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LA STIRPE DEL GRAAL

26 Dicembre 2014 13.32 - Di: Atlanticus

Non solo UFO / Paolo Brega :: LA STIRPE DEL GRAAL

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 Il millenario albero genealogico dei Player

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Molte volte abbiamo parlato nel nostro blog e nell'ambito delle ricerche del Progetto Atlanticus di specifiche fenotipicità risalenti, a nostro avviso, alla discendenza degli antichi Nephilim, risultato dell'unione tra i figli di dio (Anunnaki atlantidei) e le figlie degli uomini (i Sapiens)?

Una stirpe questa, quella che non esito a definire la stirpe del Graal (e poi vedremo il perché) che ebbe origine proprio dalle prime unioni tra Anunnaki e i Sapiens, rappresentata e successivamente diversificata nei Player suggeriti dal Progetto Atlanticus e per la quale esistono evidenze genetiche nell'analisi degli aplogruppi presenti nella storia e nel mondo.

Quando la società svizzera IGENEA ha effettuato l'esame del DNA sulla mummia del faraone Tutankhamon e ne ha diffuso i risultati, forse in molti hanno pensato ad una bufala, o ad un errore tanto è radicato nella nostra mente l'immagine stereotipata della storia come l'abbiamo imparata dall'infanzia, ma questa scoperta scientifica di straordinario valore adesso mette in dubbio molte delle certezze proclamate dalla storia tradizionale.



Tutankhamon nacque nel 1341 a.c., figlio del faraone Akhenaton e della sua consorte Nefertiti, Akhenaton precedentemente noto come Amenofi IV o Amenhotep IV è conosciuto anche come il faraone eretico in quanto abolì il culto politeistico istituendo il culto monoteistico del dio ATON, una divinità che contrariamente a tutte le altre non aveva una rappresentazione zoomorfa ma veniva rappresentata come un disco solare che emanava dei raggi che terminavano con delle mani.

Per dare più sostanza a questo profondo cambiamento il faraone della XVIII dinastia spostò la capitale dell'antico Egitto lontano da Tebe, costruendo sul medio corso del Nilo in una zona desertica una città nuova di zecca che fu chiamata Akhetaton che letteralmente significava "l'orizzonte di ATON" e che corrisponde all'odierna Al Amarnah.
Dopo la caduta di Akhenaton, e la restaurazione del politeismo la città fu distrutta e la sua memoria cancellata dalla storia d'Egitto.

Anche il nome di Tutankhamon in origine era differente, egli si chiamava infatti Tutankhaton, ma nelle convulse fasi successive alla caduta del monoteismo, ogni riferimento ad ATON doveva essere drasticamente rimosso, anche il nome del faraone doveva fare riferimento al più rassicurante dio Amon.

Tutti i sacerdoti devoti ad ATON, tra cui Mosè, dovettero allora abbandonare il paese per stabilirsi ai confini più remoti del regno: la terra di Canaan.

Questa è la storia che viene raccontata nella Bibbia e che noi conosciamo col nome di Esodo.

Dalla diaspora dei seguaci dell'atonismo sarebbe infatti nata la religione ebraica. Questo troverebbe dei riscontri in similitudini sia stilistiche che di contenuto che si possono trovare tra l'Inno al sole scritto sulla tomba del faraone Ay ed alcune parti della Bibbia come il Libro dei Salmi, ed il Libro dei Proverbi.

E' possibile che il culto di ATON sia continuato anche lontano dall'Egitto, nella terra di Canaan, dove potrebbero essersi rifugiati i seguaci del cosiddetto faraone eretico dando origine al monoteismo. A suffragio di questa tesi vi è uno studio linguistico del 1922 sulla parola Adonai che in ebraico significa Signore e che mette in luce come questa parola non sarebbe di origine semitica ma proverrebbe dall'Egitto.

Adonai = ATON-Ay e prenderebbe il nome dal sommo sacerdote Ay durante il regno di Akhenaton, che divenne anche faraone nel 1323 alla morte di Tutankhamon. Foneticamente le due parole corrispondono a parte la rotazione consonantica t > d che è abbastanza comune.

Ma questo, anche se di rilevante importanza, ci interessa relativamente. Concentriamoci piuttosto in questa fase su quali fossero le origini genetiche della genealogia dei grandi faraoni.

La sopraccitata ricerca di IGENEA ha dimostrato che Tutankhamon, morto prematuramente all'età di diciannove anni per una seria forma di malaria, apparteneva all'aplogruppo R1b1a2, SNP R-M269, il quale è l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale e identifica le popolazioni che dopo l'ultima grande glaciazione hanno popolato l'Europa. Nella tabella che segue ecco i valori dei primi 15 marker del suo cromosoma Y.



Sembrerebbe davvero pertanto che l'antico Egitto ai quei tempi fosse in effetti governato da sovrani di origine ancestrale europea, il cui DNA era quindi assai differente dal resto della popolazione che amministravano. Oggi meno dell'1% degli egiziani è di aplogruppo R1b.

Fin troppo ovvio allora che se Tutankhamon era R-M269 allora erano dello stesso aplogruppo tutti i faraoni della XVIII dinastia che regnò sull'Egitto dal 1540 al 1299 a.c., il che troverebbe conferma anche da una rapida analisi di alcune mummie della dinastia come quella di Thutmosi IV, molto ben conservata, che presenta tratti del volto nordici e soprattutto i capelli rossi che sono un tratto peculiare per questo aplogruppo.

In effetti test diagnostici sono stati compiuti sul DNA della mummia di Amenhotep III, su una mummia sconosciuta ma che si suppone sia di Akhenaton, confermando che le tre mummie erano tra loro correlate da legami di parentela.

Ahmosi        1540-1515 Ahmes-Nefertari
Amenhotep I    1515-1494 Meritamon
Thutmosi I                1494-1482 Ahmose
Thutmosi II                1482-1479 Hatshepsut
Hatshepsut                1479-1457
Thutmosi III    1479-1425 Hatshepsut Meritre
Amenhotep II    1427-1393 Tia
Thutmosi IV    1394-1384 Mutmuia
Amenhotep III    1384-1346 Tyi
Akhenaton                1358-1340 Nefertiti
Smenkhara                1342-1340 Meritato
Tutankhamon    1340-1323 Ankhesenamon
Ay                    1323-1319 Tey
Horemheb                1319-1299 Mutnedjemet

Ad un più attento esame del DNA di King Tut come viene amichevolmente chiamato nel progetto iGENEA, possiamo notare come il suo DNA corrisponda in maniera molto ravvicinata col cosiddetto SWAMH (Super Western Atlantic Modal Haplotype).

Facendo il confronto tra il SWAMH e il DNA di King Tut ho calcolato una GD (Genetic Distance) pari a 7 confrontando 18 marker STR. Ammettendo che DYS426=12 e DYS388=12, essendo marker molto stabili e per DYS19=14 e DYS437=14 che nelle analisi hanno un raro (improbabile) doppio picco, probabilmente dovuto a qualche forma di contaminazione.

L'AMH (Atlantic Modal Haplotype) è un aplotipo modale cioè una firma genetica media all'interno di uno specifico aplogruppo. Questo modale è stato sviluppato dalla società texana FTDNA allo scopo di capire quale fosse il modale più diffuso nell'Europa occidentale, si chiama così perchè è particolarmente concentrato nella fascia atlantica dell'Europa nord-occidentale, partendo dalla costa nordatlantica della penisola iberica, passando per le isole britanniche per arrivare nello Jutland e in Scandinavia.

E' l'impronta genetica tipica dell'aplogruppo R1b1a2 R-M269 ed è caratteristica di alcune subcladi come la L21. Confrontando il modale dei partecipanti al progetto L21+ di FTDNA con quello di King Tut la GD si abbassa a 6.

Occorre anche considerare che la GD più alta = 2 è per il DYS439, che è un marker che cambia molto velocemente attraverso le generazioni soprattutto confrontando un campione di un soggetto che visse più di tremila anni fa.

Una GD = 5 o 6 confrontando 25 marker STR Y-DNA, significa che i due soggetti presi in esame non sono parenti in senso genealogico (1-15 generazioni), ma che molto probabilmente condividono un comune ancestore nel lungo periodo che possono essere anche alcune migliaia di anni. Una GD = 2 significa che i due soggetti sono imparentati soprattutto se condividono lo stesso cognome.

Di questo retaggio resta traccia nella religione degli antichi egizi nel culto del dio Osiride, chiamato anche "il bel dio dell'occidente", signore dei morti e protettore della vegetazione. Il mito di Osiride, probabilmente fa riferimento ad una persona realmente esistita e probabilmente deceduta per morte violenta.

Dalla storia dei faraoni emerge anche come essi appartenessero ad una ristrettissima cerchia e fossero costretti per mantenere la purezza della propria stirpe ad incrociarsi tra di loro. Lo stesso faraone Tutankhamon sarebbe stato frutto di un rapporto incestuoso tra un fratello e una sorella entrambi figli di Amenophis III e della sua prima moglie.

A questo potrebbe essere legata la debole costituzione che fu fatale al faraone adolescente.

Il concetto di stirpe pervade tutta la storia dei faraoni. Si pensi ai complessi rituali di imbalsamazione che venivano fatti allorquando un faraone moriva, la preparazione per la vita eterna ricalcava il mito del progenitore Osiride. Secondo la leggenda Osiride fu fatto a pezzi dal crudele fratello Seth. Iside sorella e sposa di Osiride andò ai quattro angoli dell'Egitto per ritrovarne le parti e poter ricomporre le spoglie dell'amato fratello, in questo fu aiutata dal figlio Horus che perse un occhio.


Mummia di Hatshepsut - Museo del Cairo

Alla morte di Tuthmosis II, colui che diventerà uno dei più grandi faraoni d'Egitto Tuthmosis III è ancora poco più di un bambino, troppo giovane per salire sul trono d'Egitto, al suo posto regnerà per un lungo periodo (1479-1458 a.c.) Hatshepsut figlia di Tuthmosis I e sorellastra di Tuthmosis II.

La sua mummia fu ritrovata dall'archeologo Howard Carter nella sua campagna di scavi della primavera del 1903 in una tomba catalogata con la sigla KV60, ma non essendo una tomba reale, alle spoglie non fu data una grande importanza. Solo recentemente è stata ritrovata la sua mummia, come si può notare dalla foto, la donna aveva una peculiarità genetica molto rara, aveva i capelli rossi il che conferma le sue origini ancestrali e l'appartenenza della stirpe dei faraoni della XVIII dinastia all'aplogruppo R-M269 e giustappunto il gene responsabile dei capelli rossi è un tratto peculiare per questo aplogruppo

E quindi a questo punto è lecito concludere che King Tut appartenesse all'aplogruppo R1-L21. Ma cosa ci faceva questo aplotipo nell'antico Egitto della XVIII dinastia?

Una possibile risposta è che quell’aplogruppo sia parte del retaggio genetico della stirpe del graal su cui Progetto Atlanticus concentrerà i propri sforzi per meglio tracciare quelle linee dinastiche che dai cro-magnon atlantidei antidiluviani arriva fino all’aristocrazia e all’oligarchia elitaria contemporanea, cercando di partire dalle radici dell’albero: la genealogia anunnaka proveniente da Marte.

Costoro, tra i quali possiamo ben identificare personaggi come Enki, Enlil, Inanna, Marduk e Ishkur, rappresentano l’elite genealogica anunnaka, con tutta probabilità caratterizzata da particolari elementi genotipici esogeni al pianeta e pertanto generanti fenotipi recessivi come possono essere il fattore Rh negativo piuttosto che il gruppo sanguigno zero.



Dall’incrocio tra Anunnaki e Sapiens, possiamo ipotizzare sorgere i semi-dei ricordati con nomi diversi nei miti di tutto il mondo e fautori della civiltà madre atlantidea. Sono essi i Nephilim riconducibili agli adamiti (ovvero ai figli di Adamo) rifacendoci alla descrizione biblica, caratterizzati da peculiari caratteristiche fisiche: capelli rossi o biondi, occhi azzurri o verdi.



Dobbiamo pertanto spendere alcune parole sui discendenti di Adamo divisi nei due rami di Caino e di Set, il quale sostituì Abele quale dopo che quest’ultimo venne ucciso.



Dopo averci detto che “Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch egli divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio” nella terra di Nod, misteriosa regione a Est di Eden, la stessa dove fu confinata Lilith la quale secondo alcuni sedusse Caino dando origine alla sua discendenza.

Il testo biblico ci informa di quel che fecero nel giro di cinque o sei generazioni alcuni discendenti diretti del fratricida: Iabal “fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame”, suo fratello Iubal fu “il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto”, mentre il fratellastro Tubalkàin fu “fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro”.

In altre parole, la figura di Caino assurge al rango prestigioso di iniziatore della civiltà urbana e di creatore - sia pure attraverso i suoi discendenti - delle arti meccaniche e delle arti liberali (oggi diremmo: della cultura tecnologica e di quella umanistica).

Quello fu anche il periodo in cui i duecento “angeli” con a capo Semeyaza discesero sulla Terra sul monte Hebron insegnando agli uomini, o meglio esclusivamente ai figli di Adamo (non certo a tutti i Sapiens esistenti sul pianeta al momento), tutto il necessario per dare l’avvio a quella che noi chiamiamo civiltà.

In particolare Azazel insegnò agli uomini a fabbricare armi (spade, coltelli, scudi e corazze) ed alle donne a fare braccialetti, ornamenti, tinture e tutto il necessario per renderle più belle.

Amezarak insegnò a tagliare le piante e le radici ed Armaros insegnò la Magia ed a fare incantesimi. Baraqal e Temel istruìrono gli astrologi. Kobabel insegnò a riconoscere gli astri del cielo e Arsradel insegnò il corso della Luna ed il calendario.

Circa il ruolo di incivilitore attribuito a Caino dal testo sacro, secondo il Westermann il particolare dimostra che gli ebrei consideravano la fondazione della civiltà urbana come avvenuta prima del Diluvio, dando credito all’esistenza delle civiltà antidiluviane, e fuori della loro storia.

Come descritto nel file “Genealogia Anunnaka” che trovate nel nostro portale “Le Stanze di Atlanticus” l’umanità moderna dovrebbe discendere proprio dalla stirpe di Caino, istruita dai Vigilanti, ma decaduta dal ruolo di potere dopo il Diluvio in quanto troppo avvezza alla dispersione delle caratteristiche genetiche ‘pure’ proprie del Graal che invece vennero preservate nel ramo Sethiano dei discendenti di Adamo che comprende Noè e i suoi tre figli: Cam, Sem, Iafet



I capelli rossi sono un indizio genetico facilmente rintracciabile anche nell'antico testamento in riferimento al fratello di Giacobbe: Esaù, anche noto col nome di Edom i cui discendenti sono identificati secondo la tradizione ebraica con il popolo principale stanziatosi stabilmente per primo nella zona dell'Italia, e quindi con l'Impero Romano e successivamente con la Cristianità in generale: una delle fonti è anche Bereshit Rabbah, la raccolta dei Midrashim riguardante il primo libro del Pentateuco del Tanakh, Genesi.

"Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio, e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù." Genesi, 25,25

Vale la pena osservare come Esaù sposò Giuditta Ittita (cfr. Genesi 26,34-35), Basemath figlia di Elon, anch'essa ittita. Infatti, le origini di Roma vanno ricercate nella fuga di Enea da Troia dopo la caduta della città verso l’Italia e le sponde di Lazio e Toscana. Una vicenda collegata al misterioso popolo degli Etruschi.

C’è infatti chi sostiene che l'origine degli etruschi sia da ricercare in Lidia, Turchia anatolica meridionale, regione collegata storicamente all’arcaica inondazione del Mar Nero, al mito dell’Arca di Noè, all’origine del fenotipo “occhio azzurro”, fondamentali nella ricerca “Out of Atlantis” portata avanti dal Progetto Atlanticus.

Grazie alla genetica. La scoperta è contenuta in uno studio di Alberto Piazza, genetista dell'Università di Torino, presentato alla conferenza annuale della Società europea di genetica umana in corso a Nizza.
Piazza è andato a cercare la chiave del mistero degli Etruschi, popolo dalla cultura più evoluta rispetto ad altre etnie italiane, proprio dove stanno scritti i segreti più remoti della vita: nel Dna.

L'equipe del genetista ha analizzato il campione di molecole del codice genetico degli abitanti che vivono da almeno tre generazioni nei centri di Murlo e Volterra, due tra i più importanti siti archeologici etruschi, e a Casentino, dove la cultura etrusca è stata ben conservata.

L'equipe di studiosi ha messo a confronto i dati raccolti con quelli di persone di altre aree geografiche, in particolare del Nord Italia, della Sicilia, della Sardegna, della Turchia e dell'isola di Lemnos in Grecia. Ebbene, proprio il Dna degli abitanti di quell'area della Toscana è quello che più di tutti somiglia a quello dei turchi.

"Abbiamo trovato - spiega Piazza - che il Dna degli individui di Murlo e Volterra è molto più simile a quello dei turchi. In particolare una precisa variante genetica è stata trovata nel campione di Murlo e solo nelle persone provenienti dalla Turchia".

I risultati quindi sarebbero congruenti con la versione data dallo storico greco Erodoto nelle sue Storie, in cui narra che il popolo etrusco emigrò dall'antica regione della Lidia, ora parte meridionale della Turchia, spinto dagli stenti di una lunga carestia.

La metà della popolazione, sostiene Erodoto, salpò da Smirne inviata dal sovrano per cercare di trovare migliori condizioni di vita.

"Penso che la nostra ricerca - sottolinea Piazza - offra prove convincenti che la ragione è dalla parte di Erodoto, e che gli Etruschi arrivano dalla antica Lidia.

Tornando a Esaù e ai capelli rossi dei faraoni egizi, abbiamo visto in precedenza come il gene dei capelli rossi, altrimenti detto rutilismo, è il segno di una mutazione genetica avvenuta migliaia di anni fa e come questa sia un tratto tipico dell'aplogruppo R1b, del resto basta mettere accanto le due mappe della diffusione dell'R1b (Y-DNA) e la mappa della diffusione percentuale dei capelli rossi in Europa (Fonte Eupedia.com) per vedere come queste siano strettamente legate.


Mappa della diffusione dell'aplogruppo R1b in Europa


Mappa della diffusione dei capelli rossi in Europa

A questo punto facciamo un salto di diverse migliaia di anni indietro nel tempo rispetto agli anni di Akenaton.

Nei laboratori del Max Planck Institute di Lipsia l'equipe del Dott. Svante Paabo ha da poco terminato la campionatura completa del genoma dei Neandertal ricavato dalle ossa degli scheletri ritrovati in alcuni siti archeologici, gli esiti di questa ricerca sono disponibili pubblicamente scaricando la relativa press release. Il genoma dei Neandertal è inoltre disponibile per il download sul sito dell'Istituto per ulteriori ricerche.



Il genoma dei Sapiens ed il genoma di Neandertal coincidono al 99,9%, inoltre le due specie dovrebbero aver convissuto in Europa per 10.000-12.000 anni, dove probabilmente si sarebbero ibridate, quindi i Neandertal potrebbero essere scomparsi per la cosiddetta "estinzione per ibridazione": una forma di evoluzione abbastanza diffusa in natura che vede l'estinzione di una specie a causa della sua ibridazione con un'altra specie che ha il sopravvento.

La percentuale di DNA neandertaliano nel genoma umano (escluso quello africano che ne è privo) è del 4%.

A questo punto potremmo chiederci due cose:

1) Dato che è stato scientificamente provato che alcuni Neandertal/Cro Magnon avevano i capelli rossi e la pelle bianca, è possibile che l'R1b si sia sviluppato circa 35.000 anni fa in seguito ad una ibridazione tra e Sapiens e Neandertal/Cro Magnon da cui sono stati ereditati i geni che provocano il rutilismo (cfr. “Teoria Out of Atlantis”)?

2) Esiste una correlazione tra aplogruppo R1b, origini ancestrali celto-germaniche e ibridazione coi Neandertal?


Ci sono alcuni particolari che avvalorano questa ipotesi: sembra che l'R1b sia autoctono dell'Europa occidentale con origine nei Paesi Baschi; la diffusione segue una direzione OVEST-EST opposta a quella delle grandi migrazioni indoeuropee; la lingua basca è un ceppo linguistico a se stante (ergativo-assolutiva) e non ha analogie con nessun altra lingua indoeuropea (nominativo-accusative); queste stesse aree sono quelle dei costruttori dei megaliti e del successivo sviluppo della civiltà celtica.

Recentemente è stato pubblicato sul magazine PLOS ONE, uno studio di alcuni ricercatori italiani sui resti di un soggetto ibrido con padre Sapiens e madre Neandertal ritrovati presso il Riparo di Mezzena - Monti Lessini (VE). La ricerca è molto interessante ed ha carattere epocale perché si tratterebbe del primo ibrido di questo tipo ritrovato.

Se fosse possibile fare le analisi del cromosoma Y dei resti dell’ibrido di Mezzena si potrebbe capire la posizione di questa mutazione nell' haplotree del R1b e identificare il relativo marker, allora forse potremmo dare una conferma alla struttura dell’albero genealogico del graal.

Questo supporta la possibilità avanzata anche in alcune puntate del nostro podcast nel quale, riprendendo il passo biblico di Genesi 6,1-4) dove leggiamo:

“... C'erano i giganti sulla terra a quei tempi, e anche dopo, quando i figli di Dio s'accostarono alle figliole dell'uomo e queste partorirono loro dei figli. Sono questi i famosi eroi dell'antichità... ”

La mitologia biblica ci sta descrivendo cosa succedeva quando un "figlio di dio" si univa con una bella "figlia degli uomini" ai tempi dei ‘giganti’ ovvero durante il pleistocene, periodo caratterizzato dalla megafauna.

Anunnaki + Sapiens = Nephilim

I Nephilim antidiluviani che, se seguiamo i filoni di ricerca già affrontati dal Progetto Atlanticus dovrebbero avere avuto caratteristiche genetiche e fenotipiche ben specifiche rappresentate da:

- occhi azzurri o verdi
- capelli biondi (o rossicci come i Neanderthal)
- aplogruppi caucasici
- altezza media maggiore dello standard (come i cro-magnon)

Nephilim che sarebbero poi diventati gli "uomini famosi dell'antichità", quindi eroi, semi-dei, sovrani delle prime civiltà umane post-diluviane dando origine ai ceppi originari degli alberi genealogici dell’aristocrazia nobiliare che formano nella sostanza la cosiddetta stirpe del graal.

Ma cosa sarebbe accaduto dall'ulteriore unione tra un Nephilim e un Sapiens?!?!

Nephilim + Sapiens = ?

Possiamo pensare che:

- Nephilim + Sapiens = Nephilim di 2°livello
- Nephilim di 2° + Sapiens = Nephilim di 3°
- Nephilim di 3° + Sapiens = Nephilim di 4°
- .... = Nephilim di N°


Il che significa che l'umanità odierna è già ora in buona sostanza descrivibile come un mix di Nephilim di vario livello.

Gli Anunnaki della mitologia sumera ormai non esistono più e ciò che consideriamo Sapiens Sapiens (noi) non è altro che una diversa gradazione di DNA Nephilim. Come passare dal bianco al nero attraverso una scala di grigi.

Troviamo corrispondenze ai Nephilim antidiluviani nei leggendari Atlantidei delle tradizioni più antiche di molte razze diverse. Il gran re di prima del diluvio, per i musulmani, si chiamava Shedd–Ad–Ben–Ad, ossia Shed–Ad, figlio di Ad, o di Atlantide.

Tra gli Arabi, i primi abitanti del loro paese erano noti come Aditi, dal nome del progenitore Ad, nipote di Cam. Questi Aditi erano probabilmente gli abitanti di Atlantide o Ad–lantis

"Sono impersonati da un monarca a cui tutto viene attribuito, e che si dice sia vissuto per diversi secoli". (Lenormant e Chevallier, "Ancient History of the East", vol. II, p. 295).

Ad proveniva dal nord–est. "Sposò un migliaio di mogli, ebbe quattromila figli e visse milleduecento anni. I suoi discendenti si moltiplicarono notevolmente. Dopo la sua morte i suoi figli Shadid e Shedad regnarono in successione sugli Aditi. Al tempo di quest’ultimo, il popolo di Ad era composto da un migliaio di tribù, ognuna composta di diverse migliaia di uomini.

Grandi conquiste sono attribuite a Shedad, e si dice che gli fossero sottomessi, tutta l’Arabia e l’Iraq. La migrazione dei Cananei, il loro insediamento in Siria, e l’invasione dei Pastori in Egitto sono attribuiti, secondo molti scrittori arabi, a una spedizione di Shedad". (Ibid., p. 296).

Shedad costruì un palazzo ornato di colonne superbe, e circondato da un magnifico giardino. Si chiamava Irem.

"Era un paradiso che Shedad aveva costruito a imitazione del paradiso celeste, delle cui delizie che aveva sentito parlare". ("Ancient History of the East", p. 296).

In altre parole, un’antica, potente razza conquistatrice, che praticava il culto del sole, invase l’Arabia agli albori della storia, erano i figli di Ad-lantide: il loro re cercò di creare un palazzo e un giardino dell’Eden come quelli di Atlantide.
Gli Aditi sono ricordati dagli Arabi come una razza grande e civile.

"Essi sono rappresentati come uomini di statura gigantesca, la loro forza era pari alle loro dimensioni, e spostavano facilmente enormi blocchi di pietra". (Ibid.)

Erano architetti e costruttori. "Innalzarono molti monumenti al loro potere, e quindi, fra gli arabi, nacque l’usanza di chiamare le grandi rovine "costruzioni degli Aditi".

Ancora oggi gli arabi dicono "vecchio come Ad". Nel Corano si fa allusione agli edifici costruiti su "alti luoghi per usi vani", espressioni che dimostrano che si ritiene che la loro "idolatria fosse stata contaminata con il Sabeismo o culto delle stelle". (Ibid.)

"In queste leggende," dice Lenormant, "troviamo tracce di una nazione ricca, che erigeva grandi costruzioni, con una civiltà avanzata, analoga a quella della Caldea, che professava una religione simile a quella babilonese, una nazione, in breve, nella quale il progresso materiale si congiungeva ad una grande depravazione morale e a riti osceni.

Questi fatti devono essere veri e strettamente storici, perché si ritrovano dappertutto tra gli Etiopi, come tra i Cananei, i loro fratelli per l’origine comune".
Non manca neppure in questa tradizione una grande catastrofe che distrugge l’intera nazione Adite, ad eccezione di pochissimi che scappano perché avevano rinunciato all’idolatria. Una nuvola nera invade il loro paese, da cui procede un uragano terribile, che spazza via tutto: il Diluvio.

I primi Aditi furono seguiti da una seconda razza di Aditi, probabilmente i coloni scampati al Diluvio. Il centro del loro potere era nei dintorni del paese di Saba. Questo impero resse per mille anni. Gli Aditi sono rappresentati nei monumenti egiziani come molto simili agli stessi Egiziani, in altre parole erano una razza rossa o bruciata dal sole: i loro grandi templi erano piramidi, sormontate da edifici. ("Ancient History of the East", p. 321).

"I Sabei", dice Agatarchide ("De Mari Erythræo", p. 102), "hanno in casa un numero incredibile di vasi e utensili d’ogni genere, letti d’oro e d’argento, e tripodi d’argento, e tutti i mobili di straordinaria ricchezza.

I loro edifici hanno portici con colonne rivestite d’oro, o sormontate da capitelli in argento. Sui fregi, gli ornamenti, e le cornici delle porte, mettono targhe d’oro incrostate di pietre preziose".
Tutto questo ricorda una delle descrizioni fornite dagli spagnoli dei templi del sole in Perù. Gli Aditi adoravano gli dèi dei Fenici, ma con nomi leggermente cambiati, "la loro religione era soprattutto solare ... In origine era una religione senza immagini, senza idolatria, e senza un sacerdozio”. (Ibid., p. 325.) Essi "adoravano il sole dalle cime delle piramidi". (Ibid.) Essi credevano nell’immortalità dell’anima.

In tutte queste cose vediamo rassomiglianze con gli Atlantidei e con il fenotipo che collega tutti i protagonisti del nostro passato.

Focalizziamo l’attenzione ora a un’altra razza antica, la famiglia indo–europea, la razza ariana.

In sanscrito Adim significa in primo luogo. Tra gli indù il primo uomo si chiamava Ad–ima, la moglie era Heva. Essi si stabilirono su un’isola, che si dice essere Ceylon; lasciarono l’isola e raggiunsero la terra ferma, quando, a causa d’un sommovimento terrestre di grande importanza, la loro comunicazione con la terra madre fu tagliata per sempre. (Vedi "Bible in India").

Qui sembra di vedere un ricordo della distruzione di Atlantide.

Bryant dice: "Ad e Ada significano il primo. "I Persiani chiamavano il primo uomo "Ad–amah". "Adone" era uno dei nomi del Dio Supremo dei Fenici, da esso è derivato il nome del dio greco "Ad–one". L’Arv–ad della Genesi era l’Ar–Ad dei Cusciti, ora conosciuto come Ru–Ad. Si tratta di una serie di città collegate su dodici miglia di lunghezza, lungo la costa, piene di rovine massicce e gigantesche.

Sir William Jones fornisce la tradizione dei Persiani, sin dalle epoche più antiche. Egli dice: "Moshan ci assicura che, a giudizio dei persiani più informati, il primo monarca dell’Iran e di tutta la terra fu Mashab–Ad, che ricevette dal Creatore, e promulgò tra gli uomini, un libro sacro, scritto in un linguaggio celeste, a cui l’autore musulmano dà il titolo arabo di ‘Desatir,’ o ‘Regolamenti’.
Mashab–Ad era, a giudizio degli antichi persiani, la persona soprevvissuta alla fine dell’ultimo grande ciclo, e di conseguenza il padre del mondo attuale.

Lui e sua moglie erano sopravvissuti al ciclo precedente, furono benedetti con una prole numerosa, piantarono giardini, inventarono ornamenti, forgiarono armi, insegnarono agli uomini a prendere il vello di pecora per farne capi d’abbigliamento; costruirono città, palazzi, borghi fortificati, e intrapresero le arti e il commercio".

Abbiamo già visto che le divinità primordiali di questo popolo sono identiche ali dèi della mitologia greca, ed erano in origine i re di Atlantide. Ma sembra che queste antiche divinità raggruppate fossero note come "gli Aditya”, e in questo nome "Ad–itya" troviamo una forte somiglianza con il semitico "Aditi" e un altro ricordo di Atlantide, o Adlantis.

In considerazione di tutti questi fatti, non si può dubitare che le leggende dei "figli di Ad", "gli Adites" e "gli Aditya," facciano tutte riferimento ad Atlantide.

George Smith, nel racconto caldeo della creazione (p. 78), decifrato dalle tavolette babilonesi, mostra che vi era una razza originale di uomini, all’inizio della storia caldea, una razza oscura, chiamata Zalmat–qaqadi, o Ad–mi, o Ad–ami, ed erano la razza "che era caduta", e si distinguevano dai "Sarku, o la razza della luce".

La "caduta" si riferisce probabilmente alla loro distruzione da un diluvio, in conseguenza del degrado morale e dell’indignazione degli dèi. Il nome di Adamo appare chiaramente in queste leggende, ma come il nome di una razza, di una etnia o genalogia ben specifica, non di un uomo.

La Genesi (cap. V, 2) dice chiaramente che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina, e "gli ha dato il nome di Adam. "Vale a dire, quella gente si chiamava Ad–ami, la gente di "Ad", o Atlantide.
"L’autore del Libro della Genesi", dice Schœbel, "parlando di uomini che erano stati inghiottiti dal diluvio, li chiama sempre ‘Haadam’, ‘umanità Adamita’".

La razza di Caino visse e si moltiplicò lontano dalla terra di Seth, in altre parole, lontano dal paese distrutto dal diluvio. Giuseppe Flavio, che ci dà la primitiva tradizione degli ebrei, dice (cap. II, p. 42) che "Caino viaggiò per molti paesi", prima di arrivare nella terra di Nod.

La Bibbia non dice che la razza di Caino perì nel diluvio. "Caino si allontanò dalla presenza del Signore”, non chiamò il suo nome, le persone che furono distrutte erano i "figli di Geova". Tutto questo indica che colonie di grandi dimensioni erano state inviate dalla madrepatria, prima che affondasse nel mare.

Al di là dell’oceano si trova che il popolo del Guatemala rivendica la propria discendenza da una dea chiamata At–tit, o nonna, che visse per quattrocento anni, e per prima insegnò il culto del vero Dio, che poi fu dimenticato. (Bancroft, "Native Races", vol. III, p. 75). Mentre la famosa pietra messicana del calendario mostra che il sole era comunemente chiamato Tonatiuh, ma quando ci si riferisce ad esso come il dio del Diluvio esso è chiamato Atl–tona–ti–uh, o At–onatiuh. (Valentini, "Mexican Calendar Stone", art. Maya Archaeology, p. 15).

Si trovano così i figli di Ad (i figli di Adamo) alla base di tutte le genealogie aristocratiche più antiche di uomini, cioè gli Ebrei, gli Arabi, i Caldei, gli Indù, i Persiani, gli Egizi, gli Etiopi, i Messicani e i Centroamericani; testimonianza che tutte queste razze facessero riferimento per le loro origini ad un vago ricordo di Ad–lantis, origine dell’aplogruppo in oggetto, il cui punto di ripartenza è da ricercarsi nel Caucaso.

Con l'unica particolarità che chi appartiene ai Nephilim, ai figli di Adamo, di livello più alto, avendo preservato una 'certa' linea di sangue (o stirpe) e non avendo "imbastardito" il loro sangue con continui incroci con i Sapiens oggi, così come decine di migliaia di anni fa, sono ancora coloro che nella sostanza controllano il mondo appartenendo alla sopraccitata stirpe del graal.

E’ la Bibbia stessa in Genesi al Capitolo 10 dopo aver enucleato la ricca e complessa genealogia adamitica fino ai figli di Noè, conosciuta come Tavola delle Nazioni, a concludere dicendo

Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nei loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.

Ovvero, le famiglie dei figli di Noè vengono a rappresentare l’origine delle stirpi nobiliari che si troveranno a governare le nazioni, popoli e terre, dopo il Diluvio Universale, discendendo dall’Ararat, passando per Gobekli Tepe attraverso i popoli mesopotamici, fino alla stirpe di Abramo, che è soltanto una dei tanti rami ‘aristocratici’ discendenti di Noè, di quel Noè descritto con fenotipo particolare che lo riconduce immediatamente al cro-magnon rappresentante dell’aristocrazia atlantidea.

Stirpe di Abramo che verrà selezionata da Yahweh, uno dei Nephilim escluso dall’assegnazione di popoli e terre riconosciuta e dalla conseguente promozione al ruolo di Elohim.

Lo storico ebreo-romano del I secolo Flavio Giuseppe, nel suo Antichità giudaiche Libro 1, Capitolo 6, fu tra i primi a tentare di assegnare etnie note ad alcuni dei nomi elencati in Genesi 10 collegando i nomi che vi vengono citati con le popolazioni e le etnie dell’area mesopotamica-caucasica.



Se fossimo in grado di continuare il lavoro di Giuseppe Flavio facendo seguire a quei nomi le discendenze nel corso dei secoli successivi, attraverso la storia di popoli e imperi anche più vicini a noi come Etruschi o Romani, riusciremmo a comprendere meglio le dinamiche di potere sottese alla caduta dell’Impero Romano, alla nascita della Chiesa Romana e al ruolo di popoli come Celti, Goti, Longobardi le cui famiglie reali rappresentano anch’esse discendenze di quell’antico ceppo (e lo studio degli aplogruppi lo dimostrerebbe).

Ripartendo infatti dalla teoria Kurgan sostenuta da Marija Gimbutas possiamo ora identificare questo popolo, o meglio la stirpe reale che lo governava, come discendente da Iafet, uno dei figli Nephilim del Nephilim Noè e pertanto portatore di un particolare retaggio genetico proprio della stirpe aristocratica posta al vertice della piramide sociale dei Kurgan.   



Il modello sociale imposto vede come elementi dominanti la forza fisica e l'autorità maschile relegando la figura della donna (e della sua spiritualità) a un livello di schiavitù e di concubinaggio forzato.

L'ordine anarchico venne represso, fu introdotto il concetto di proprietà (che poi sfocerà nella monetizzazione, nel mercato) soppiantando un efficace sistema economico basato sul dono.

Da questa logica oppressiva nacque quella che la storiografia ufficiale, riconosce come la "nostra" civiltà, le prime monarchie, i primi regni... omettendo tutto ciò che di buono vi era prima in una arcadica società così come venne progettata per l'uomo da Enki, dopo il diluvio, con il processo di Rinascita, grazie alla quale ebbero origine le prime società umane, tra cui i Sumeri, appunto poi soppiantate dall'arrivo degli Indoeuropei.

E' solo dopo il loro arrivo infatti che la linea del tempo inizia a registrare gli accadimenti storici che studiamo sui libri di testo, relegando alla figura di semplici miti ciò che precedeva la storia. Una storia prima della storia, volutamente cancellata dalla storia.



Se come abbiamo detto ad Harran la tribù di Abramo (che ancora non è nazione di Israele, in quanto sarà Giacobbe a ricevere questo incarico da Dio), si divide in tre sottotribù:

- Una prima tribù, volge a sud, verso la palestina, e la Bibbia seguirà le vicende di questa, poiché da essa nascerà la nazione di Israele, prediletta dal Signore (ovvero Yahweh)

- Una seconda tribù si dirigerà a nord, risalendo il Danubio e occupando perciò la parte nord dell’Europa fino all’Irlanda dove verranno ricordati come i Tuatha de Dana.

- Una terza prenderà la via del mare dando origine a tutta una serie di popoli che saranno noti per le loro abilità guerriere tanto da venire utilizzati come soldati mercenari e guardie del corpo del faraone (Shardana) in Egitto.



osservando come questi, muovendosi per le terre d’Europa, si integrano e si mischiano con le precedenti genti indo-europee giunte da est definite nelle ricerche della Gimbutas come Kurgan allora possiamo comprendere come il retaggio genotipico e fenotipico collegato alla stirpe del Graal si sia diffuso in tutto il continente diventando sostanzialmente il fil rouge delle stirpi aristocratiche ed elitarie nella storia, anche ini popoli minori come il popolo dei Dauni i quali potevano essere imparentati proprio con gli Shardana (Notare la presenza della sillaba DAN, derivante dalla tribù di DAN) e nell’intero corpo dei popoli del mare del Mediterraneo, i cosiddetti popoli pelasgici.

All’interno di questo complesso insieme di rami del grande albero genealogico del Graal le cui radici affondano nella genealogia Anunnaka, il tronco nei patriarchi antidiluviani e nella gente adamitica (cainiti e sethiani) conosciuti con nomi diversi tra i popoli che ricordano la civiltà antidiluviana di cui essi rappresentavano l’elite come sovrani mitologici e semidei, e i rami nelle dinastie nobiliari aristocratiche che dai popoli antichi arrivano fino ai giorni nostri vi è un ramo particolare che collega, Abramo, Davide, Gesù e l’aristocrazia europea passando per Visigoti e Ostrogoti e altre delle popolazioni che sostituirono il predominio di Roma in Europa.

Emblematico a tale riguardo è il caso dei I Gonzaga hanno   legato indissolubilmente il loro nome, la loro storia e la loro fortuna alla città di cui divennero Signori da quel 16 Agosto 1328, giorno in cui il capostipite della dinastia, Luigi, con la sua astuzia e con la sua ferocia eliminò Passerino Bonaccolsi e prese possesso di Mantova.

Mantova che da quasi duemila anni custodisce fra le sue mura la più preziosa reliquia di tutta la Cristianità: il Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, il Sangue del Re dei Re, il “Sang Real”, portato a Mantova, dalla Palestina, da Longino, il soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Cristo. A seguito delle persecuzioni dei Romani lo stesso nascose nell’orto dell’ospedale per i pellegrini (ove attualmente sorge la Basilica di S. Andrea) il Sangue di Cristo, prima di essere ucciso per decapitazione il 2 dicembre del 37 d.C. Passarono diversi secoli prima che nel 804, S. Andrea, apparso in sogno ad un fedele, indicasse ove era nascosta la Reliquia; il Papa Leone III saputo della scoperta si recò a Mantova con l’Imperatore Carlo Magno ove accertò la veridicità del ritrovamento tanto che l’Imperatore riportò con sé a Parigi una particella del Preziosissimo Sangue per collocarla nella Cappella Reale.

Successivamente nel 923 o 924 le reliquie furono di nuovo nascoste temendo l’invasione degli Ungari e solo nel 1048, S. Andrea riapparve in sogno al mendicante tedesco Adalberto indicandogli dove ritrovare   la Reliquia che era stata nascosta nell’orto di S. Andrea (nel luogo in cui era posto l’ospedale dei pellegrini, dedicato poi a S. Maddalena, era nel frattempo sorto un oratorio).

Signori di Mantova in quel periodo erano Bonifacio di Canossa e la moglie Beatrice di Lorena, genitori di colei che sarà chiamata la vice-regina d’Italia Matilde di Canossa, i quali parteciparono al ritrovamento. Da quel momento e fino al 1848 il Preziossimo Sangue rimarrà ininterrottamente custodito fra le mura della chiesa di S. Andrea a Mantova.

E i Gonzaga? Essi probabilmente ritenevano di essere la “stirpe” destinata, per nobiltà, purezza, discendenza a custodire per diritto divino   il “Sang Real”.

Tale riconoscimento viene a mio parere   “consacrato” di fronte a tutte le famiglie nobili d’Europa quando l’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo, legato ai Cavalieri Teutonici e Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Dragone (si dice l’ordine cavalleresco più antico al mondo),   di ritorno da Roma dove era andato per farsi cingere della corona imperiale si ferma a Mantova il 22 settembre 1433 ad investire del titolo di Marchese dell’Impero Gianfrancesco Gonzaga e per dare ai Gonzaga un nuovo stemma araldico molto interessante, come lo descrivono le cronache di allora “…li diede uno scudo con l’arma delle quattro aquile in campo bianco, distinto da una croce rossa (n.d.a.Croce rossa patente)…”.

Ora, se   le aquile inquartate nello stemma stanno a significare la sottomissione dei Gonzaga all’Impero , neppure il maggior esperto di araldica gonzaghesca da me interpellato ha saputo rispondere alla domanda sul significato della croce rossa patente. Tutti sanno che la croce rossa patente in campo bianco era l’emblema con il quale si riconoscevano i Templari, pertanto ritengo che l’inserimento di tale segno nello stemma araldico stesse ad indicare “a coloro che sapevano” che i Gonzaga erano legati con i discendenti dell’Ordine Templare: i cavalieri del Priorato di Sion!



A rafforzamento di tale tesi bisogna dire che circa cento anni dopo, nel 1527, diventa Gran Maestro del Priorato di Sion (secondo quanto scritto nei “dossier segreti” custoditi nella Biblioteca Nazionale di Parigi) Ferrante Gonzaga, personaggio di primo piano nella storia italiana del Cinquecento, figlio di Isabella d’Este, la Signora del Rinascimento, che sarà Vicerè di Sicilia e poi Governatore di Milano per conto dell’Imperatore Carlo V e capitano delle sue truppe. Egli sarà anche il primo italiano ad essere insignito dell’onorificienza del Toson d’Oro.

Successivamente un altro Gonzaga diventerà Gran Maestro dell’Ordine del Priorato di Sion: Luigi di Gonzaga.

Vorrei soffermarmi anche in questo caso sull’importanza dello stemma araldico di questa famiglia che era costituito, stranamente, dall’insieme degli stemmi araldici delle famiglie che si erano imparentate con i Nevers ed i Gonzaga (i Cleves, i La Marck, gli Artois e poi ancora Brabante, Borgogna, Rethel, Albret-Orval, Alençon, Boemia, Aragona, Bar, Sassonia, fior fiore della nobiltà europea) ed in cui erano inquartati i tre stemmi araldici che indicavano una discendenza imperiale-divina: l’Aquila di Bisanzio, la Croce di Costantinopoli e la Croce di Gerusalemme.

Se prendiamo atto che l’araldica in quell’epoca era un “scienza esatta” e che niente veniva inserito negli stemmi senza un preciso significato, occulto o palese, possiamo capire l’importanza di quanto sopra descritto e ad ulteriore conferma di quanto detto, vorrei citare la conclusione tratta da F. Cadet de Gassicourt e dal Barone Du Roure de Pauline nel loro libro “L’ermetismo nell’arte araldica” (Ed. Arkeios): “…che, anche per tutte le armi la cui origine ci è attualmente sconosciuta, un’idea abbia per forza dovuto presiedere alla loro scelta…Partendo dunque dal principio che nel Medio Evo molti personaggi, non dei minori, fossero affiliati a sette occulte - Templari, Rosacroce, antichi massoni, ecc.- abbiamo supposto, non senza verosimiglianza, che la maggior parte dei membri di quelle società segrete abbiano nel loro blasone dei simboli che permettessero di farsi riconoscere fra di loro, senza fare scoprire ai profani ciò che doveva restare nascosto…”

I Gonzaga, inoltre, si dichiaravano discendenti dalla stirpe merovingia. A riprova di ciò alcuni anni fa fu battuto ad un asta un gigantesco albero genealogico dei Gonzaga che iniziava indicando come capostipite addirittura Genebaldo, antenato di Meroveo fondatore della dinastia merovingia, appartenente alla stirpe dei Franchi Sicambri, Primo duca dei Franchi Occidentali, morto nel 356 o nel 358.E’ chiaro che il discendere dalla stirpe merovingia era importantissimo per i Gonzaga, poiché se i Merovingi discendevano direttamente dalla stirpe di Gesù Cristo ( come è anche teorizzato nel libro di Baigent, Leigh e Lincoln: “Il Santo Graal”) allora anche nelle vene dei Gonzaga scorreva il “Sang Real”,quindi si sentivano legittimati a   custodire il “Preziosissimo Sangue” .

Numerosi altri sono gli elementi di collegamento fra i Gonzaga ed il Santo Graal,basti pensare all’attrazione che essi avevano per il primo grande romanzo della cultura occidentale, quello riguardante Re Artù ed i Cavalieri della Tavola Rotonda, ove erano presenti tre temi: La Dama, il Re ed il Graal, tanto da custodire nel loro palazzo un’importante biblioteca di codici cavallereschi e di manoscritti narranti le gesta di Lancillotto, Parsifal ed i Cavalieri della Tavola Rotonda. Oppure basti osservare visitando palazzo Gonzaga a Mantova la sala detta “del Pisanello”, così chiamata dal nome dell’autore che dipinse gli affreschi e le sinopie che coprono le pareti di questo magnifico ambiente (che sembra fosse destinato in passato a sala delle riunioni dei cavalieri più importanti del ducato oppure di qualche ordine cavalleresco sconosciuto) rappresentanti alcune scene del torneo di Louverzep tratte dal romanzo “Queste du Graal”.

L’articolo di Marcuzio Isauro “Et in Arcadia ego”, apparso sul   n. 2 di questa Rivista ed in particolare il paragrafo riguardante “I Conti di Collalto”, hanno evidenziato incredibili coincidenze fra la storia dei Collalto stessi e quella dei Gonzaga, a partire dal rapporto con Sigismondo di Lussemburgo, il Toson d’Oro, i Merovingi, oltre al fatto che le famiglie strinsero anche legami di parentela nel corso dei secoli poichè Scipione I Collalto sposò Eleonora Gonzaga e una Collalto, Silvia, si unì in matrimonio con Federico Gonzaga. Ma è soprattutto quel senso di appartenenza a quelle che io chiamo “le famiglie del Graal”, la cosa che più le unisce.

Ritengo infatti che siano esistite ed esistano tuttora in Europa, famiglie di antichissima nobiltà, legate fra di loro, oltre che da vincoli di parentela, anche da un legame fortissimo dovuto al fatto di ritenere di essere discendenti della “Stirpe Divina”, la Stirpe del “Sang Real”.

Ricostruendo l’albero genealogico di questa stirpe attraverso i secoli, sono certo, troveremo molte risposte ai quesiti che spesso rimangono senza risposta.

Fonti:
http://culturadaunia.altervista.org/culturadaunia/Gli_antichi_Dauni.html
http://bighipert.blogspot.it/
http://bighipert.blogspot.it/2013/11/le-origini-europee-dei-faraoni-degitto.html
http://bighipert.blogspot.it/2013/05/celti-possibile-una-discendenza-dai.html
http://www.latlantide.it/storia/popoli_mare.htm

Ricordiamo il sito dell'autore
http://progettoatlanticus.net

E il podcast collegato
http://atlanticast.com
 
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