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GLI "ANTICHI DEI" TRA NEO-EVEMERISMO E CULTI ASTRONOMICI

23 Febbraio 2014 16.11 - Di: Atlanticus

Non solo UFO / Paolo Brega :: GLI "ANTICHI DEI" TRA NEO-EVEMERISMO E CULTI ASTRONOMICI

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 Una chiave di lettura proposta dal Progetto Atlanticus inclusiva di elementi di neo-evemerismo e culti astronomico-cosmologici nell'interpretazione del mito e della figura degli "Antichi Dei"

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Quando affrontiamo certe tematiche della paleoarcheologia e più in generale ai misteri che accompagnano il nostro remoto passato spesso incrociamo nel nostro percorso di ricerca autori del calibro di Biagio Russo, Mauro Biglino i quali ci presentano una chiave di lettura totalmente diversa ed eterodossa del mito e dei testi sacri universalmente riconosciuti dove l'origine del 'divino', gli 'Antichi Dei' per utilizzare un costrutto molto utilizzato dal Progetto Atlanticus, viene riletta quale questi fossero esseri in carne ed ossa, umani, oppure extraterrestri così come invece avanzato da molti altri appartenenti al filone della “Teoria degli Antichi Astronauti” come per esempio Sitchin, Alford, Von Daniken o Tsoukalos.   

Ho avuto l’opportunità di incontrare Biagio Russo, di colloquiare con lui più di una volta anche su argomenti non propriamente attinenti alla sua pubblicazione e di conoscere la persona oltre che l’autore. Una persona di grande disponibilità ed umiltà, due qualità che raramente si addicono a chi ne sa sicuramente molto più di te.

Con il suo lavoro, da più parti considerato meritevole di lode, Biagio Russo, intervistato in passato anche da Sabrina Pieragostini, giornalista di Italia 1, laureata in Lettere Antiche presso l’Università di Pavia e divulgatrice tramite il sito blog Extremamente.it, ci conduce per mano in una indagine che si avvale di una disamina precisa sugli indizi e le testimonianze di cui sono latori antichi testi dei popoli antichi, con piglio scientifico e speculativo che avvince il lettore.

Contenuti verificati e verificabili, ma soprattutto provenienti sempre ed esclusivamente da fonti originali quali testi scritti o curati da autorevoli esponenti accademici di fama internazionale esperti di tutte quelle scienze che sono state necessariamente toccate. Ma anche testi originali molto antichi, tra i quali, in primis, le traduzioni delle tavolette sumero-accadiche ad opera dei padri dell’assiriologia e sumerologia come i professori Poeble, Smith, Kramer, Thorkild, Bottéro, o i professori italiani Furlani, Saporetti e Pettinato.



E' una interpretazione che ai nostri occhi suona come totalmente nuova, un approccio mai azzardato prima. In realtà osservando la storia della filosofia possiamo osservare che un tale approccio metodologico fu già concepito nel IV secolo prima di Cristo e prese il nome di evemerismo.

L'evemerismo consiste nell'interpretazione delle religioni in chiave razionalistica, per cui gli dei sarebbero personaggi realmente esistiti, divinizzati dai posteri per le loro imprese, e i miti sarebbero ricordi, fantasticamente elaborati, di vicende storiche antichissime. Autore di questa teoria fu Evemero di Messina, il quale s'inserisce nella corrente di pensiero greca iniziata con gli antichi logografi, che pretendevano di ricavare notizie storiche dalle tradizioni mitiche delle singole città.

L'opera di Evemero, dal titolo "sacro resoconto", (piuttosto dell'ambiguo "sacra scrittura") si inserisce in un filone letterario a lui contemporaneo in cui storiografia,etnografia e opportunismo politico erano commisti a scapito del rigore intellettuale che aveva caratterizzato la storiografia del secolo precedente.

L'opera non ci è giunta intera, ma grazie al compendio in Diodoro Siculo (V 41-46 e VI 1) ed ai numerosi frammenti della traduzione di Ennio intitolata Euhemerus, abbiamo un'idea complessivamente adeguata del contenuto di questo scritto, probabilmente diviso in tre libri rispondenti alla descrizione geografica (I), politica (II), teologica (III) di un arcipelago dell'Oceano Indianovisitato dall'autore a seguito di una tempesta che lo portò fuori rotta.

L'evemerismo nella cultura greca rispondeva all'esigenza di giustificare la presenza di un'enorme produzione mitologica, nonché la grande considerazione in cui essa era tenuta; d'altro lato, poiché la speculazione contrapponeva il “mito” al logos come una non-verità rispetto alla verità logica, si sentiva la necessità di ridurre alla logica, ossia di razionalizzare, i miti apparentemente razionalizzabili: un tentativo di ricavare la verità da forme menzognere; era in fondo la ricerca della verità nel senso della filosofia greca.

Ripreso da Ennio nell'Euhemerus, l'evemerismo fu utilizzato dai primi autori cristiani nella loro polemica antipagana e fu poi ripreso dall'Illuminismo nella sua critica alle credenze religiose. Si denominò neo-evemerismo una corrente esegetica storico-religiosa del sec. XIX, facente capo a H. Spencer, secondo cui ogni religione trae origine dal culto degli antenati. Tali modi di porsi di fronte alla produzione religiosa sono stati superati negli studi storico-religiosi e tuttavia talvolta tentativi di razionalizzazione di tipo evemeristico emergono negli studi storico-filologici.

Tale chiave di lettura è quella che consente che permette al Progetto Atlanticus di interpretare la figura di Yahweh non come essere divino trascendente, ma entità materiale, fatta di carne ed ossa e sentimenti e comportamenti molto più umani che divini come Mauro Biglino ci ricorda nel seguente estratto dove vengono analizzate le figure degli Elohim Yahweh e Kamosh.



“In Giudici 11 Jefte, comandante delle forze israelite, sta combattendo con Ammoniti, Moabiti… e nella controversia con il re di Ammon dice (versetto 24): “Non possiedi tu quello che Kemosh, tuo elohim, ti ha fatto possedere? Così anche noi possediamo tutto ciò che Yahweh, elohim nostro, ha dato in possesso a noi”.


Yahweh e Kemosh sono evidentemente uguali, hanno gli stessi diritti e gli stessi poteri, nessuno dei due è considerato superiore all’altro.

Mauro Biglino a questo punto ci fa notare ulteriori aspetti molto significativi.

La prima è che questo è uno dei tantissimi errori commessi dai masoreti che hanno attribuito agli ammoniti l’elohim Kemosh che invece era l’elohim dei moabiti... uno dei 1500 errori di questa fattispecie come peraltro segnalato dal Professor Menachemk Cohen dell'Università Bar-Illan di Tel Aviv

La seconda annotazione del Biglino è che questi elohim di rango inferiore combattevano tra di loro per dei fazzoletti di terra, mentre i loro colleghi più alti in grado si occupavano dei grandi imperi.

Tornando alle parole testuali di Biglino: “Che Kemosh fosse alla pari di Yahweh lo sapeva anche Salomone, molti decenni dopo; gli fa infatti erigere un luogo di culto così come fa erigere un luogo di culto a Milcom, l’elohim degli ammoniti. Salomone sapeva che era bene tenersi buoni tutti gli elohim che operavano in quel territorio: in fondo Yahweh poteva anche scomparire da un momento all’altro e allora il buon senso diceva che era meglio avere rapporti anche con gli altri”

Un altro aspetto interessante si trova nella stele di Mesha (850 a.C.): iscrizione su basalto nero fatta compilare da Mesha, signore appunto dei moabiti che tra le altre cose contiene il resoconto di una battaglia per la conquista di un centro abitato; alla linea 13 c’è scritto: “andai e combattei, la presi, uccisi tutti, settemila uomini, ragazzi, donne, ragazze e serve, poiché li avevo votati a Astar-Kemosh…”

Nella stele di Mesha, ci ricorda Biglino, si racconta anche che Kemosh dimorava presso i moabiti nei territori conquistati esattamente come la Bibbia dice che Yahweh dimorava con il suo popolo e vi si legge anche di come i moabiti vennero sconfitti nel momento in cui Kemosh era adirato con il suo popolo, esattamente come succedeva ad Israele quando Yahweh era adirato con i suoi.

Insomma i due elohim paiono essere proprio uguali in tutto: stessi diritti, stessi poteri, stesse mire di conquista territoriale, stesse esigenze in termini di sacrifici, stessi ordini di sterminio…

E volendo tale impostazione non si allontana neppure di molto da quanto sostenuto dagli stessi esegeti ebraici studiosi dei sacri testi talmudici i quali affermano (e possiamo leggere una interessante conversazione al riguardo su un forum cui partecipano grandi esperti di tradizione e cultura ebraica)

http://tinyurl.com/qjt2wrl

dove si afferma che

La Bibbia contiene molti segreti e ciò è noto da millenni agli ebrei attraverso i testi della tradizione orale. Alcune delle cose spiegate da Mauro Biglino sono comuni agli ebrei, ma risultano totalmente estranee e sorprendenti ad un pubblico non ebraico abituato a leggere la Bibbia dalle traduzioni.

Per esempio il termine ebraico “mal’ach” tradotto in italiano con “angelo” ha spesso come soggetto gli essere umani comuni. Sono relativamente pochi i casi in cui il termine “mal’ach” indica apparizioni fuori dal comune. Questo per l’ebreo che legge la Bibbia in ebraico è assolutamente normale. Gli angeli, nell’ebraismo sono anche le azioni divine, che possono essere portate a termine attraverso vari mezzi, fra cui: comuni cittadini, profeti, microorganismi e cose materiali e queste stesse cose sono dette “mala’achim” ovvero “coloro che svolgono un compito”.

Che la Bibbia parli di ingegneria genetica è noto da sempre agli ebrei attraverso il Talmud, ma gli autori del Talmud non attribuirono mai tali conoscenze scientifiche avanzate ad esseri provenienti da altri mondi, come appunto vuole la linea interpretativa di Mauro Biglino.

L’ingegneria genetica altro non fu che l’eredità degli umani che vissero prima del diluvio universale narrato nella Bibbia (racconto presente in altre forme in varie altre tradizioni distanti nel tempo e nello spazio). In 1656 anni, la durata dell’era prediluviana si raggiunse un livello scientifico clamoroso, in parte derivante dal fatto che i prediluviani sapevano sfruttare pienamente la memoria e le altre parti del cervello con tutte le specialità cui esso è dotato. In parte perché avevano una vita longeva, conseguenza del tipo di atmosfera diverso che vi era prima del diluvio la quale rallentava notevolmente l’invecchiamento.

Nel Talmud non è narrata la favola degli angeli caduti; questi, come testimoniato da vari scritti ebraici antichi, altro non sono che i governanti di quel mondo, detti “shoftim” = “giudici”. Nella Bibbia i cosiddetti “figli di D-o”, che in ebraico l’originale ha: “benè haelohim”, altro non sono che la categoria della classe dirigente. Gli “elohim”, come vuole l’etimologia di questo termine, altro non sono che i “giudici”. Il termine “ben”, in ebraico spesso designa appartenenza oltre che figliolanza. Pertanto i benè haelohim sono coloro che appartengono alla classe degli elohim ovvero dei giudici umani, assolutamente umani.

Su varie cose Mauro ha ragione: la Bibbia, come egli afferma, non è un libro di religione; ma questo discorso, come d’altronde anche altre cose simili che afferma, non riguardano certamentegli ebrei e l’Ebraismo, né la religione ebraica perché questa è quasi sconosciuta e proibisce severamente il proselitismo. Dunque, dato che non ha mai avuto una volontà di divulgazione, i suoi contenuti rimangono ignoti ai più.

Gli ingegneri genetici erano i “refaim” vocalizabile altrimenti con “rofim”=medici, e non gli “elohim”. Questi c’entrano in parte, nell’era prediluviana per l’appoggio a questi concesso come rappresentanti del potere.

E ci stiamo limitando a riportare le testuali parole dell'esegeta talmudico autore di tale post; parole che a mio parere hanno un peso specifico importante e rivelano cose sconvolgenti, che molti di noi hanno solo teorizzato e ipotizzato sulla base delle ricerche autonomamente svolte, ma che l'esegeta dichiara come note... e note da sempre!



Progetto Atlanticus, riprendendo le parole di Fabio Marino, medico psichiatra con la passione per l'astronomia, gli enigmi della Storia e co-Direttore della webzine “Tracce d'Eternità” e del suo articolo “La Bibbia e gli alieni - Mitopoiesi moderna o neo-Evemerismo sostenibile?”, come penso sia noto, si presenta come un chiaro esempio di sostenitore dell’ipotesi del paleo-contatto.

Ultimamente, si osserva una spiccata tendenza ad interpretare (o a voler interpretare) gli scritti biblici come un vero e proprio resoconto di contatti con civiltà aliene; e di questa tendenza esistono addirittura diversi filoni, alcuni dei quali prevedono finanche la creazione ex novo del genere umano attraverso manipolazioni genetiche.

Si tratta, chiaramente, di un’impostazione che filosoficamente possiamo definire “neo-evemerismo” (neologismo coniato dallo stesso Marino, che riprende il principio base del pensiero di Evemero in cui però ad essere divinizzati sarebbero stati gli alieni in visita sul nostro pianeta.

Un notevole tentativo, in epoca recente, di studiare l’Antico Testamento (e segnatamente il Libro della Genesi) in chiave scientifica è rappresentato dall’ottimo ed affascinante “In principio. Il libro della Genesi interpretato alla luce della scienza” (1981, Mondadori), di Isaac   Asimov. In esso, ancora Fabio Marino ci fa notare di come l’autore raffronti le affermazioni contenute nella Genesi biblica con le attuali conoscenze scientifiche, traendone, di fatto, un quadro interlocutorio utilizzando, com’è ovvio, le categorie di un popolo dell’antichità.

Sempre Marino, nella conclusione del suo articolo avverte dei possibili rischi e limiti nella esclusiva interpretazione in chiave letterale dei testi antichi senza per questo voler sminuire il lavoro di molti ricercatori indipendenti ma sottolineando il fatto che probabilmente un atteggiamento più “scientifico” permetterebbe una messe di risultati più sostenibili o meno esclusivi.

Ciò che ci proponiamo in quest'articolo è, senza troppe pretese, il voler presentare una sorta di superamento dell'approccio neo-everista che integri la chiave antropologica nella lettura degli “Antichi Dei” con la rappresentazione metaforica del 'divino' come espressione di un antico culto pagano astronomico-solare risalente al periodo preistorico precedente alla fine della glaciazione di Wurm e forse a cavallo della stessa. Che è poi la chiave di lettura presentata e seguita dal Progetto Atlanticus nell'interpretazione dei fatti e dei misteri della storia e della preistoria.

I più accesi critici dell'approccio neo-evemerista sono proprio coloro i quali percepiscono un errore sostanziale il considerare il mito come un testo storico o esclusivamente storico. Il mito diventa allora non la mitizzazione di eventi passati, ma un trattato prescientifico espresso attraverso allegorie e altre figure retoriche secondo i modelli letterari culturali delle popolazioni antiche, finalizzato a descrivere e spiegare come è fatto l'universo. Il che non nega a priori l'esistenza di civlità o di superciviltà in un tempo dimenticato dalla storia come anche cerchiamo di fare nell'ambito delle nostre ricerche.

E non vuole dire neppure che gli anti-neo-evemeristi (mi si conceda questo nuovo neologismo) seguano necessariamente la corrente ortodossa e dogmatica di certa scienza. Anzi...

Vale la pena ricordare i preziosi contributi offerti da Giorgio Giordano caratterizzati da un notevole e sempre ricercato rigore scientifico pur confutando molte delle teorie accademiche maggiormente accreditate.

Notevole la sua determinazione nel presentare una analisi critica alla teoria antropologica dell'Out of Africa così come descritto nel seguente estratto del suo articolo “La prima umanità” tratto dal suo blog “La Macchina del Tempo”

Nonostante le numerose scoperte che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni, è ancora diffusa la falsa opinione di una preistoria da sussidiario elementare, quella dei cosiddetti uomini delle caverne, visti come esseri estremamente basici e incapaci di un pensiero elevato. Evidenti tracce di civiltà, al contrario, sono riscontrabili già all'apparizione dell’uomo, oltre un milione di anni prima della ben nota esplosione della cultura dell’Homo sapiens, avvenuta a partire da circa 200 mila anni fa.

La prima umanità, che generalmente definiamo dell’Homo erectus, era decisamente avanzata. Niente esseri ricurvi e capaci solamente di grugniti, niente sassi appena scheggiati usati come utensili e popolazioni in balia della natura. L'uomo è apparso quasi due milioni di anni fa. Homo habilis, Homo rudolfensis, Homo georgicus, Homo erectus e Homo ergaster esistevano più o meno contemporaneamente.

Pare che questi primissimi appartenenti al genere Homo non siano ominidi distinti, l'uno l'evoluzione dell'altro, ma che in realtà rappresentino solo variabilità somatiche tra individui della medesima specie. L'antichità dei reperti georgiani ha fatto perfino dubitare dell'origine africana della nostra specie. Ormai, peraltro, è ampiamente rivalutata la teoria evolutiva multi-regionale, in alternativa al modello Out of Africa.

In definitiva, abbiamo forme interfeconde, appartenenti a un unico flusso umano, con inevitabili derive genetiche in occasione di isolamento geografico e viceversa profondi rimescolamenti del Dna a seguito di grandi migrazioni.

Oggi il nome Homo ergaster è spesso attribuito alle popolazioni dei primi uomini stanziati in Africa, mentre con il termine erectus si preferisce indicare la prima umanità asiatica. Homo erectus era in grado di fabbricare sofisticati utensili già 1,8 milioni anni fa. Le impronte di Laetoli, in Tanzania, che risalgono a ben 3,6 milioni di anni fa, appartenute all'Australopithecus afarensis, indicano una postura eretta e un andatura bipede, ma l'arco plantare risulta molto meno accentuato e gli alluci divergenti. Homo ergaster, 1,5 milioni di anni fa, invece, aveva un piede anatomicamente moderno. Ed era un perfetto corridore. Il famoso ragazzo di Turkana non era poi così diverso da noi. Era un dodicenne di 160 centimetri che sarebbero diventati 185 al raggiungimento dell'età adulta. Si può supporre che in linea generale avesse un aspetto assai simile a un uomo moderno, con una struttura corporea paragonabile agli attuali Masai, anche se la capacità cranica era di 880 cm³, che sarebbero diventati 910 cm³ con la maturità, molto meno dell'uomo moderno che in media raggiunge i 1350 cm³. Uomini con una scatola cranica più piccola, è vero, tuttavia già con una mente in grado di elaborare concetti "raffinati".

Circa 60 mila anni fa i Sapiens in arrivo dall'Africa si sono stanziati in massa in Medioriente. Qualcuno si è anche unito ai Neanderthal. Attorno ai 50 mila anni fa quei Sapiens si sono divisi: alcuni sono andati verso l'Europa, altri si sono diretti verso il Caucaso (altri ancora verso mete extraeuropee di cui non ci occupiamo). I primi sono entrati in Europa circa 45 mila anni fa in almeno due forme, Cro-Magnon e Brunn (simile a Combe-Capelle). Invaso il continente, questi due tipi di Sapiens si sono accoppiasti tra loro e con i Neanderthal, e probabilmente anche con l'Homo Heidelbergensis, giacché la genetica è tuttora alla ricerca di un uomo misterioso che ci ha fornito diversi geni.

Grazie a una certa stabilità climatica, tra i 35 e i 22 mila anni fa si è sviluppata la raffinata cultura paleoeuropea delle Veneri, con una popolazione verosimilmente caratterizzata dalla mutazione del rutilismo (capelli rossi e lentiggini) e da grandi dimensioni fisiche, a cui si attribuisce l'aplogruppo I. Circa 23 mila anni fa è tornato il freddo intenso, durato poi sino a 17 mila anni fa. L'aplogroppo I in quel periodo si è ritirato verso sud. Nell'area franco-ispanica e lungo i bordi della calotta glaciale è sorto l'aplogrupopo I1, mentre nell'area mediterranea e nei Balcani l'aplogruppo I2. Nel frattempo le popolazioni rimaste ai confini d'Europa (che erano di tipo cromagnoide) hanno sviluppato l'aprogruppo R1, che sarà poi degli indoeuropei.

Ma   in altre sue pubblicazioni a presentare la fotografia di una società umana prediluviana diversa da quella cui siamo abituati a pensare. Una civiltà globale di decine di migliaia di anni fa che, esattamente come noi, si prodigavano di comprendere le dinamiche del cosmo e rispondere a quelle ataviche domande del “chi siamo?”, “cosa facciamo?” e “dove andiamo?” cercando di dare risposta attraverso gli strumenti e i modelli culturali dell'epoca, producendo miti cosmogonici descriventi i movimenti degli astri e del Sole, venendo così a definire un culto cosmologico, astronomico, solare tradotto nei miti che verranno tramandati poi nei secoli/millenni a venire.

E' ancora Giorgio Giordano a ricordarci che, sotto questa veste, il mito diventa pertanto una complessa narrazione incentrata sugli eventi celesti osservabili dagli antichi uomini appartenenti a questa civiltà globale, descritti sotto forma di avventura terrena, con protagonisti Dei, chimere o eroi.

I moti del Sole, della Luna, dei pianeti e delle costellazioni, vengono incarnati in una storia che a prima vista sembra dire delle cose, ma che in realtà vuole significare tutt'altro. Questo perché la mitologia si esprime attraverso l'allegoria. Per noi moderni è difficile comprendere il motivo per cui gli uomini preistorici che inventarono i miti, per parlare di astronomia e di altri “saperi” ancestrali, utilizzarono immagini simboliche e non il linguaggio descrittivo che invece caratterizza i nostri trattati scientifici.

In quest'ottica la lista reale di Sumer che più volte abbiamo citato nei nostri precedenti lavori assumerebbe tutt'altro significato. Un significato astronomico legato ai cicli precessionali del pianeta Terra.





Il prof. Santillana e la dott.ssa Hertha von Dechend nel loro famoso trattato ''Hamlet's Mill'' (Il Mulino di Amleto) sostengono fermamente questa tesi. Essi affermano che a partire almeno dal 6.000 a.C. nel mondo esisteva un complesso di conoscenze astronomiche scientifiche e che tale dottrina utilizzava apposite convenzioni mitologiche: gli dei sono pianeti, gli animali sono costellazioni (zodiaco significa “quadrante di animali”) ed i riferimenti topografici sono metafore per l’ubicazione, in genere del Sole, nella sfera celeste; gli antichi sembravano inoltre usare un ''codice numerico precessionale'' presente in molti miti e nell'architettura sacra di tutto il mondo. 

Gli astronomi moderni hanno calcolato che un grado del movimento precessionale si compie in 71,6 anni. I miti essendo storie basate su simbologie umane, animali ecc. difficilmente avrebbero potuto adottare come riferimento un tale numero decimale, ma potevano servirsi dello stesso numero arrotondato all'intero più vicino. 

Il numero ''dominante'' del codice precessionale risulta essere infatti il 72. Si possono poi ottenere tutta una serie di altri numeri collegati: si può ad esempio dividere per due ed ottenere il 36, sommargli quest'ultimo per originare il 108, moltiplicare questi numeri per 10, 100, 1.000 e formare 360, 3.600, 36.000 oppure 720, 7.200 ecc.; il 108 (un grado e mezzo del ciclo precessionale) può essere diviso per 2 e dare 54 (con i suoi multipli 540, 5.400 ecc.). Molto importante era anche il numero 2.160 (numero di anni necessario al Sole per attraversare completamente un segno zodiacale nel movimento precessionale); diviso per 10 forma il 216, moltiplicato per 2 dà 4.320 e quest'ultimo moltiplicato ancora per 10, 100, 1.000 origina 43.200, 432.000, 4.320.000 ecc.

I numeri del codice precessionale affiorano in continuazione, nel mondo antico, sotto molteplici forme.

In un mito nordico che descrive l'Apocalisse, si può calcolare che i guerrieri che escono dal Walhalla per combattere contro il ''Lupo'' sono 432.000; lo storico babilonese Berosso (3° secolo a.C.) attribuì ai mitici sovrani di Sumer un regno totale di 432.000 anni; lo stesso Berosso fissò la durata del periodo compreso fra la Creazione e la Distruzione Universale, in 2.160.000 anni; nell'altare del fuoco indiano, nell'Agnicayana, ci sono 10.800 mattoni; nel più antico dei testi vedici, il noto Rig-Veda, ogni strofa è composta da quaranta sillabe per un totale di 432.000 .

Ricordiamo inoltre che la Grande Piramide costituisce una rappresentazione dell'emisfero terrestre in scala 1:43.200 e che il numero 216 si trova rappresentato nelle misure della Camera del Re. 

Nel calendario Maya del Lungo Computo figurano le seguenti formule: 1 Katun = 7.200 giorni; 1 Tun = 360 giorni; 2 Tun = 720 giorni; 5 Baktun = 720.000 giorni; 5 Katun = 36.000 giorni; 6 Katun = 43.200 giorni; 6 Tun = 2.160 giorni; 15 Katun = 2.160.000 giorni. 

Nella cabala ebraica ci sono 72 angeli attraverso i quali i Sephiroth ( i poteri divini) possono essere avvicinati o invocati; la tradizione rosacrociana parla di cicli di 108 anni in relazione ai quali la confraternita segreta fa sentire la propria influenza. 

In India i testi sacri chiamati Purana parlano di quattro età della terra chiamate Yuga che insieme formano 12.000 ''anni divini''; le rispettive durate di queste epoche sono: Krita Yuga = 4.800 anni; Treta Yuga = 3.600 anni, Davpara Yuga = 2.400 anni; Kali Yuga = 1.200 anni; inoltre come nel mito di Osiride ( che vedremo in particolare), il numero dei giorni che compongono l'anno è fissato in 360, un anno dei mortali corrisponde ad un giorno degli dei e un anno degli dei equivale a 360 anni dei mortali. Se ne deduce che il Kali Yuga, consistente in 1.200 anni degli dei, ha una durata di 432.000 anni mortali, un Mahayuga o Grande Anno (formato da dodicimila anni divini contenuti nei quattro Yuga minori) equivale a 4.320.000 anni dei mortali; mille di questi Mahayuga (che formano un Kalpa o giorno di Brahma) equivale a 4.320.000.000 anni dei mortali.

La mitologia egiziana narra della dea Nut (il cielo), moglie del dio del Sole: Ra, che era amata dal dio Geb (la Terra). Quando Ra scoprì la tresca, maledisse la moglie e proclamò che non avrebbe dato alla luce un figlio in nessun mese dell'anno. Allora il dio Thor, anch'egli innamorato di Nut, giocò a tavola reale con la Luna e le vinse cinque giorni interi che aggiunse ai 360 che all'epoca formavano l'anno. Nel primo di questi cinque giorni fu generato Osiride. Si legge inoltre che l'anno era costituito da 12 mesi (12 è il numero dei segni dello zodiaco) di 30 giorni (30 è il numero dei gradi assegnati lungo l'eclittica a ciascun segno zodiacale).

Nel mito di Osiride si narra che durante uno dei suoi viaggi compiuti nel mondo per diffondere i benefici della civiltà alle altre regioni della Terra, 72 uomini della sua corte, capeggiati da Seth, cospirarono contro di lui. Al suo ritorno lo invitarono ad un banchetto dove misero in palio un forziere di legno e d'oro per colui che fosse riuscito ad entrarvi con l'intero corpo. Quel forziere era stato costruito proprio perle misure di Osiride, che vi entrò perfettamente. I cospiratori chiusero il forziere, inchiodarono il coperchio e gettarono il tutto nel Nilo.

Il forziere non affondò, navigò sul Nilo (ricordate la storia di Mosè abbandonato sulle acque dello stesso fiume?) e fu recuperato da Iside, moglie di Osiride. Seth , tuttavia, ritrovò il forziere nascosto nel frattempo da Iside e tagliò il corpo del re in quattordici pezzi che sparse tutt'intorno. Ancora una volta Iside intervenne, recuperò i pezzi e grazie alle sue potenti arti magiche, riunì le parti del corpo del marito che, in condizioni perfette generò Horus (che poi vendicherà il padre uccidendo lo zio Seth), per poi subire un processo di rinascita astrale che lo portò a diventare il dio dei morti e dell'oltretomba.

Ad Angkor Thom, il muro del Bayon è sormontato da 54 torri, ognuna con quattro figure scolpite per un totale di 216 raffigurazioni; il cortile principale è circondato da un muro che presenta cinque porte di accesso ognuna delle quali attraversate da altrettanti ponti costeggiati da una doppia fila di imponenti figure scolpite: 54 deva e 54 asura (totale 108 immagini per ponte e complessivamente 540 raffigurazioni). Il prof. Santillana e la dott.ssa Hertha von Dechend affermano che tutta Angkor Thom costituisce ''un colossale modello del ciclo precessionale''.   

Anche i sette saggi della mitologia indù diventerebbero in questa ottica una metafora del moto apparente della costellazione dell'orsa maggiore appunto composta da sette stelle. La lenta e instancabile rivoluzione apparente delle sette stelle dell’Orsa attorno al Polo Nord, quale moto maestoso del trainare, ha nei secoli suggerito all’uomo l’idea di un carro e della sua ruota; i sumeri la chiamavano il Lungo Carro, nella Grecia arcaica erano associate alla Ruota di Issione rotante appunto attorno al polo, mito che sembra derivare dal dio sanscrito Ashivan, il cui nome significa Auriga dell’Asse: Asse, Aksha, era la parola sanscrita per ruota, che i greci importarono come Ixion o Issione.

Seguendo il filo di questi pensieri, potremmo dire che il Grande Carro o Ruota della vetta del Nord (Septem triones = sette buoi, settentrione) traina con i suoi Sette Raggi l’aratro della Vita: l’evidenza delle sette Stelle dell’Orsa Maggiore è di fatto la Dimora celeste dei Poli, la zona che comprende l’Orsa Minore (polo attuale planetario) ma soprattutto il Drago (polo nord solare e delle eclittiche).

Rivelatrici e degne di nota sono inoltre le figure ispirate al dinamismo della Costellazione: il “Carro di Artur” e la svastica.



Ciò che impariamo da tutto ciò è che gli uomini hanno scoperto verità fondamentali studiando lo “spazio aereo” situato perpendicolarmente sopra le loro teste, appunto il luogo delle costellazione circumpolari. A cominciare dalla comprensione del meccanismo del Tempo e del moto precessionale, che si rende evidente con lo spostamento della Stella Polare, che segna il Nord celeste.

Il fatto che l'isola o il continente polare siano mitici è perfettamente comprensibile dando un'occhiata alla cartina disegnata da Mercator nel 1606: in mezzo al Mare Artico compare un'enorme terra quasi perfettamente circolare, con “quattro fiumi”, come quelli dell'Eden, disposti a forma di svastica, che tradizionalmente è il simbolo del Polo e della rotazione terrestre. Pure Oronzio Fineo, anche se con meno dettagli, nel suo portolano del 1531 rappresenta questa stessa terra circolare tagliata in quattro spicchi, come assi cardinali, al centro dell'Artico.

Terre che non sono mai esiste realmente e che vogliono semplicemente essere lo specchio terreno di un continente “celeste”, paradisiaco o “che sta sopra”, secondo la ben nota equazione “così in cielo come in terra”.

Entriamo qui nell'ambito dell'archeoastronomia e più specificatamente di quella del secondo tipo, ovvero lo studio degli allineamenti solari, lunari o stellari degli antichi monumenti. Per esempio molte prove dimostrano che Stonehenge rappresenti un antico "osservatorio astronomico", sebbene l'ambito del suo utilizzo sia ancora, tra i ricercatori, oggetto di disputa. Certamente Stonehenge e molti altri monumenti antichi sono allineati con i solstizi e gli equinozi. In area mediterranea risalta l'acropoli di Alatri, la cui forma riproduce alla perfezione la costellazione dei Gemelli al momento del solstizio d'estate. Anche il complesso della Grande Piramide di Giza sarebbe allineato con le stelle della cintura di Orione, rispecchiando il significato assegnato a quella costellazione dagli antichi egizi.

Più in generale L'archeoastronomia è lo studio di come gli antichi interpretavano i fenomeni celesti, come li utilizzavano e quale ruolo avesse la volta celeste nelle loro culture. Clive Ruggles suggerì che questa disciplina scientifica non dovesse essere limitata solo allo studio dell'astronomia antica, ma alla ricchezza di interpretazioni che gli antichi trovavano nella volta celeste.Viene spesso gemellata con l'etnoastronomia, lo studio antropologico dell'osservazione del cielo (skywatching) nelle società contemporanee.

Questa disciplina scientifica è anche strettamente legata all'astronomia storica, che utilizza documenti storici degli eventi celesti, e alla storia dell'astronomia, che usa documenti scritti per valutare le tradizioni astronomiche del passato.

L'archeoastronomia utilizza diverse metodologie per svelare le ricerche del passato includendo archeologia, antropologia, astronomia,statistica, probabilità e storia. Poiché questi metodi sono diversi, ed usano dati provenienti da differenti discipline, l'archeoastronomia è una scienza interdisciplinare. Il problema di integrare tutti questi dati in un sistema coerente ha impegnato per molto tempo gli archeoastronomi.

L'archeoastronomia colma le nicchie complementari dell'archeologia del paesaggio e dell'archeologia cognitiva[senza fonte]. Evidenze oggettive e la loro connessione con la volta celeste possono rivelare come un ampio paesaggio possa essere integrato dentro credenze riguardanti i cicli della natura, come l'astronomia Maya e la sua relazione con l'agricoltura. Altri esempi che hanno integrato le conoscenze e il paesaggio comprendono studi dell'ordine cosmico alla base dell'orientamento di strade e costruzioni negli insediamenti.

L'archeoastronomia è una disciplina che può essere applicata in tutte le culture e a tutte le epoche. Le interpretazioni della volta celeste sono differenti da cultura a cultura. Ciò nondimeno, quando si esaminano antiche credenze, vi sono metodi scientifici che possono essere applicati trasversalmente a tutte le culture. 

è forse la necessità di bilanciare gli aspetti sociali con gli aspetti scientifici della paleoarcheologia che portò Clive Ruggles a descriverla come un: "... un campo di lavoro accademico di alta qualità da un lato, ma dall'altro con speculazioni senza controllo e al limite della follia.

Durante gli anni sessanta, Alexander Thom fece una rigorosa ricerca sui monumenti megalitici inglesi, pubblicando i risultati sul "Megalithic sites in Britain".

Oltre a presentare la sua teoria della iarda megalitica, argomentò anche, con dati statistici, che la gran parte dei monoliti in Britannia sono orientati come veri e propri calendari. A suo avviso i monumenti indicano punti sull'orizzonte dove il Sole, la luna e le principali stelle sorgono agli estremi stagionali come il solstizio d'estate e d'inverno e gli equinozi d'autunno e primavera.

E' ragionevole pensare che la stessa definizione dei primi calendari umani, ivi compreso quello in uso presso le culture mesoamericane, olmeche prima fino ad arrivare al più noto calendario Maya, siano frutto dell'osservazione degli astri.

L'interrogativo che veniamo a porci è come l'uomo preistorico sia giunto a questa incredibile capacità di calcolare in modo così preciso fenomeni astronomici di lunghissimo periodo come la precessione degli equinozi che sappiamo essere caratterizzata da un tempo pari a circa 26.000 anni e, potrei sbagliarmi, ma sfido chiunque di voi a comprendere questo moto astronomico con la sola osservazione empirica degli astri.

Un conto è la determinazione dei tempi di rotazione (ciclo giorno/notte) e di rivoluzione (stagioni) grazie all'osservazione dei cicli lunari e dei moti degli astri in quanto il loro ciclo si ripete più volte nel corso di una generazione di individui. Altro conto è un ciclo precessionale che si completa nell'arco di 26mila anni il che significa che la civiltà dell'uomo che la storia ricordi non ha avuto tempo di assistere... a meno che essa non sia molto, ma molto più antica.





L'accusa che spesso si rivolge alla corrente dei neo-evemeristi consiste sul fatto che questo si fondi sull'idea che gli antichi fossero poveri ignoranti, che hanno mitizzato le cose che non capivano in una rivisitazione del concetto del culto del cargo. Quando il mito invece è espressione di menti raffinate che descrivevavno l'universo e le sue regole attraverso allegorie, non è originato da un'incomprensione, ma da una profonda consapevolezza.

Ed ecco che questa giusta accusa e critica nei confronti dell'approccio evemerista diventa pretesto e occasione per definire quale sia l'approccio e la chiave di lettura che noi di Atlanticus vogliamo adottare nello studio delle tematiche quali paleoantropologia, archeoastronomia e quant'altro.

Ed è una posizione che integra l'antropomorfismo del divino e il culto astronomico derivante da una erudita conoscenza di fenomeni non solo cosmici, ma anche metafisici, quantistici, che gli antichi uomini avevano già compreso migliaia (forse decine di migliaia di anni fa)

Io invece voglio qui cercare di proporre il tentativo di un approccio inclusivo di entrambe le posizioni.

Alla luce degli studi e delle ricerche avanzate e presentate in codesto articolo è ragionevole pensare che il mito antico, così come quello classico, sia la rappresentazione in chiave allegorica di erudite conoscenze preistoriche in ambiti quali astronomia, metafisica, scienza e cosmologia. Basti pensare ai testi Veda e alle analogie che vi si riscontrano con le più recenti scoperte in ambito della fisica e della meccanica quantistica che ormai aprono la porta anche a tematiche più propriamente spirituali filosofiche come concetti quali coscienza, anima, spirito. Vedasi le ricerche di Penrose e Hameroff concernenti alcune particolari strutture cerebrali, dette microtubuli, sede della coscienza e delle correlazioni tra queste e la realtà percepita (o realizzata) dai nostri sensi corporei.

Ma se il mito fosse questo si potrebbe giungere alla conclusione che nessuno degli “Antichi Dei” che spesso abbiamo coinvolto nella spiegazione delle vicende umane del remoto passato così come del tempo attuale nel tentativo di disegnare quell'ipotetica “Scacchiera degli Illuminati”, quel “Mosaico della Verità” che tanto sta a cuore al Progetto Atlanticus non siano mai realmente esistiti in quanto pura allegoria di pianeti, stelle e costellazioni.

Nessun Enki, nessun Enlil sarebbero mai esistiti. Nessuna ibridazione, nessun Player A, B, C o quant'altro. Nessun Anunnaki, Giganti, Titani, Yahweh e compagnia cantante? Tutto da rifare?!

Come conciliare questo principio con gli articoli di Adriano Romualdi sull'antropomorfismo delle divinità del mondo classico e non solo caratterizzate da alcuni tratti comuni come il biondismo e il rutilismo presenti in pressoché tutti i miti di culture antiche lontane tra di loro sia nel tempo come nello spazio se questi figure divine fossero solo allegorie di moti astronomici complessi come i cicli precessionali?

La risposta va forse letta nel tempo e nell'evoluzione temporale della cultura di quella civiltà globale prediluviana la cui esistenza non viene negata come abbiamo visto né dai neo-evemeristi, né dagli anti-evemeristi.

Suggerisco il seguente esempio. Ipotizziamo che tra 10mila anni venisse ritrovato la pagina di un testo scolastico di geometria di oggi sul “Teorema di Pitagora”.

Qualcuno potrebbe disquisire sulle caratteristiche divinatorie di Pitagora. Altri sulle sue origini, altri ancora potrebbero concludere che Pitagora non sia altro che una 'metafora' scritta per descrivere una conoscenza matematica-geometrica di un'epoca perduta.

Ecco nuovamente il conflitto intellettuale tra neo-evemeristi e anti-neo-evemeristi apparentemente inconciliabili. Ma come il Teorema di Pitagora racconta sia di una conoscenza così come di un personaggio realmente esistito allora anche i miti antichi parlano sia di conoscenze astronomico-cosmologiche sia di personaggi realmente esistiti.

Ciò che consideriamo noi del Progetto Atlanticus, che è poi la conclusione a cui siamo giunti ascoltando le diverse posizioni presentate da ricercatori provenienti da diverse scuole è che ci fu un tempo molto antico, un tempo che la storia colloca nella preistoria, durante il paleolitico, prima della glaciazione di Wurm, durante il quale esisteva una civiltà di esseri umani, il cui percorso evolutivo è ancora da chiarire all'interno del dibattito Out of Africa sì, Out of Africa, osservatori delle stelle e del cosmo, abili navigatori e in possesso di determinate, specifiche e avanzate conoscenze in ambito astronomico, architettonico e culturale. Uomini eruditi che codificarono il loro sapere in una serie di opere anche strutturali come piramidi e siti megalitici, rifacendosi alle misurazioni dei mutamenti celesti, calendari o quant'altro.

Persone che, plausimibilmente avevano caratteristiche fenotipiche particolari e comuni, come i capelli rossi, l'alta statura, i capelli biondi o gli occhi azzurri così come testimoniato dalle descrizioni registrate nei testi sacri e nelle leggende dei popoli antichi e supportato da diverse scoperte archeologiche che hanno riportato alla luce esemplari mummificati di individui proprio con le medesime caratteristiche e con tratti caucasici laddove non ci si sarebbe mai aspettato di trovarne e di cui abbiamo parlato approfonditamente nel nostro precedente articolo “Out of Atlantis, Una Storia alternativa”.


Diffusione della caratteristica capelli rossi in Europa

Ed è tra questi uomini che io non posso fare a meno di pensare alla presenza di un Enki, di un Enlil, di un Yahweh, di un Viracocha, dei sette saggi indù, e di tutti gli altri Elohim (o Anunnaki)   in carne ed ossa, realmente esistiti a cavallo della fine dell'ultimo periodo glaciale di Wurm che si prodigarono in seguito di civilizzare nuovamente un mondo devastato dal violento cataclisma ricordato come Diluvio Universale, da uno di essi, o da diversi di essi considerando la possibilità di diversi cataclismi locali successivi a uno globale presumibilmente avvenuto intorno ai 13000 anni fa come testimoniato da evidenze di un impatto meteoritico in quel tempo supportato peraltro dall'interpretazione talmudica di cui ai primi paragrafi del presente articolo.

Abbiamo pertanto in questa interpretazione dei fatti la coesistenza di uomini culturalmente avanzati (se non anche tecnologicamente) artefici di una civiltà tanto simile in molti aspetti quanto diversa in altri dalla nostra e autori di un complesso sistema di conoscenze astronomiche e cosmologiche che in una seconda fase venne mitizzato dai popoli del post-diluvio i quali associarono allegoricamente le descrizioni di questi saperi quali cicli precessionali, equinozi, solstizi, costellazioni con quegli stessi nomi di coloro che per i post-diluviani dovevano essere visti come 'divinità' secondo la logica del culto del cargo.

Coloro che un tempo furono uomini nel mito diventano allegoria di quel sapere che quegli stessi uomini del passato avevano scoperto. Questo non significa che non siano mai esistiti.

Significa solo che ci dobbiamo abituare a leggere il mito su tre diversi piani di lettura:
storico (legato alla narrazione di fatti realmente accaduti in perfetto neo-evemerismo)
scientifico (legato alla rappresentazione allegorica di saperi astronomico-cosmologici)
metafisico (legato ad aspetti spirituali cui oggi lentamente ci stiamo riavvicinando grazie alle porte aperte dalla fisica quantistica)

E da questo punto di vista, non stiamo imparando nulla di nuovo, se non il riscoprire saperi di migliaia, forse decine, forse centinaia di migliaia di anni fa.




Fonti:
http://tinyurl.com/nchor9c
http://it.wikipedia.org/wiki/Evemerismo
http://tinyurl.com/of7g5yo
http://www.maurobiglino.it/?p=4997
http://gizidda.altervista.org/religioni/jahve.html
http://tinyurl.com/qjt2wrl
http://urly.it/2f5v
http://tinyurl.com/oms8lyk
http://tinyurl.com/ocoy9h5
http://tinyurl.com/nvc3pwu
http://tinyurl.com/puunpl2
http://tinyurl.com/qd4uwa9
http://tinyurl.com/omm2ctd
http://tinyurl.com/o7txy9m
http://tinyurl.com/owugb38
http://tinyurl.com/nlomr6y
http://tinyurl.com/nuk4gla
http://tinyurl.com/p6z3l3g
http://tinyurl.com/owj7ack
http://tinyurl.com/ou7dkvv
http://tinyurl.com/p2rlf8q

Ricordiamo infine il sito dell'autore:
http://www.progettoatlanticus.net

E il podcast relativo
http://www.atlanticast.com
 
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