di tutti gli altri pianeti, Nibiru/Marduk sarà destinato a collidere inevitabilmente con Tiamat.
Due erano quindi i fronti opposti coinvolti: Tiamat, con i suoi ruggenti satelliti e Marduk/Nibiru con l'appoggio dei pianeti più esterni, quali Ea, Anshar, Lahmu, Lahamu e Kishar.

“… Tutto era pronto, la battaglia celeste tra Tiamat e Marduk stava per avere inizio. Il Signore distese la sua rete per intrappolarla, le scagliò in faccia il Vento del Male, che gli stava dietro. Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo, le scatenò contro il Vento del Male, così che lei non riuscì a richiudere le labbra…”

Lo scontro fra i due pianeti avvenne in due fasi ben distinte.
Prima fase: Marduk attacca Tiamat con i suoi venti (satelliti), "spezzandole il cuore" e "spegnendo il suo soffio vitale". Kingu, pronto a diventare un pianeta a tutti gli effetti, viene condannato ad essere un Dug.ga.e ("circolatore senza vita", quindi senza atmosfera),
Seconda fase: completata la prima orbita e quindi la prima fase, Marduk ritorna da Tiamat ormai "sottomesso" ed entra in collisione diretta, aprendola in due. Secondo l’interpretazione di Sitchin la metà superiore (il "cranio") di Tiamat diventerà il nostro pianeta Terra, mentre la parte inferiore viene ridotta in frantumi che, legati tra loro come un bracciale, andranno a formare la fascia degli asteroidi (il “bracciale martellato”).



Ma se invece la dettagliata descrizione offertaci dall’Enuma Elish raccontasse dello scontro planetario occorso al pianeta rosso centinaia di migliaia di anni fa?!
Se così fosse quanto descritto sempre dal Sitchin relativamente all’arrivo degli Anunnaki sulla Terra assumerebbe un significato diverso e, se possibile, ancora più affascinante. Già, perché sempre Sitchin racconta di come costoro giunsero sulla Terra giustappunto tra 500/450mila anni fa, ovvero nello stesso periodo (con uno scarto di qualche decina di migliaia di anni) in cui Pillinger colloca lo scontro planetario che uccise Marte.
Le diverse teorie su Marte, su Nibiru, su Tiamat, sugli Anunnaki si fondono e si mescolano insieme facendo emergere una ipotesi leggermente diversa da quella presentataci nei numerosi testi della mitologia sumera tradotti da Sitchin. Una ipotesi che vede gli Anunnaki forse autoctoni di Marte!   
Possiamo allora avere un’idea di Marte completamente diversa, ovvero quella di un pianeta che centinaia di migliaia di anni fa era molto, molto, più simile alla Terra di quanto non avevamo mai immaginato prima d’ora. Se infatti ormai abbiamo compreso di come Marte fosse stato un pianeta la cui superficie era solcata da fiumi e bagnata da oceani e dove il clima era caratterizzato da stagioni simili a quelle terrestri cosa ci vieta di immaginare la presenza di un ecosistema ricco di vita, nello stesso modo in cui questo si è realizzato sulla Terra in centinaia di milioni, anzi miliardi, di anni? Questo almeno fino al cataclisma planetario ipotizzato da Pillinger.
E allora, Marte potrebbe avere offerto i natali a esseri viventi senzienti e intelligenti, in grado di popolare e civilizzare il pianeta: gli Anunnaki di Sitchin, ‘sfrattati’ per così dire, dall’arrivo di Nibiru e dalla distruzione della loro ‘casa’ costringendoli a emigrare, salvando il salvabile, verso il pianeta più prossimo al loro che, fortunatamente per loro, era anch’esso un pianeta ‘vivo’: la Terra!
Una ipotesi non del tutto assurda se andiamo ad approfondire i numerosi interrogativi ancora aperti sulla questione marziana. Uno dei maggiori planetografi internazionali è Ennio Piccaluga. Nel suo libro “Ossimoro Marte” l’ingegner Piccaluga ha utilizzato un efficace sistema per analizzare attentamente le innumerevoli foto della superficie di Marte contenute negli archivi della NASA e ha osservato come sul pianeta rosso ci siano tracce di opere costruite da esseri intelligenti. Tra queste, in particolare, ci sono dei veri e propri ziggurat che ricordano le piramidi a gradoni dei Sumeri. Ciò avvalora quanto dicono le tavolette sumere, e cioè che gli Anunnaki avrebbero colonizzato in passato sia la Terra che Marte!
Riguardo alla dibattuta Faccia di Cydonia, - la famosa formazione montuosa con le sembianze di un volto umano, ripresa per la prima volta nel 1976 dalla sonda Viking 1 -, secondo Piccaluga potrebbe essere la rappresentazione del sovrano annunako Alalu come del resto una delle tavolette sumere dice:
“Sulla grande montagna rocciosa scolpirono con i raggi l’immagine di Alalu… Che l’effigie di Alalu guardi per sempre verso Nibiru dove regnò e verso la Terra il cui oro egli ha scoperto”
Tornando alla presenza degli ziggurat su Marte, dobbiamo ricordare anche un singolare evento del 1983. All’epoca un certo Joseph McMoneagle era un remote viewer dell’esercito americano, cioè una di quelle persone con doti di veggenza che venivano utilizzate per vedere obiettivi nemici o di varia natura. Nella seduta che prendiamo in considerazione alcuni membri della Nasa fornirono a McMoneagle delle coordinate di cui avrebbe dovuto visualizzare il luogo esatto.
Questi visualizzò una piramide la cui altezza superava il chilometro e mezzo e ne descrisse accuratamente corridoi e stanze, che, tuttavia, sapeva non essere presenti nelle piramidi egizie. McMoneagle aggiunse che questa piramide era stata costruita da umanoidi vissuti in quel luogo centinaia di migliaia di anni prima.
Lui stesso rimase stupito quando gli fu riferito che le coordinate che gli erano state fornite non erano di un luogo sulla Terra, ma proprio su Marte! Circa cinque mesi dopo gli fu comunicato che la seguente missione su Marte sarebbe stata fatta verso i siti di quelle coordinate.




Gli Ziggurat su Marte e la famosa “faccia” osservata nella vallata di Cydonia

La Nasa non è certo all’oscuro delle teorie sugli Anunnaki e del contenuto delle tavolette sumere.
Qualche decennio prima degli studi di Sitchin, infatti, il grande astrofisico Carl Sagan - una delle massime autorità a livello mondiale – aveva scritto vari articoli in cui faceva notare come alcune tavolette sumere rappresentassero il nostro sistema solare con i pianeti Plutone e Nettuno, - che noi, lo ricordiamo, abbiamo scoperto recentemente - , più un altro sconosciuto pianeta. Sagan si chiedeva se quello fosse il pianeta dal quale fossero scesi gli antichi dei di cui ci parlano tutte le mitologie antiche.
Ebbene, nel disco fonografico contenuto nelle sonde NASA Voyager 1 e 2, lanciate nel 1977 verso lo spazio alla ricerca di un contatto con civiltà extraterrestri, oltre a immagini e suoni terrestri, sono incisi saluti in 55 lingue diverse. Sono tutte lingue attualmente parlate nel mondo tranne una, quella scelta per il primo saluto, che è proprio il sumero. A scegliere questa lingua fu proprio il dottor Carl Sagan, che all’epoca guidava il team NASA.



Tornando a Cydonia Pier Giorgi Lepori ci offre una interessante disamina nel suo articolo “Cydonia – non di questo mondo” dove si descrivono gli approfondimenti di Richard Hoagland, un giornalista scientifico statunitense affascinato dalle ricerche portate da Vincent Di Pietro e Gregory Molenaar, ovvero i due specialisti informatici che nel 1980 adottarono le allora tecniche più raffinate per definire l'immagine dell'Orbiter trasmessa alla NASA, con la sigla 35A72, raffigurante il volto marziano. I due tecnici scoprirono oltretutto sei piramidi con spigoli e angoli simmetrici.
Hoagland, studioso di scienze naturali, direttore del planetario di West Hartford e dell'Hayden di New York, redattore capo della rivista "Star & Sky" nonché consulente del centro di volo spaziale Goddard della NASA, iniziò uno studio approfondito sulla questione.
Era stato lui, insieme ad Eric Burgess, ad ideare il primo messaggio interstellare ovvero una targa, applicata alla carlinga del Pioneer 10, raffigurante il nostro sistema solare, la posizione terrestre, un uomo e una donna e lo chassid stesso del Pioneer.



Secondo lo studioso il complesso architettonico, gigantesco, di Cydonia era stato realizzato ed orientato 500.000 anni fa in direzione del sol nascente durante il solstizio d'estate del pianeta rosso. La "città di Marte" avrebbe dovuto obbedire alle regole della geometria sacra che ritroviamo in molti siti santuario del nostro pianeta. Ciò che rimaneva era solamente una parte di questo immenso progetto architettonico concepito dagli allora abitanti di Marte.
Un fatto curioso è la datazione stabilita dai Sumeri in relazione all'arrivo degli dèi sulla terra e della fondazione della colonia su Gaia (Eridu, la terra tra i due fiumi): 480.000 anni fa.



Forse Cydonia fu una delle città degli Anunnaki, prima che venissero costretti a emigrare verso la Terra portando con essi quelle tecnologie, quei saperi e quelle conoscenze geometriche ed architettoniche che poi insegnarono all’umanità centinaia di migliaia di anni dopo?
Per Hoagland non era però il viso la parte fondamentale dell'intero schema bensì la piramide a 5 lati chiamata "D&M" in onore dei due tecnici NASA scopritori. Hoagland era convinto che la disposizione dei presunti monumenti non fosse casuale e il codice di Cydonia fu interpretato per la prima volta da Erol Turon, della divisione di Cartografia del Ministero della Difesa degli Stati Uniti: la struttura piramidale, enorme (1,5x2,2 km alta 1.000 m) ha la forma della "sezione aurea" di Leonardo da Vinci.
Turon scoprì anche che l'angolo, la distanza e le costanti matematiche della piramide sono gli stessi che s'incontrano in tutto il complesso; le costanti si ottengono dal rapporto esistente tra epsilon e pi greco: il quoziente che ne risulta è 0,865; tale valore esprime una funzione trigonometrica corrispondente al valore della tangente di un angolo di 40,87°, lo stesso della latitudine di Marte in cui insiste il vertice della piramide...!
Stan Tenen, per anni occupato a tradurre le costanti geometriche dei monumenti santuario, riuscì a costruire, grazie al rapporto epsilon/pi greco, un modello di tetraedro inscritto in una sfera: se orientiamo il tetraedo, in maniera tale che un suo vertice guardi a nord, i suoi angoli toccano la sfera ad una latitudine sud di 19,5°.
A questa latitudine sono situati moltissimi complessi sacri nonché la macchia rossa di Giove, il monte Olimpo di Marte, la macchia scura di Nettuno e la zona di massima attività delle macchie solari. Hesemann chiede se siamo in presenza di fortuite coincidenze oppure di una legge astrofisica che non conosciamo ancora.
E ancora. Quando Hoagland incontrò Bruce De Palma del MIT, "Massachussets Institute of Technology", studioso dei della fisica dei corpi in rotazione, entrò in contatto con un'ipotesi accarezzata da molti scienziati (tra cui Adam Trombly) secondo cui una sfera in rotazione apre una "porta" attraverso cui fluisce energia coerente, sorta di iperspazio tra la nostra dimensione ed una quarta.
Troppe coincidenze, troppi dettagli per potere escludere a priori una mano artificiale nella edificazione del complesso di Cydonia.



Ma, come ci ricorda il gruppo di ricerca “Lunar Explorer Italia” Marte non è solo Cydonia… Ad esempio, sempre secondo “Lunar Explorer Italia” le tracce di possibile acqua allo stato liquido su Marte non sono state scoperte solo un paio di settimane fa (andate a guardare la Main Page Malin Space Science System relativa alla Missione Mars Global Surveyor e le ultime immagini ed informazioni sui cosiddetti Martian “Gullies” per capire a che cosa ci stiamo riferendo). Se ne parla da anni ed anni ed alcune evidenze erano state già da tempo individuate da svariati ricercatori indipendenti anche se tali scoperte passarono totalmente sotto silenzio e senza supporto mediatico poichè, presumiamo, non chiamavano in causa dei manufatti, ma solo degli eventi fisici. Eppure è così: molto probabilmente anche oggi (ora, adesso) c’è, da qualche parte, dell’acqua che scorre sulla superficie di Marte.



Molti Ricercatori (tra cui il Gruppo Lunar Explorer Italia) si stanno interrogando sul motivo per cui su Marte si stiano rivelando sempre più di frequente delle aree/regioni le quali mostrano un’apparenza “simil-terrestre”. Numerosi studi effettuati sulle fotografie inviate dai centri di acquisizione paiono essere state “alterate” come a nascondere i toni verdi-azzurri che metterebbero in crisi gli scienziati intenti a convincere la popolazione che Marte è un pianeta morto, semplicemente un freddo e rosso deserto roccioso. La Nasa spesso definisce in “falsi colori” certe fotografie rossastre di Marte mentre sui libri e giornali la falsità dei colori viene omessa.
Ecco alcuni esempi di foto comparate:



Zone molto scure appaiono evidenti anche nelle foto delle sonde, in specie nella zona equatoriale, senza che vi sia fornita spiegazione convincente. Se esistono su Marte esseri vegetali capaci di fotosintesi clorofilliana, cioè ossigeno nell’aria, il cielo non dovrebbe apparire giallastro come nelle foto che i vari robottini mandati sulla superficie ci inviano. Del resto, la presenza di tanto ossido nelle rocce superficiali potrebbe suggerire che una discreta quantità di ossigeno molecolare (azzurro) sia presente nell’aria marziana. Oltre che per la ricombinazione della CO2 e altri composti dell’ossigeno che costituiscono per oltre il 95% l’atmosfera.
Anche immagini prese dal telescopio spaziale Huble contengono il colore blu (sopra) nell’atmosfera di Marte altrimenti assente nelle foto più conosciute
Si può ipotizzare che se l’intento della astronomia canonica è nascondere la presenza di vita su Marte, l’ente spaziale americano possa avere alterato tramite filtri i veri colori del pianeta. Gli astronomi dovrebbero spiegare l’origine del colore azzurro del cielo marziano.


Comparazione tra colori dell'atmosfera terrestre e marziana ripresa da Hubble

Ci sono fotografie scattate dal “lander” del primo Viking del ‘76 che mostrano chiaramente toni di blu, basta analizzare le immagine con un qualsiasi software grafico, se uno non si fida del proprio monitor.
Ogni tanto emergono fotografie che sembrano realistiche le quali portano a anche una tematica poco discussa: il fatto che la luce sulla superficie marziana deve essere simile se non superiore a quella che illumina la superficie della Terra. Infatti, il pianeta rosso si trova circa 80 milioni di km più lontano dal Sole del nostro (ma ci sono solo 50 milioni di km tra il suo perielio e il nostro afelio) quindi, essendo la sua atmosfera molto meno spessa, una maggiore percentuale di luce dovrebbe raggiungere il suolo. La fotografia sotto mostra probabilmente l’autentico paesaggio marziano.



Insomma, Marte è incredibilmente più vivo di quello che pensiamo e ogni indizio porta a pensare a un pianeta che centinaia di migliaia di anni fa non solo poteva tranquillamente essere ricco di vita, ma probabilmente ha visto evolversi sulla sua superficie una razza senziente la quale raggiunse livelli tecnologici tali da consentire loro viaggi interplanetari per alcuni intrepidi esploratori. E forse quelle poche migliaia di “persone”, di Anunnaki che riuscirono a mettersi in salvo dal loro pianeta prima che venisse devastato dallo scontro con un altro corpo celeste portando sulla Terra tutto ciò che riuscirono a salvare non erano neppure così tanto diversi da noi. Anzi…
Già in precedenti articoli avevamo approfondito il tema della nascita del genere umano come risultato di una manipolazione genetica tra una razza extra-terrestre (a questo punto oserei dire marziana) e una specie autoctona del pianeta Terra, di modo da garantire forza-lavoro ai superstiti della distruzione planetaria che il loro pianeta madre dovette subire.
Cito ad esempio “Il Seme degli Dei” dove Progetto Atlanticus presenta e approfondisce una serie di indizi comprovanti una manipolazione genetica alla origine del genere homo sapiens tra cui la ricerca genetica di K.Pollard, le particolarità legate al fattore Rh- e l’immancabile mito sumero, questa volta l’”Inuma Ilu Awilum”, il quale descrive con dovizia di particolari (traducibile in “Quando gli dei erano come gli uomini”) il momento in cui gli Anunnaki si ammutinano a causa del pesante lavoro a cui erano sottoposti sul pianeta Terra, rendendo necessaria quella ricerca scientifica che porterà alla creazione del genere Homo.
Ecco di seguito quanto riportato nell’antico testo sumero:

“… quando gli dei erano come gli uomini sopportavano il lavoro e la dura fatica. La fatica degli dei era grande, il lavoro pesante e c’era molto dolore, … per 10 periodi sopportarono le fatiche, per 20 periodi … Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi,… lavoravano duramente notte e giorno. Si lamentavano e parlavano alle spalle. Brontolavano durante i lavori di scavo e dicevano: Incontriamo … il comandante, che ci sollevi dal nostro pesante lavoro. Spezziamo il giogo!...”

Il giogo fu spezzato dopo che un Anunnaki, Enki, promosse la seguente soluzione, sempre narrata nell’Inuma Ilu Awilum:

“…abbiamo fra di noi Ninmah, che è una Belet-ili, una Ninti (dea della nascita). Facciamole creare un Lulu (ibrido), facciamo che sia un Amelu (lavoratore) a sobbarcarsi le fatiche degli dei! Facciamole creare un Lulu Amelu, che sia lui a portare il giogo…”



La narrazione prosegue con l’identificazione nell’Abzu (l’Africa) di una creatura adatta allo scopo, l’homo erectus, e che ciò che doveva essere fatto era “… imprimergli l’immagine degli dei…” usando le parole dell’epopea: effettuare un innesto genetico, se dovessimo utilizzare termini scientifici attuali.
Ma non è solo il mito sumero a descrivere un tale evento. Nella Bibbia leggiamo:
“:..E fu così che gli Elohim dissero, facciamo un Adamo a nostra immagine e somiglianza…” [Genesi 1,26]
Anunnaki ed Elohim, forse i medesimi soggetti, provenienti da Marte, giungono alla realizzazione del loro ‘capolavoro’… l’Uomo. E lo fanno mischiando il loro patrimonio genetico “marziano” con il DNA autoctono degli Erectus, o, come l’antropologia ci aiuta a comprendere, con il parente più prossimo del Sapiens, ovvero l’Homo Heidelbergensis, vissuto tra 600mila e 100mila anni fa da cui ebbero origine i tre ‘rami’ del genere Homo più vicino a noi: Denisoviani, Neanderthal e Sapiens (Cro-Magnon)



Questa specie rispetto ai suoi parenti più stretti aveva delle dimensioni anomalmente grandi, infatti i ritrovamenti suggeriscono dimensioni medie di circa 190 cm di altezza e una corporatura più massiccia e muscolosa di ogni altro ominide appartenente al genere Homo. Secondo il professor Lee R. Berger dell'Università di Witwatersrand, numerose ossa fossili risalenti a circa 500-300 000 anni fa ritrovate sulla costa sud africana indicano che alcune popolazioni di Homo heidelbergensis erano "giganti" con dimensioni medie di circa 213 cm di altezza.
E guarda caso, quando i nostri antenati descrivono i loro “Antichi Dei”, spesso si rivolgono a loro come “giganti”. Celebre il passo biblico della Genesi 6:1-8:

… Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figlie,   avvenne che i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte.   Il SIGNORE disse: «Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l'uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni».   In quel tempo c'erano sulla terra i giganti, e ci furono anche in seguito, quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini, ed ebbero da loro dei figli. Questi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi...

Ai quali mi sento di aggiungere Numeri 13:25-33 in cui tra le altre cose l’assonanza tra un popolo di giganti residente in Palestina e il termine sumero Anunnaki è praticamente evidente:

… Dopo quaranta giorni tornarono dall'esplorazione del paese   e andarono a trovare Mosè e Aaronne e tutta la comunità dei figli d'Israele nel deserto di Paran, a Cades: riferirono ogni cosa a loro e a tutta la comunità e mostrarono loro i frutti del paese. Fecero il loro racconto, e dissero: «Noi arrivammo nel paese dove tu ci mandasti, ed è davvero un paese dove scorre il latte e il miele, ed ecco alcuni suoi frutti.   Però, il popolo che abita il paese è potente, le città sono fortificate e grandissime, e vi abbiamo anche visto dei figli di Anac. Gli Amalechiti abitano la parte meridionale del paese; gli Ittiti, i Gebusei e gli Amorei, la regione montuosa; e i Cananei abitano presso il mare e lungo il Giordano». Caleb calmò il popolo che mormorava contro Mosè, e disse: «Saliamo pure e conquistiamo il paese, perché possiamo riuscirci benissimo».   Ma gli uomini che vi erano andati con lui, dissero: «Noi non siamo capaci di salire contro questo popolo, perché è più forte di noi».   E screditarono presso i figli d'Israele il paese che avevano esplorato, dicendo: «Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti; tutta la gente che vi abbiamo vista, è gente di alta statura;   e vi abbiamo visto i giganti, figli di Anac, della razza dei giganti. Di fronte a loro ci pareva di essere cavallette; e tali sembravamo a loro…».

E ancora Deuteronomio 1:28-30

… Dove andiamo noi? I nostri fratelli ci hanno fatto perdere il coraggio, dicendo: "Quella gente è più grande e più alta di noi; vi sono grandi città fortificate fino al cielo; e vi abbiamo visto perfino degli Anachiti". Io vi dissi: «Non vi spaventate e non abbiate paura di loro. Il SIGNORE, il vostro Dio, che vi precede, combatterà egli stesso per voi, come ha fatto tante volte sotto gli occhi vostri in Egitto…

Deuteronomio 2:9-11

… Il SIGNORE mi disse: «Non attaccare Moab e non muovergli guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese, poiché ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà. Prima vi abitavano gli Emim: popolo grande, numeroso, alto di statura come gli Anachiti. Erano anch'essi considerati come Refaim, al pari degli Anachiti, ma i Moabiti li chiamavano Emim...

Deuteronomio 9:1-3

… Ascolta, Israele! Oggi tu stai per passare il Giordano per andare a impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, di un popolo grande e alto di statura: dei figli degli Anachiti che tu conosci e dei quali hai sentito dire: «Chi mai può resistere ai figli di Anac?» Sappi dunque oggi che il SIGNORE, il tuo Dio è colui che marcerà alla tua testa come un fuoco che divora; egli li distruggerà e li abbatterà davanti a te; tu li scaccerai e li farai perire in un attimo, come il SIGNORE ti ha detto…

Deuteronomio 3:10-11

… tutte le città della pianura, tutto Galaad, tutto Basan fino a Salca e a Edrei, città del regno di Og in Basan. Poiché Og, re di Basan, era rimasto solo della stirpe dei Refaim. Ecco, il suo letto, un letto di ferro, non è forse a Rabbat degli Ammoniti? Ha nove cubiti di lunghezza e quattro cubiti di larghezza, secondo il cubito di un uomo…

Cronache 11:22-24

Poi veniva Benaia, figlio di Ieoiada, figlio di un uomo di Cabseel, valoroso e celebre per le sue prodezze. Egli uccise i due grandi eroi di Moab. Discese anche in mezzo a una cisterna, dove uccise un leone, un giorno di neve. Uccise pure un Egiziano di statura enorme, alto cinque cubiti, che teneva in mano una lancia grossa come un subbio da tessitore; ma Benaia gli scese contro con un bastone, strappò di mano all'Egiziano la lancia, e se ne servì per ucciderlo. Questo fece Benaia, figlio di Ieoiada; e fu famoso fra i tre prodi.

E infine Samuele 17:4-5

Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione di nome Goliat, di Gat, alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di bronzo, indossava una corazza a squame che pesava cinquemila sicli di bronzo…

[Nota sul cubito per consentire al lettore di calcolare le dovute dimensioni dei personaggi citati nei passi biblici. Un cubito equivale a 44 cm per cui Golia era alto più o meno 2,5 metri, mentre il letto del re citato in Deuteronomio 3:10-11 era lungo 3,5 metri.]

Oltre alle citazioni presenti nei libri sacri sembrano esistere dei veri e propri ritrovamenti, purtroppo non comprovati e accettati dalla realtà scientifica internazionale (per ovvi motivi) ma che desideriamo riportare nel seguente sommario elenco, da prendere con il beneficio del dubbio, ma che certamente non può passare inosservato.
Nel 1895 Mr. Dyer nel corso di attività minerarie nella contea di Antrim, in Irlanda, scoprì un gigante fossilizzato. L'altezza che presentava era di 3,70 metri, e in più il piede destro presentava sei dita.
Nel MT. Blanco Fossil Museum (USA) è conservato un femore umano lungo "quasi" quanto la statura di un uomo medio, ritrovato in Mesopotamia. L'uomo sarà stato alto almeno circa 5 metri. Quella che segue è la foto dell’osso conservato nel suddetto museo.



Gargayan: scheletro umano alto 5,18 metri.
Ceylon: resti umani di individui alti certamente circa 4 metri.
Zone sud-orientali della Cina: ossa umane di individui alti certamente più di 3 metri. Furono anche trovati attrezzi dalle dimensioni sconcertanti che per essere maneggiati bisognava avere una forza impressionante e si deve essere alti non meno di 4 metri: 500 asce bipenni del peso singolo di 8 Kg.
Tura, nell'Assam (Pakistan occidentale): scheletro umano dell'altezza di circa 3,35 metri.
Cina meridionale: denti grossi circa sei volte di più dei nostri e sono denti appartenuti ad un uomo gigante.
Isole di Giava 1940: una mascella inferiore appartenente ad un uomo alto certamente circa 3,50 metri per le sue proporzioni.
Nel Tibet: Sven Hedin affermò di avere visto mummie gigantesche nascoste in luoghi molto profondi.
Nei sedimenti lacustri di Ol Dway (in Africa del sud): impronte fossili umane su antichi fanghi pietrificati e che hanno dimensioni esorbitanti.
Australia sud-orientale: impronte su fango pietrificato, scoperte dal paleontologo Rex Gibroy riguardante fossili di giganti: si trattava infatti di mani e di piedi abnormi. Le dita dei piedi misuravano 18,5 cm, mentre la mano dal polso all'estremità del medio misurava 28 cm.
Caucaso: trovati recentemente scheletri di circa 3 metri da antropologi sovietici.
Glozel (Francia): si possono vedere impronte di mani gigantesche di migliaia di anni fa. Nel 1925 furono rinvenuti ossa giganti, utensili e monili di forma enorme.
Nel 1577, Willisau Lucerna: vennero alla luce resti di uno scheletro dalle ossa enormi, che appartenevano ad un uomo alto circa 5,80 metri
Hernan Cortes e quando gli spagnoli con lui sbarcarono in America: furono mostrati dagli indigeni del posto, a Hernan Cortes, ossa gigantesche fra cui un femore lungo quanto un uomo di normale statura, che Cortes spedì al suo re.
California 1810: fu rinvenuto uno scheletro di un gigante, con la stranezza che aveva sei dita ai piedi, ed un cranio di proporzioni davvero abnormi.
Nel Continente Americano, nel 1870: indiani della tribù Omaha dissotterrarono giganti i cui teschi misuravano la bellezza di 60 cm.
A Shemya (Isole Aleutine): vennero ritrovate nel 1943, ossa di proporzioni incredibili, e, crani, anche in questo caso di 50-60 cm.
Agadir (in Marocco): è stato ritrovato un insieme di utensili antichi, utilizzabili stando alle proporzioni, solo da uomini di almeno 4,50 metri di altezza.
Perù, Cina, Italia: denti umani grandissimi sono stati ritrovati in questi paesi. In Cina vengono chiamati "denti di drago".
Chiesetta del Bresciano, San Salvatore: pare che delle ossa gigantesche possano essere osservate attraverso la grata di una cripta.
Nel 1663 nella cittadina di Tiriolo (PR. Catanzaro): nel corso di alcuni scavi emerse una tomba di dimensioni gigantesche e al suo interno uno scheletro enorme di un gigante.
Fernando da Alba, uno storico del periodo della conquista spagnola del nuovo mondo: narrava che i resti di uomini giganti in Messico (nella nuova Spagna) si potevano trovare facilmente.
In Inghilterra: riesumato uno scheletro di un guerriero, il quale misurava un altezza di 2,80 metri.
Giovan Battista, canonico e studioso vercellese, vissuto fra il XVI ed il XVII secolo: trovò nella Chiesa di San Cristoforo, in Vercelli, un dente gigantesco, conosciuto come "dente di San Cristoforo". A Giovan Battista si devono anche gli studi sui giganti di Saletta.
Intorno al 1810, a Braystown (Tennesse): vennero rinvenute orme di piedi umani da sei dita di circa 32 cm di larghezza.
Sull'Isola di Santa Rosa, nel canale di santa Barbara (California): fu ritrovato un teschio appartenente ad un gigante umano.
A Lampock Ranch (California): alcuni soldati rinvennero lo scheletro di un gigante, ma lo sotterrarono nuovamente per ordine di un frate cattolico, poiché i nativi locali erano adirati da tale profanazione, credendo che tali resti appartenevano ad un antico dio.
Negli anni 70 un proprietario terriero, Martinez, in Messico: rinvenne le ossa di due uomini d'indicibile altezza. (...)
Lo Storico Erodoto (storie 1-68): narra di un ritrovamento di un gigante di circa 3,10 metri di altezza.    
Il che ci riporta ancora una volta a una delle caratteristiche del nostro ‘vicino di casa’. Sulla superficie di Marte infatti l'accelerazione di gravità è mediamente pari a 0,376 volte quella terrestre. A titolo di esempio, un uomo con una massa di 70 kg che misurasse il proprio peso su Marte facendo uso di una bilancia tarata sull'accelerazione di gravità terrestre registrerebbe un valore pari a circa 26,3 kg.
Qualche anno fa sulla rivista Focus, appariva un articolo che voleva illustrare una nuova tesi, questa tesi dice: eventuali forme di vita extraterrestri residenti in altri mondi planetari, si evolverebbero diversamente dagli esseri umani e da altre forme di vita terrestri, questo per via delle condizioni planetarie primarie in loco, ovvero le caratteristiche primarie in senso astronomico, e non in primo luogo, quelle climatiche o geologiche stesse del mondo in questione. Queste caratteristiche astronomiche sono: l’attrazione gravitazionale del pianeta, la massa, il peso e le altre caratteristiche di questo tipo; queste caratteristiche possono modificare l’evoluzione della vita in senso di caratteristiche fisiologiche e conseguenze generate da queste, infatti si sosteneva (e si sostiene ancora), che l’altezza media, la massa corporea, il peso, e le caratteristiche muscolo/scheletriche, nonché che la forza, l’elasticità e la resistenza di un corpo animale, derivano dalla somma di questi fattori planetari, successivamente influenzati dalle caratteristiche della biosfera di superficie e quindi anche dall’atmosfera. L’esempio che veniva preso era quello di Marte, dove si immaginava l’evoluzione di animali molto grandi e altissimi.
Qualcuno potrebbe sostenere a questo punto, che se gli Anunnaki esistono o esistettero, e se vennero in passato sulla Terra, le loro gigantesche proporzioni sarebbero dovute ad un pianeta molto piccolo e quindi con deboli forze astronomiche, ed in particolar modo scarsa attrazione gravitazionale. Potrebbero persino sostenere che il gigantismo si riassorbì portando le caratteristiche ad una più bassa dimensione in altezza, per via del nascere e del vivere in un pianeta con caratteristiche diverse e maggiore attrazione gravitazionale come la Terra. Ma sappiamo benissimo che secondo Sitchin ed anche altri studiosi, se Nibiru esistesse, sarebbe grande almeno il doppio della Terra, e dovrebbe essere molto massivo, potrebbe avere infatti, un attrazione gravitazionale almeno di quattro volte quella terrestre; ma allora, come potrebbe essere che essi sono giganti?



Forse non venivano da Nibiru… forse venivano da Marte!


Fonti:

- http://tinyurl.com/nmgm9uq
- Emiliano Ricci (marzo 2009). L'origine del metano di Marte. Le Scienze 487
ESA, Mars Express confirms methane in the Martian atmosphere, 30 marzo 2004
- http://tinyurl.com/owltyds
- http://www.ilritorno.it/postapic_quest/67_giganti-rifer.htm
- http://antichiastronauti.blogspot.it/2011/04/enuma-elish-quando-nellalto.html
- http://www.mysteryb.altervista.org/volto-marziano.html
- http://terrarealtime.blogspot.it/2013/09/la-nasa-manomette-i-veri-colori-di-marte.html
- http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=9404
- http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=9426    
- http://it.wikipedia.org/wiki/Homo_heidelbergensis
- http://scienzediconfineemistero.blogspot.it/2011/06/gli-annunaki-il-gigantismo-e-la-teoria.html
- http://www.fis.unipr.it/~albino/documenti/miti_marziani.html
- Paolo Brega, “Genesi di un enigma”, Gennaio 2012
- Zecharia Sitchin : "Quando i Giganti abitavano la Terra" - 2009 Macro Edizioni
- Zecharia Sitchin: " Le cronache terrestri rivelate" - 2011 Edizioni Piemme
- http://www.nexusedizioni.it/misteri-irrisolti/2007/01/04/introduzione-marte-non-e-solo-cydonia/


Ricordiamo infine il sito dell'autore:
http://www.progettoatlanticus.net/

e il podcast relativo:
http://www.atlanticast.com/
 
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