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LA DANZA DEI PIANETI

19 Gennaio 2014 06.01 - Di: Sheenky

Non solo UFO / Paolo Brega :: LA DANZA DEI PIANETI

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 Quando volgiamo lo sguardo al cielo stellato notturno restiamo sconcertati dall'equilibrio e dall'armonia delle leggi astrofisiche

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Articolo di Paolo Brega

Quando volgiamo lo sguardo al cielo stellato notturno, cercando di individuare i pianeti del sistema solare, restiamo sconcertati dall'equilibrio e dall'armonia delle leggi astrofisiche che regolano i moti degli astri. Keplero, Titius, Bode, la legge di gravitazione universale ci permettono di conoscere in ogni istante sia oggi come nel futuro la collocazione di qualsiasi corpo celeste.



Riteniamo anche che tale situazione sia invariabile nei milioni di anni a venire fino all'esaurimento del combustibile solare che decreterà tra diversi miliardi di anni la fine del nostro sistema solare.
Un luogo pacifico, quindi, immutabile, confinato in un remoto angolo della galassia dove nulla di imprevisto (a parte qualche impatto di asteroidi certamente letale per noi, ma insignificante dal punto di vista astronomico) possa mai accadere.
Ma, se pensiamo alla nascita del sistema solare questa immagine viene completamente ribaltata.
Le teorie riguardanti la formazione e l'evoluzione del sistema solare sono varie e investono numerose discipline scientifiche, dall'astronomia alla fisica, alla geologia. Molte nei secoli sono state le teorie proposte per l'origine del sistema solare; è tuttavia dal XVIII secolo che iniziano a prendere forma le teorie moderne.
L'inizio dell'era spaziale, le immagini di altri pianeti del sistema solare, i progressi nella fisica nucleare e nell'astrofisica hanno contribuito a modellare le attuali teorie sull'origine e sul destino del sistema solare.
Fino alla fine del XX secolo si è pensato che i pianeti occupino oggi orbite simili e vicine a quelle che avevano in origine; questa visione è andata cambiando radicalmente in tempi recenti e si pensa che l'aspetto del sistema solare alle sue origini fosse molto diverso da quello attuale.
Si ipotizza oggi che i corpi presenti nel sistema solare interno alla fascia degli asteroidi con massa non inferiore a quella di Mercurio fossero cinque (e non gli attuali quattro), che il sistema solare esterno fosse più compatto di com'è oggi e che la fascia di Kuiper occupasse un'orbita più distante dell'attuale.
Gli impatti tra corpi celesti, ancorché rari sulla scala dei tempi della vita umana, sono considerati una parte essenziale dello sviluppo e dell'evoluzione del sistema solare. Oltre all'impatto da cui si ipotizza abbia avuto origine la Luna terrestre, anche il sistema Plutone-Caronte si pensa derivi da un impatto tra oggetti della fascia di Kuiper. Esempi recenti di collisioni sono lo schianto della cometa Shoemaker-Levy 9 su Giove nel 1994 ed il cratere Meteor Crater che si trova in Arizona.
Secondo l'ipotesi della nebulosa la fascia degli asteroidi conteneva inizialmente una quantità di materia più che sufficiente per formare un pianeta, tuttavia i planetesimi che vi si formarono non poterono fondersi in un unico corpo a causa dell'interferenza gravitazionale prodotta da Giove venutosi a formare prima. Allora come oggi le orbite dei corpi nella fascia degli asteroidi sono in risonanza con Giove, tale risonanza causò la fuga di numerosi planetesimi verso lo spazio esterno e impedì agli altri di consolidarsi in un corpo massiccio. Sempre secondo questa ipotesi gli asteroidi osservati oggi sono i residui dei numerosi planetesimi che si sarebbero formati nelle prime fasi della nascita del sistema solare.



L'effetto di Giove avrebbe scalzato dall'orbita la maggior parte della materia contenuta originalmente nell'orbita della fascia e la massa degli asteroidi residui oggi è circa 2,3 × 1021 kg. La perdita di massa sarebbe stato il fattore cruciale che impedì agli oggetti della fascia degli asteroidi di consolidarsi in un pianeta. Gli oggetti di grande massa hanno un campo gravitazionale sufficiente ad impedire la perdita di grandi quantità di materia in seguito ai violenti impatti con altri corpi celesti (i frammenti ricadono sulla superficie del corpo principale). I corpi più massicci della fascia degli asteroidi non sarebbero stati invece sufficientemente grandi: le collisioni li hanno frantumati ed i frammenti sono sfuggiti alla reciproca attrazione gravitazionale. La prova delle avvenute collisioni è osservabile nelle piccole lune che orbitano attorno agli asteroidi più grandi che possono essere considerati frammenti la cui energia non è stata sufficiente per poterli separare dal corpo principale.
La storia del Sistema Solare così descritta sembra essere pertanto ricca di scontri planetari e cataclismi di ogni genere avvenuti frequentemente e anche in tempi relativamente recenti a dispetto di quanto siamo abituati a pensare nell'equilibrio che contraddistingue il moto degli astri.
Ma c'è chi si spinge oltre giungendo a ipotizzare che persino oggi l'armonia e l'equilibrio dei moti planetari del Sistema Solare siano soltanto una apparenza dovuta agli enormi intervalli di tempo in cui queste catastrofi avvengono e che diventano per noi impercettibili.
Insomma una 'pace' momentanea, quella che vive il nostro sistema solare, destinata a infrangersi con la prossima catastrofe planetaria.
Forse il più controverso scrittore scienziato che abbia affrontato questa questione è l'ebreo russo Immanuel (Immanuil) Velikowsky, nato il 10 giugno 1895 a Vitebsk, in Russia, e morto il 17 novembre 1979, Velikovsky studiò presso diverse università europee: da Edimburgo (scienze naturali), a Mosca (storia, legge e medicina, in cui si laureò), da Berlino (biologia), a Zurigo (fisiologia del cervello) e Vienna (psicologia). Fu seguace di Freud, di cui accettò la teoria dell’inconscio.

Dopo aver insegnato in Palestina si trasferì nel 1939 negli Stati Uniti, dove un decennio dopo scrisse "Worlds in collision" (trad. it. "Mondi in collisione", Garzanti, 1955), il cui mancato consenso da parte dell’Establishment scientifico dominante mise addirittura in crisi l’attività editoriale della Macmillan, suo editore.



La tesi di fondo del saggio di Velikowsky è difatti che in epoche remote, e non solo, la Terra sia stata scenario di eventi catastrofici così travolgenti da essere stati praticamente rimossi dalla memoria collettiva dell’umanità e confinati in quell’area fantastico-virtuale che si identifica con il mito.
Tali cataclismi di vastità planetaria sarebbero stati provocati in buona parte da violentissime collisioni e incontri più o meno ravvicinati con corpi celesti, in seguito ai quali l’assetto orografico e biologico del nostro, come di altri pianeti, sarebbe sensibilmente mutato.
Velikowsky... Tanto ardito da essere definito folle dall’amico Albert Einstein e così inquietante da aver indotto l’astronomo Carl Sagan a farne oggetto di feroci critiche, il saggio di Velikovsky propone in effetti, come vedremo, una serie di scottanti questioni, tra cui la veridicità storica dei testi biblici (sul filone del famoso bestseller "La Bibbia aveva ragione" di W. Keller) e di innumerevoli altre tradizioni mitologiche e sacrali, utilizzate dal ricercatore come fonti attendibili per desumerne informazioni sul passato del nostro pianeta attraverso un’analisi comparata.
Ma non fu tanto questo, paradossalmente, a garantirgli le più feroci critiche da parte della comunità scientifica del tempo, quanto l'opposizione alla concezione allora più in voga, divenuta ormai quasi dogma: l’"attualismo", formulato a cavallo tra Settecento e Ottocento da scienziati quali Hutton, Lamarck, Lyell e accettato da Darwin (allievo e amico di Lyell), che ne fece il fondamento teoretico per l’"evoluzionismo".
In sintesi quest’approccio sostiene che i mutamenti sulla Terra sono il risultato di graduali quanto ininterrotte trasformazioni, di contro all’idea catastrofista che, sostenuta da Cuvier e altri, ipotizzava invece la ricorrenza di cataclismi, sia precedenti sia successivi alla comparsa della specie umana: un paradigma, questo, di cui Velikovsky è stato uno degli interpreti più originali, intriganti e attuali.
Uno dei passi forse più significativi dell'opera di Velikowsky e che gli costò l'ostracizzazione da parte del mondo scientifico del tempo fu l'osservazione riscontrabile nel passo biblico presente nel libro di Giosuè:
"il Signore lanciò dal cielo su di essi come grosse pietre. - interpretati ancora come meteoriti - Coloro che morirono per le pietre della grandine furono più di quanti ne uccidessero gli Israeliti con la spada. Allora Giosuè disse al Signore [...]: ‘sole, fermati a Gabaon e tu, luna, sulla valle di Aialon’. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici".
Velikovsky interpreta l’eclatante come una ripercussione della vicinanza della cometa, che avrebbe appunto rallentato la rotazione della Terra. E per confermare che si trattò di un fatto realmente accaduto, e poi mitologizzato, rintracciò nelle storie mitiche dell’altro emisfero un accadimento analogo ma opposto: invece di un lunghissimo giorno una notte lunghissima.
Della quale ci parla, in effetti, la storia dell’impero di Colhuacan e del Messico (scritta in lingua nahua-indiana e nota come "Annali di Cuauhtitlan") e a cui si riferiscono anche taluni racconti leggendari della Finlandia, dell’Iran, del Perù e dei nativi nordamericani, mentre i testi cinesi di epoca Yao narrano di una sequela di sconvolgimenti (vasti incendi, onde altissime) nel corso dei quali il sole non tramontò per vari giorni.
Proprio come se la Terra avesse fermato il proprio senso di rotazione!
La causa di tale sconvolgimento secondo il controverso scienziato sarebbe stato il transito di una cometa di enormi dimensioni o comunque di un corpo celeste 'importante' che egli stesso, con grande meraviglia, riconduce al pianeta Venere. E per farlo cita in causa ancora una volta la mitologia classica oltre che alcuni testi brahimini dell'India di 5000 anni fa.
Dell’eccezionale avvenimento l’autore vede infatti una comprova mitica nelle molte leggende sorte sulla sua nascita, che egli identifica con quella di Atena di cui parla l’Inno omerico a lei dedicato: quando Atena nacque, riferisce Velikovsky, "la volta del cielo ‘cominciò a vacillare orribilmente’, ‘la terra tutt’intorno gridò spaventata’, ‘il mare fu scosso da nere onde, mentre la schiuma irrompeva bruscamente’ e il Sole si fermò ‘per un lungo tempo’. Il testo greco parla di ‘onde purpuree’ e del mare ‘che si solleva come una muraglia’ e del Sole arrestatosi nella sua corsa. [...] Nell’Iliade è detto che Pallade Atena ‘si lanciò sulla terra come una stella incandescente’ sprizzando scintille; si lanciò quale ‘stella inviata da Giove’ [...] Plutarco identifica la Minerva dei Romani o l’Atena dei Greci con l’Iside degli Egiziani e Plinio il pianeta Venere con Iside" (Mondi in collisione, ed. citata, p. 145-146). Velikovsky segnala, a conferma della sua ipotesi, l’assenza di Venere in una tavola astronomica indù del 3100 a.C. - mentre apparirà in quelle successive bramaniche - e nel sistema dei quattro pianeti dell’astronomia babilonese, che non a caso chiamò poi Venere "il grande astro che si aggiunge agli altri grandi astri".


L’orbita di Venere subito seguente alla sua nascita

D'altronde oggi la scienza e l'astronomia sono concordi nell'affermare che all'origine dell'attuale conformazione del sistema solare nasce proprio da collisioni cosmiche le quali continuano ad essere uno dei più importanti processi all'interno di tutto il complesso che ci ospita.   
L'originario sistema solare, infatti, era un posto dove non regnava certamente l'ordine. Asteroidi, lune e pianeti incrociavano spesso le proprie rotte e, di frequente, si scontravano. Questi impatti hanno prodotto cicatrici, voragini e crateri negli oggetti interessanti e, ancor oggi, su numerosi di questi corpi celesti è possibile rilevarne i segni.
In passato, collisioni con grossi meteoriti ebbero effetti disastrosi. Per esempio, si ritiene che il sistema Terra-Luna probabilmente si sia formato dall'impatto tra la Terra appena formata con un altro pianeta delle stesse dimensioni. Anche alla superficie di Marte sembra siano state riservate le stesse sorti. Forse alcune zone del pianeta rosso sono state rimodellate in seguito ad impatti di questo tipo e, secondo quanto alcuni alludono, questo tipo di fenomeni potrebbero aver portato l'acqua sulla Luna e su Mercurio, con il suo bagaglio di elementi necessari a produrre la Vita.
Gli scienziati della Nasa hanno organizzato una serie di impatti artificiali al fine di valutare questo processo sulla Luna, durante la missione LCROSS, e sulla cometa Tempel 1, durante la missione Deep Impact.
"Come la maggior parte delle stelle, anche il nostro Sole si è formato in un ammasso stellare, quindi probabilmente ha incontrato altre nubi di gas e polvere poco dopo la sua formazione. Fortunatamente per noi, questa è stata una collisione gentile, quindi gli effetti sul disco che eventualmente ha portato alla nascita dei pianeti che conosciamo, era relativamente tranquillo. Se le cose fossero andate diversamente, si sarebbe formato un sistema planetario instabile intorno al Sole e la Terra sarebbe potuta finire espulsa dal Sistema Solare, e noi non saremmo qui per parlarne", ha spiegato Dr. Thies.
Espulsione dal sistema solare che forse ha dato origine al fenomeno dei cosiddetti pianeti “erranti” o dei corpi celesti transnettuniani come Eris, o ancora come Sedna oggetto transnettuniano di grandi dimensioni scoperto il 14 novembre 2003 da Michael Brown (California Institute of Technology), Chad Trujillo (Osservatorio Gemini) e David Rabinowitz (Università Yale).   che orbita attorno al Sole su di un'orbita particolarmente eccentrica che lo porta ad avvicinarsi al sistema solare esterno in prossimità del perielio e ad allontanarsi fino ad oltre 5 giorni luce dal Sole quando si approssima all'afelio. Si tratta di un freddo planetoide, forse classificabile come pianeta nano una volta che l'Unione Astronomica Internazionale ne avrà vagliato i parametri orbitali, di dimensioni approssimativamente pari ai due terzi di quelle di Plutone.



Un'orbita che lo porta a transitare in prossimità del sistema solare una volta ogni dodicimila anni! Ma c'è di più...
Una ricerca delle Università di Stanford rivoluziona la tradizionale concezione dei pianeti legati alla propria stella di riferimento. Sarebbero invece centinaia di miliardi solo nella Via Lattea i pianeti nomadi negli abissi cosmici; e alcuni potrebbero essere abitabili.
Nell’ultimo anno gli astrofisici hanno cominciato a mettere in discussione l’ipotesi che il nostro sistema solare rappresenti il modello più comune di interazione tra stelle e pianeti. Si conoscevano già da molto tempo sistemi stellari plurimi, composti cioè da due o più soli; e i clamorosi passi avanti fatti nell’ambito della ricerca di pianeti extrasolari ci ha abituati all’idea che i pianeti non siano affatto merce rara, nella galassia, ma che anzi una buona parte delle stelle della Via Lattea ne abbia almeno uno, e probabilmente di più.



Eppure, lo scorso maggio la rivista Nature pubblicava uno studio rivoluzionario riguardo la scoperta di ben dieci pianeti “orfani” o “nomadi”, non orbitanti intorno ad alcuna stella. Ora un nuovo studio non ancora approvato per la pubblicazione, ma realizzato da dipartimenti di prestigiose università anglosassoni, stima che questi mondi non sarebbero affatto pochi: potrebbero essercene centinaia di miliardi nella sola nostra galassia.
L’ipotesi era stata avanzata già l’anno scorso dal ricercatore giapponese Takahiro Sumi, che attraverso osservazioni effettuate con la tecnica del microlensing gravitazionale era giunto a ipotizzare che nella nostra galassia esisterebbero più pianeti orfani che stelle, almeno 400 miliardi. Il microlensing gravitazionale è una delle più avanzate tecniche di individuazione dei pianeti extrasolari, che individua le variazioni quasi impercettibili prodotte dal passaggio di pianeti intorno a stelle lontani sulla luce emessa dalle stelle in termini di curvatura dello spazio-tempo, sfruttando le previsioni della relatività. Una tecnica che ha permesso già di individuare moltissimi pianeti extrasolari negli ultimi anni.
Come non collegare l'opera di Velikowsky e le recenti scoperte in campo astronomiche appena descritte con quanto narrato dell'Enuma Elish relativamente alla nascita del Sistema Solare?
L'Enuma Elish è un poema mesopotamico che tratta il mito della creazione e le imprese del dio Marduk. Veniva recitato durante l'akītu, la festa del capodanno diBabilonia. L'opera risale al periodo di Hammurabi di Babilonia (1792-1750 a.C., secondo la cronologia media). Le origini dell'opera sono sconosciute (le versioni pervenute sono tutte tarde, del I millennio a.C.: in particolare, sono sopravvissute copie assire dalla Biblioteca di Assurbanipal, ma anche copie degli studenti che si istruivano per diventare scribi): l'opera comunque riflette una situazione politica nuova, che vede l'affermarsi di Babilonia come centro unificatore degli antichi paesi mesopotamici di Sumer e Akkad, con il desiderio di far assurgere Marduk, divinità prettamente locale e figlio di Enki, al ruolo di capo degli dèi (in sostituzione di Enlil); per queste ragioni, la redazione non dovrebbe essere precedente all'affermarsi di Hammurabi.
E' Zecharia Sitchin a fornire una interpretazione completamente diversa del mito dell'Enuma Elish ripresa poi da Biagio Russo nel libro “Schiavi degli Dei”. Secondo questa interpretazione i sumeri volevano descrivere la creazione di tutte le cose in chiave "mitologica", ma nello stesso tempo conoscevano perfettamente il Sistema Solare e la sua origine. Anzi, conoscevano qualcosa che oggi noi stentiamo a credere: la presenza di un pianeta chiamato Nibiru.
Differentemente dall'idea comune che si tratti di un opera mitologica e fantasiosa, l'Enuma Elish rappresenta un vero e proprio trattato di astronomia, dove Zecharia Sitchin è stato il primo ad intuire che le successive versioni sulla Creazione, Bibbia compresa, facciano senza alcun dubbio riferimento a quest'opera babilonese.
L'intero testo sacro, basato su un precedente testo originale sumero, fornisce quindi una dettagliata descrizione di tutto ciò che esisteva prima dell'essere umano e della Terra. La narrazione ha come tema le battaglie degli dei celesti, intesi come pianeti e corpi celesti, ma che vengono descritti come entità viventi. Il Sistema Solare iniziò a prendere forma con solo tre attori celesti: un Apsu primordiale, il suo compagno Mummu e un'entità divina chiamata Ti.amat.
L'unione delle acque di Tiamat con il maschio Apsu generò gli dei celesti, i pianeti, e ne risultò così il Sistema Solare:

•    Sole - Apsu
•    Mercurio - Mummu
•    Venere - Lahamu
•    Marte - Lahmu
•    Tiamat - Tiamat
•    Giove - Kishar
•    Saturno - Anshar
•    Il futuro Plutone - Gaga
•    Urano - Anu
•    Nettuno - Ea/Nudimmud

Inizialmente (e come confermato oggi dalla scienza) il Sistema Solare era instabile e caotico, dove le orbite dei pianeti non erano ancora stabilmente definite. Questa diventava la premessa per l'inizio della battaglia celeste: la continua instabilità dei pianeti (gli dei celesti) provocò turbamento a Tiamat e lo spinse a formare la sua terribile "schiera", formata dai suoi satelliti (i "draghi ruggenti, ammantati di terrore").
Tale situazione, generando ulteriore pericolo e disordine, spinse Ea/Nettuno, il pianeta più esterno, a riequilibrare il Sistema Solare e inviarvi un pianeta (“un dio celeste più grande”) che veniva da lontano. Era un pianeta pieno di splendore, di nome Nibiru (Marduk per i babilonesi), coinvolto direttamente nella battaglia celeste che descrive il testo: a causa del senso orario di rotazione della sua orbita, opposto a quello di tutti gli altri pianeti, Nibiru/Marduk sarà destinato a collidere inevitabilmente con Tiamat.
Il superbo Marduk quindi si stava avvicinando al Sistema Solare in una danza di morte e distruzione. Una danza che, secondo Sitchin, coinvolse la Terra in prima persona.
Prima fase: Marduk attacca Tiamat con i suoi venti (satelliti), "spezzandole il cuore" e "spegnendo il suo soffio vitale". Kingu, pronto a diventare un pianeta a tutti gli effetti, viene condannato ad essere un Dug.ga.e ("circolatore senza vita", quindi senza atmosfera), poichè Marduk imprigionandolo, gli rubò la "Tavola dei destini". Esso diventerà quello che noi oggi conosciamo come la nostra Luna.



Seconda fase: completata la prima orbita e quindi la prima fase, Marduk ritorna da Tiamat ormai "sottomesso" ed entra in collisione diretta, aprendola in due. La metà superiore (il "cranio") di Tiamat diventerà il nostro pianeta Terra, mentre la parte inferiore viene ridotta in frantumi che, legati tra loro come un bracciale, andranno a formare la fascia degli asteroidi (il “bracciale martellato”).



Il pianeta Terra contiene ora il seme del DNA di Marduk, ottenuto con la collisione con Tiamat, e nella sua nuova orbita si porta con sé l'inanimato Kingu per farne la propria Luna.
Non sappiamo se effettivamente l'ipotesi avanzata da Sitchin corrisponda a verità. Certamente, alla luce di quanto abbiamo sostenuto nel corso dell'articolo è una interpretazione plausibile dell'origine dei pianeti del nostro sistema solare, così come lo è l'ipotesi di Velikowsky dei suoi “Mondi in collisione” che distruggono pianeti per crearne di nuovi.
Ciò che probabilmente accadde a Marte secondo alcune recenti teorie atte a spiegare la perdita dell'atmosfera del pianeta rosso.
4 miliardi di anni fa, Marte possedeva un'atmosfera più densa di quella che conosciamo, ma una catastrofica collisione con un pianeta delle dimensioni di Plutone ha disperso l'aria. I dati forniti dal rover Curiosity confermano la teoria che un tempo l'atmosfera marziana fosse ricca di ossigeno, favorendo l'ipotesi che avesse potuto ospitare qualche forma di vita aliena.
Il laboratorio di analisi a bordo del rover (SAM), è riuscito ad analizzare la composizione della sottile atmosfera di Marte. In quantità diverse è formata da anidride carbonica, argon, azoto, ossigeno e monossido di carbonio. Curiosity ha esaminato anche gli isotopi di questi elementi chimici (atomi con numeri differenti di neutroni nel proprio nucleo), fondamentali per determinare i cambiamenti climatici nel corso del tempo.
I nuovi risultati sono stati confrontati con i dati delle sonde Viking, lanciate su Marte nel 1970 e con l'analisi delle variazioni degli isotopi trovati in meteoriti marziani arrivati sulla Terra. Molte delle misurazioni rilevate dalle sonde Viking su Marte erano precise, ma altre avevano un ampio margine di errore. Curiosity invece, ha ristretto questo margine grazie ai suoi strumenti sensibili, che sono stati in grado di misurare la composizione chimica e i rapporti isotopici dei vari elementi presenti nell'atmosfera marziana.
A confronto con l'antica atmosfera di Marte, ad oggi ci sono isotopi di gran lunga più pesanti nell'aria. Questo significa che gli elementi più leggeri si sonoi dispersi nello spazio, spazzati   via dal vento solare una volta che il campo magnetico scomparve forse proprio a causa dello scontro con un altro corpo celeste.
Scontro che verrebbe confermato da una curiosa anomalia della superficie del pianeta rosso.
Come già detto in un precedente articolo la crosta marziana, infatti, sembra essere divisa all’equatore in due zone morfologicamente molto diverse, perfettamente distinte e nettamente separate: i basso-piani dell’emisfero settentrionale relativamente lisci e senza crateri, la maggior parte dei quali giace ad almeno 1000 metri sotto il livello dato e gli altopiani dell’emisfero meridionale, massicciamente craterizzati, che in gran parte si innalzano a più di 2 mila metri sopra il livello dato. “ La linea di divisione che separa queste due zone elevate descrive un grande cerchio inclinato approssimativamente a 35 gradi rispetto all’equatore marziano”, spiega il geologo Peter Cattermole.



L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che un corpo celeste di considerevoli dimensioni, forse una grande cometa o un planetoide vagante, possa aver impattato il pianeta rosso nella zona settentrionale, sventrando la crosta marziana e formando un oceano di lava fluida grande quanto l’intero emisfero nord. L’immenso impatto avrebbe spinto il materiale magmatico verso l’emisfero meridionale, causandone l’innalzamento delle crosta e le notevoli catene montuose. Il raffreddamento dell’oceano di magma nell’emisfero settentrionale giustificherebbe la relativa superficie liscia e la maggiore depressione rispetto all’emisfero meridionale.


Immagine ipotetica di un Marte con acqua e vegetazione

Nibiru? Comete? Pianeti erranti a noi sconosciuti, ma noti alle popolazioni antiche, forse in virtù di un retaggio tecnologico proveniente dagli stessi che furono coinvolti in questi cataclismi.
C'è infatti chi afferma che Marte e il pianeta Mallona, pianeta la cui totale distruzione ha dato origine alla cintura degli asteroidi secondo una teoria cosmogonica leggermente diversa rispetto a quella di Sitchin, pianeta noto con il   nome di Mallona, erano abitati da esseri molto simili a noi.
Erano civiltà molto progredite e costruirono città, piramidi, stazioni e moltissimi altre strutture avanzate. Non si stabilirono sulla Terra se non in numero trascurabile e per altri motivi, poiché il nostro pianeta non era perfettamente idoneo per la loro struttura fisica: per poter vivere sulla Terra, tra le altre modifiche, erano necessari interventi di rafforzamento della struttura scheletrica e all’apparato respiratorio.
Tuttavia, gli abitanti dei due pianeti, consapevoli dell’arrivo del Distruttore Marduk e della possibilità di una collisione con il loro pianeta, optarono per abbandonare il pianeta ed emigrare sulla Terra.
Erano forse questi due pianeti le “case” dei Giganti e dei Titani di cui si parla negli antichi testi?
Una tesi quella di uomini su Marte ripresa dall'autore Gianni Viola nel suo “La Civiltà di Marte” Secondo l'autore è possibile, e non in via ipotetica ma per induzione-deduzione rigorosamente logico-matematica, l'esistenza in passato di civiltà evolute su altri pianeti, Marte in primis.
Non c'è stata alcuna scoperta casuale, ma una ricerca interdisciplinare, condotta secondo regole prestabilite, all'interno di un quadro organico di riferimento.
In questo volume abbondantemente documentato e illustrato, frutto di dieci anni di ricerche, l'Autore fornisce sia ai lettori motivati sia agli studiosi della materia, nonché a docenti e studenti universitari, tutta una serie di tasselli e di verità oggettive, chiarendo la definizione di non pochi termini ambigui e di altrettante teorie controverse e rispondendo all'interlocutore esigente che desidera conoscere senza riserve e soprattutto senza discorsi oscuri e complicati, la verità sul Pianeta Rosso.
Progetto Atlanticus dal canto suo ritiene che le verità celate da Marte e dalla sua storia siano fondamentali per comprendere l’origine del genere umano e svelare il significato nascosto all’interno degli antichi testi.


Fonti:
- http://www.edicolaweb.net/am_0103a.htm
- http://www.edicolaweb.net/am_0121.htm
- http://www.edicolaweb.net/am_0122.htm
- http://www.edicolaweb.net/am_0123.htm
- http://www.nextme.it/scienza/universo/2739-collisioni-cosmiche
- http://scienze.fanpage.it/erranti-dell-universo-i-pianeti-nomadi-sono-miliardi/
- http://antichiastronauti.blogspot.it/2011/04/enuma-elish-quando-nellalto.html
- Zecharia Sitchin : "Quando i Giganti abitavano la Terra" - 2009 Macro Edizioni
- Zecharia Sitchin: " Le cronache terrestri rivelate" - 2011 Edizioni Piemme
- http://tinyurl.com/ndjfpev
- http://tinyurl.com/owltyds


Ricordiamo infine il sito dell'autore:
http://www.progettoatlanticus.net/
 
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