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INTERVISTA A PETER KOLOSIMO

16 Maggio 2012 02.15 - Di: Sheenky - Fonte: Rivista "Tracce d'eternità" n. 18

Non solo UFO / Archeologia e storia misterica :: INTERVISTA A PETER KOLOSIMO

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 Intervista ad uno dei padri fondatori della paleoastronautica

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Un sogno che si avvera, almeno per me, da sempre estimatore di Peter Kolosimo, compianto divulgatore di quelle tematiche misteriose che ancor oggi affrontiamo su Tracce d’eternità.
Realizzare un’intervista, fuori dal tempo e dallo spazio, cercando le risposte tra le pagine di Pi Kappa, la rivista mensile che Kolosimo portò in edicola all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso.



Parole tratte direttamente dallo spazio che Peter riservava, in apertura, al colloquio con i lettori. Per immaginarci a tu per tu e farci una bella chiacchierata con l’autore di tanti libri di successo, i cui scritti hanno così influenzato quest’insana passione che nutriamo verso il mistero. Frasi aggiustate minimamente, quel tanto che basta per poter rendere scorrevole il pensiero di Kolosimo, incalzato dalle nostre domande. Tanti gli argomenti: Atlantide, i Centauri, le antiche conoscenze, la conquista dello spazio, la diatriba con Von Dakinen, il rapporto tra scienza e fantascienza. Per finire con i consigli che Kolosimo darebbe agli investigatori di oggi.
Nella speranza che questa mia fatica “taglia e cuci” possa trasmettere, almeno a qualcuno di voi, un brivido, un’emozione, quel qualcosa di indefinibile che dovrebbe stare sempre a monte della ricerca; come fosse uno stato di torpore capace di accendere la scintilla della fantasia e veicolare i nostri sogni nella realtà.
In fondo, quel che avrebbe voluto quel gran sognatore di Kolosimo.

Peter, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso compariva in edicola la tua rivista Pi Kappa, cronache del tempo e dello spazio. Conservo gelosamente ogni numero. Vuoi spiegare ai lettori di Tracce il senso di questa tua iniziativa editoriale?

Il mondo pullulava di dilettanti, pazzoidi e cialtroni che pretendevano di dichiarare guerra ad oltranza alla scienza “ufficiale”. Con PK non avevamo la minima intenzione di farlo. Uscivamo perche eravamo convinti che la scienza non è tale se non è progresso. In tutti i campi. Nella corsa allo spazio il tempo non si ferma. E non si è fermato neppure sui reperti da museo etichettati più di un secolo fa, anche se qualcuno non se ne e accorto. Uscivamo per dire basta da un lato ai maghi, dall’altro ai pontefici e ai loro dogmi. Uscivamo non per prospettare assurde teorie, ma per tratteggiare nuove ipotesi di lavoro, per aprire qualche spiraglio su mondi affascinanti e troppo poco esplorati. Qualche spiraglio, non qualche fetta d’assurdità. Con PK abbiamo cercato di far pensare, non d’imporre. E se per far pensare c’è bisogno di un sogno, ben venga il sogno. Un pizzico di fantascienza invita a riflettere, pero non si deve spacciare per scienza.

L’Associazione Studi Preistorici che dirigevi aveva per simbolo il serpente galattico. Fra l’altro la sigla ASP, in inglese, significa proprio “aspide”. Una scelta voluta?

C’era una volta un pianeta detto Hub, posto al centro dell’universo, retto da un consiglio di cui faceva parte un illustre biologo, Lucifero. Quest’insigne scienziato volle dar vita ad una razza di superuomini, ma i suoi avversari politici lo combatterono e lo vinsero, esiliandolo sul nostro globo. “Vi fu guerra in cielo. Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone (…) e il dragone, il serpente antico che e chiamato Diavolo o Satana (…) venne gettato giù sulla Terra e i suoi angeli vennero gettati giù con lui”. Questo afferma, fra l’altro, la Bibbia (Apocalisse, 12,7).
Le creature di Lucifero, i “Veglianti”, avrebbero insegnato all’uomo l’astronomia, l’astrologia, la lavorazione dei metalli e delle fibre tessili, l’agricoltura e parecchie altre cose. Ammettiamo, per assurdo, che la faccenda abbia una base di verità. Pensiamo ad un naufrago che, proveniente da un paese civile, approdi in un’isola popolata da primitivi. Cercherà di rendersi la vita più facile e tenderà a tornare da dove e venuto: in entrambi i casi, avrà tutto l’interesse ad insegnare agli indigeni quanto conosce. E sarà per loro il “dragone gettato sulla Terra”. Prima del racconto biblico il serpente non e mai stato in alcun luogo ed in alcun tempo segno d’insidia e di perfidia. E stato, anzi, simbolo della creazione, dell’infinito, forse del volo. Già negli anni Settanta del secolo scorso sapevamo che la maggior parte delle galassie aveva la forma del serpente avvolto a spirale. Ma troviamo la stessa figura presso tutti i popoli di un remoto passato, incisa sulla roccia, disegnata, fatta statua. Esistono indubbiamente legami tra figli di tempi immemorabili e l’universo. Con Pi Kappa cercavamo effettivamente di scoprire le gesta di questi naufraghi nostalgici o avventurieri dell’oceano spaziale.

Puoi spiegarci come ti poni di fronte alla scienza e come questa può “convivere” con la fantascienza?

La scienza può e deve attendersi moltissimo dalla fantascienza.
Tesori di fantasia da cui non e raro veder scaturire lo stimolo a nuove conquiste, geniali intuizioni che possono fornire la chiave – cercata a lungo, invano, in altre direzioni – alla soluzione d’un difficile problema tecnico, elaborazioni in chiave letteraria di temi scientifici, tali da indurre menti necessariamente concentrate in campi piuttosto aridi a non trascurare l’elemento più importante, quello umano, con il suo bagaglio di speranze e di timori, d’audacia e di riflessione, di reazioni imprevedibili. Ma la fantascienza non deve pretendere di diventare cronaca, e tanto meno scienza. E noto che a porre in una luce assurda ed assai poco lusinghiera gli studiosi di alcuni appassionanti problemi apparentemente confinanti con l’incredibile, sono stati proprio scrittori di science fiction, usi a prendere un po’ troppo sul serio i loro parti letterari. Il compito più nobile e più bello della fantascienza e di preparare l’umanità ai nuovi orizzonti schiusi dalla scienza. L’esplorazione cosmica, ad esempio, va considerata come una nuova, inevitabile fase dell’evoluzione scientifica e tecnica, alla quale non potremmo rinunciare senza compromettere per sempre le sorti del nostro genere. La fantascienza può e deve costituire il grande punto d’incontro fra scienza e umanità, nella poesia.

Su Pi Kappa c’era una bella rubrica intitolata “Così inventammo il futuro”, in cui si cercava di far luce su scoperte ritenute fino ad allora inspiegabili. Rimane comunque oscura l’origine di altre stupefacenti nozioni possedute dai nostri antenati, riguardanti soprattutto il cosmo. Che ne pensi?

Per quanto si cerchi d’indagare a fondo nella storia della scienza, le conoscenze astronomiche di molti “avventurieri del progresso” (il filosofo Anassimene, Pitagora, Democrito di Abdera, Archimede e Talete di Mileto, questo per fare degli esempi), restano avvolte nel mistero. C’e chi vede in queste straordinarie conoscenze le briciole del retaggio lasciato da favolose, antichissime civiltà, chi pensa ad “influssi esterni”, chi collega le due ipotesi. In verità non ne sappiamo nulla. Un moderato scetticismo e quindi comprensibile. Proprio com’è inaccettabile, dal canto opposto, una negazione aprioristica.

Stiamo ancora cercando l’esatta collocazione della mitica Atlantide.
Te la senti di darci dei suggerimenti?


Gli errori di Platone sono certo molti, alcuni suoi concetti espressi in maniera per noi discutibile, ma la sua descrizione della terra scomparsa e inequivocabile: “Oltre quelle che ancor oggi si chiamano Colonne d’ercole si trovava un grande continente, detto Poseidonis o Atlantis”.
Platone aggiunge che era “più grande dell’Asia e della Libia prese assieme”. E' chiaro che le definizioni geografiche del
400 a.C. non corrispondevano a quelle odierne, ma e altrettanto evidente che l’Asia e la Libia “di allora”, messe insieme, dovevano coprire una superficie ben maggiore, ad esempio, dell’isola di Creta. Ogni tanto viene rispolverata la teoria di un archeologo greco secondo il quale Atlantide dovrebbe   essere identificata in Santorini e le famose “colonne” in non sappiamo bene quale passaggio tra isola ed isola. In realtà, circa la posizione di Atlantide, Teopompo di Chio, vissuto nel IV secolo prima della nostra era, concorda appieno con Platone, ponendola “molto al di la delle Colonne d’Ercole, ai margini dell’Oceano”. Le “Purana” indiane parlano di una “grande terra, molto potente” estesa su quello che e ora l’Atlantico; il “Mahabharata” fa la storia di “sette grandi isole del Mare d’Occidente” e non dobbiamo dimenticare le tradizioni americane: riferendosi alla “patria degli antenati”, narrano di Aztland, Atlan o Nahoatlan (che significa “terra fra le acque”), descrivendole sempre come un’estesa zona “posta un tempo la dove sorge il Sole e dove
ora non c’e che acqua”. Seguendo le indicazioni fornite da Platone, il geologo russo D.Zirov descrive Atlantide come un paese montagnoso ed effettivamente c’è un gigantesco sistema montagnoso che si stende da un circolo polare all’altro, passando quasi al centro dell’Atlantico. Tale sistema ha una soluzione di continuità nelle vicinanze dell’Equatore. Secondo Zirov si può parlare di due catene, quella Nordatlantica nell’emisfero settentrionale e la Sudatlantica in quello meridionale: secondo lui l’Atlantide di Platone ha a che fare con la prima catena. Potrei aggiungere numerosi altri elementi attendibili che depongono a favore dell’esistenza di un vasto arcipelago nell’Atlantico, ma non voglio ripetere quanto ho già riferito nei miei libri.

Hai conosciuto personalmente Kurt Marek, meglio conosciuto con lo pseudonimo C.W. Ceram, scomparso nel 1972. Parlaci di lui.

Ceram aveva capito che non era allineando un reperto accanto all’altro, etichettandoli, disponendoli in bella vista nelle vetrine dei musei o nelle pagine di pretenziosi volumi che si poteva ricostruire, sia pure a grandi tratti, la storia dell’umanità. Ceram e stato il padre della storia dell’archeologia, ha aperto ai suoi lettori le porte dei musei, gli ingressi alle zone di scavo, di ricerca, ha spronato gli studiosi ad abbandonare sistemi d’esposizione sterili, se non controproducenti, ne ha indotto molti a trasformarsi, come lui, in “cronisti del passato”. Prima di Ceram, non sapevamo niente della civiltà cretese, di quella troiana, di quella egizia, tanto per ricorrere a qualche esempio tra i più noti. Sui testi scolastici, fino ad allora, avevamo appreso elementi fiabeschi. E stato Ceram a spingerci a guardare oltre il mito, a ricordarci come ogni leggenda sia nata e si sia sviluppata da un nucleo reale. Lo scrittore tedesco ci ha insegnato a “sognare la scienza” e l’unico appunto che gli si potrebbe muovere e quello di essere stato forse troppo prudente nelle sue affermazioni.

Veniamo a un argomento che ti ha sempre infastidito, anche se non ne hai parlato molto. Alcuni sostengono tuttora che il tuo omologo Erik Von Daniken abbia iniziato ad occuparsi delle tematiche misteriose prima di te, e comunque attingendo dagli stessi autori (Horbiger, Bergier, Charroux e Homet).

Non mi piace impegnarmi in polemiche personali ma, visto che alcune volte sono stato chiamato direttamente in causa, credo di dover rispondere una volta per tutte. Il primo libro del Dakinen e uscito in edizione tedesca nel 1968   ed il secondo l’anno dopo. Per quel che mi riguarda, “Il pianeta sconosciuto” e uscito nel 1959, “Terra senza tempo” nel 1964, “Ombre sulle stelle” nel 1966 e “Non e terrestre” nel 1968. Il fatto che io abbia attinto a numerosi autori per esporne, commentarne e discuterne le idee, e verissimo e mi sembra del tutto ovvio: non posso certo dialogare con me stesso. Ma un conto e richiamarsi ad altri studiosi, citandoli scrupolosamente, ed un conto pescare a piene mani da volumi editi in precedenza, appropriandosi delle scoperte e delle teorie altrui. A titolo di esempio, se si desidera maggiori testimonianze sulle “ricerche” equadoriane dello svizzero, e sufficiente leggere il settimanale “Stern” che all’epoca, per primo, fece luce su certi penosi retroscena.

I tuoi lavori sono fortemente impregnati di racconti mitologici.
Cosa pensi fossero quelle creature passate alla storia come centauri?


Gli antichi Greci consideravano i centauri a volte bellicosi e feroci, a volte saggi e virtuosi, sostenendo che i loro antenati furono alternativamente alleati e nemici di questi strani esseri. Nei centauri potrebbero essere identificati i guerrieri sciti, caucasici ed iranici che, addomesticati a cavalli prima degli Ellenici, penetrarono nel Mediterraneo nel III millennio a.C.
Omero non parla dei centauri come dei mostri per meta equini, ma semplicemente di uomini “pelosi e violenti”. La mitologia ci prospetta l’origine di tali esseri con curiose leggende: in una di queste, un certo Issone cerco di sedurre Era, sorella e sposa di Zeus, e quest’ultimo, deciso a condannare l’impudenza dell’intraprendente individuo, gli
gioco un tiro ben poco simpatico: foggiò una nuvola a somiglianza della moglie e lascio che Issone la possedesse. L’aspirante conquistatore si vide anche regalare un rampollo orribile, dagli istinti bestiali: appunto Centauro, il quale
unitosi con le cavalle del monte Pelio, diede il via alla bella razza che porta il suo nome. Desta stupore, semmai, che anche per i Maya i divini figli delle nuvole erano tutt’altro che rari e per gli antichi abitanti di San Agustin, in Colombia, scese dal cielo una mostruosa creatura che aveva la testa umanizzata di un’aquila a quattro zampe.

Si continua, ancor oggi, a parlare di un ipotetico decimo pianeta del nostro sistema solare. Che ne pensi?

Di questo “ospite invisibile” ne parlava già Urbain Leverrier, scopritore di Nettuno, nel 1860 (in realtà Leverrier scoprì Nettuno, precedendo d'un soffio Adams, nel 1846, non nel 1860 NDR). Il direttore dell’osservatorio di Parigi, discutendo di Mercurio, si disse convinto che questo pianeta non obbediva alle leggi cosmiche, attribuendone l’irregolarità alla presenza di “uno o più piccoli corpi celesti” con un’orbita interna a quella di Mercurio stesso. Il decimo pianeta, battezzato Vulcano, secondo Leverrier sarebbe distante tredici milioni di miglia da Mercurio ed avrebbe un periodo di rivoluzione di diciannove giorni e diciassette ore. L’astronomo brasiliano Liais asserì che Vulcano sarebbe transitato sulla faccia visibile del Sole il 3 aprile e il 6 ottobre di ogni anno, mentre altri astronomi (Wolfe, Weber, Watson e Smith) fecero osservazioni analoghe nella seconda meta del XIX secolo, durante l’eclissi solare del 29 luglio 1878. I detrattori di Vulcano sostengono che si tratta solamente di macchie solari o di comete ma ad analoghe conclusioni e giunto, ai miei tempi, Henry Courten, il quale sostenne nel 1971 che ad appena quattordici milioni di chilometri dal Sole dovrebbe orbitare un corpo dal diametro di circa ottocento chilometri (Tuttavia, Vulcano non fu mai osservato effettivamente ed è considerato una leggenda metropolitana, perché nacque teoricamente per spiegare il cosiddetto avanzamento del perielio di Mercurio; un avanzamento che, dal 1919 in poi, è stato sperimentalmente attribuito alla gravità solare NDR). Secondo Joseph Brady dell’Università della California, i pianeti del nostro sistema solare sarebbero addirittura undici: nel 1972 ne ha, infatti, ipotizzato l’esistenza con calcoli matematici effettuati al computer e basati sulla deviazione della famosa cometa di Halley. Il “Pianeta X” dovrebbe essere trenta volte più grande della Terra, distante cinque miliardi di chilometri da Nettuno, con un’orbita completata di cinquecento dodici anni (Il "Pianeta X", tanto caro a Lowell, potrebbe esistere ma oggi persistono molti dubbi. Si può approfondire ai seguenti link: http://fuffologia.blogspot.it/2011/09/adee-i-pianeti-perduti.html e http://www.astronomia.com/2011/02/21/tycheha-le-ore-contate/ NDR). Per finire, anche il sovietico Savelij Hamburg, nel 1971, sosteneva che oltre a Vulcano e al “Pianeta X”, potrebbero forse trovarsi all’estrema, sconosciuta periferia del sistema, altri due corpi celesti. Gli studi di Hamburg sulle leggi di strutturazione cosmica, proverebbero la presenza di altri tre satelliti attorno a Giove e altri cinque attorno a Saturno. Sempre ai miei tempi, qualcuno parlava di un minuscolo inquilino del Sole, situato tra la Terra e Venere, forse con un’orbita regolare o forse senza fissa dimora: un asteroide vagabondo, insomma. “Il safari spaziale” continua.

Chiudiamo questa chiacchierata, fuori dal tempo e dallo spazio, con qualche consiglio che daresti ai ricercatori di oggi.

La scienza e progresso. Ricordiamo che senza verifica, senza rettifiche, senza il coraggio di rinnegare quanto ieri ci sembrava inconfutabile, senza la caparbietà ragionata d’insistere su nuove ipotesi di lavoro, non vi può essere progresso.
 
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