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DEI, RAZZE UMANE ED EVOLUZIONISMO

29 Agosto 2012 01.59 - Di: Sheenky

Non solo UFO / Archeologia e storia misterica :: DEI, RAZZE UMANE ED EVOLUZIONISMO

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 Uno degli interrogativi che mi sono portato dietro per anni riguarda il dimorfismO razziale

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Articolo di "Il Pensatore"
Fonte: http://www.sentistoria.org/index.php/articoli/cat_view/34-italiano/52-il-pensatore

Questo lavoro prende le mosse dalla prima E-mail che ho inviato al professor Malanga.
Uno degli interrogativi che mi sono portato dietro per anni riguarda il dimorfismo
razziale, congiuntamente all'apparente origine, in una zona abbastanza circoscritta
dell'Asia a sud-est del Caucaso, di tutte le maggiori migrazioni nella storia dell'umanità.
Come illustrerò di seguito, i vari popoli che hanno popolato l’Eurasia iniziarono il loro
cammino, in momenti diversi, da una zona che può essere identificata con una buona
approssimazione.
L'aspetto affascinante è che, pur avendo un punto di partenza comune, presentavano
fattezze diversissime: insomma, una morfologia somatica (comprendente, quindi,
anche la struttura scheletrica) tutt’altro che uniforme.
Quando ne chiedevo ragione, ai tempi del liceo e, successivamente, all'università, mi
veniva risposto in vari modi, ma, tutto sommato, simili: variazioni di dettaglio nell'ambito
del binario costituito dall'evoluzione della specie Homo, scherzi di madre natura e così
di seguito.
Differente era il commento che potevo trovare in ambito cattolico; ricchezza
dell'amorevole fantasia di Dio che si protrae ben oltre il momento della Creazione.
Fin dall'inizio trovai queste spiegazioni insoddisfacenti e ‘di comodo’, ma la loro
insufficienza si accrebbe mano a mano che procedevo nello studio dell'antropologia
culturale e della mitologia comparata. Cominciai, quindi, a fare delle considerazioni
che, nel campo delle cosiddette scienze sociali (e, più in generale, di quelle
umanistiche) impediscono qualsiasi tipo di carriera accademica: caddi nell'eresia
metodologica e concettuale, incamminandomi in studi eterodossi.
Corroborato anche dall'esistenza dei cosiddetti "manufatti fuori posto”, cioè gli
OOPART, incominciai a ritenere plausibile l'intervento di esseri evoluti e non terrestri
nella nostra storia. Ovviamente, trovai elementi molto interessanti nella cosiddetta
archeologia misteriosa e nell'ufologia, ma quello che mi mancava era il riscontro
prettamente tecnico, ovvero una conferma basata su studi condotti da persone
preparate in chimica, o fisica, oppure genetica. Qualche mese fa, durante le mie
navigazioni in rete, mi imbattei nell'articolo del prof. Malanga intitolato Creazione,
Evoluzione, Estinzione? Sopravvivenza, quindi gli scrissi.
Nel presente lavoro mi soffermerò a lungo sulla Bibbia, in quanto tale opera ha il
vantaggio di essere il tessuto connettivo delle cosiddette tre religioni monoteistiche
attuali e per il fatto che le sue radici affondano nei millenni passati; inoltre, che ci
piaccia o no, essa è la base di ciò che noi siamo oggi.
Mi rivolgerò anche alla religione Indù, utilizzando soprattutto il poema sacro
Mahabarata (anche questa è opera antica di millenni e preziosa per quasi un miliardo
di induisti), nonché alla mitologia egizia e ad alcune tradizioni degli Indiani d'America.
Questo lavoro può essere visto come il primo capitolo del disvelamento di una storia
nascosta, narrata apparentemente per tutti, eppure in alcuni punti esposta in modo
sommesso, quasi a denti stretti, ed in altri, invece, deliberatamente occultata dai suoi
stessi autori.
Non espongo nessuna mia scoperta personale, o tutt'al più scopro l’acqua calda,
poiché analizzo dati sensibili che sono alla portata di tutti: basta solo leggere qualche
buon libro ed usare azzeccate parole-chiave in Internet. Qui ritengo di avere fatto un
lavoro sufficientemente buono nello studio delle religioni e della storia; non mi sono
spinto troppo oltre nel campo filologico unicamente perché non ho i testi in lingua
originale a portata di mano. Riporterò ampie citazioni di altri autori, perché in alcuni
punti fondamentali voglio che il lettore non abbia il benché minimo dubbio sulla
correttezza delle argomentazioni, cioè non voglio che, su questioni che stridono
fortemente con il senso comune o con quanto viene dato per assodato dalla cultura
dominante, mi si attribuisca una sbagliata interpretazione. In riferimento alla Bibbia,
nonostante ci siano altre versioni più valide, la traduzione qui usata è quella canonica
(però molto errata da un punto di vista etimologico) della Conferenza Episcopale
Italiana - CEI, dato che è più facilmente reperibile da parte del grande pubblico. Una
nota esplicativa in riferimento alle citazioni bibliche; per esempio 2° Re 18, 1/8 significa
che mi sto riferendo al secondo Libro dei Re, capitolo 18, versetti dal primo all'ottavo.

Elohim disse - Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza...
Bibbia, Genesi 1, 26

UTILITà DELL’ESEGESI BIBLICA
Anche il cattolicesimo, obtorto collo, ha accettato (non prima del Concilio Vaticano II) i
risultati ottenuti dalla critica (o analisi) letteraria, cioè lo studio esegetico condotto da
parte di studiosi cristiano-protestanti sulla Bibbia. Questa ricerca venne iniziata in
Germania, Francia ed Inghilterra sul finire del secolo XVII e, già all’inizio del XIX, aveva
portato a risultati notevoli. In sintesi è stato appurato che la Bibbia venne scritta in
periodi diversi e raggruppabili in tre fondamentali tradizioni che hanno raccolto ed
elaborato preesistenti fonti orali.

Tradizione iahvista, in quanto i suoi redattori usano, riferendosi a Dio, il nome proprio
Yahvé. La redazione inizia all’incirca negli ultimi anni del regno di David, nel 900 a.C.

Tradizione elohista, per il fatto che viene usato il sostantivo al plurale Elohim, a
partire dal periodo coevo alla caduta del regno di Israele (al Nord, sottomesso dagli
Assiri all'incirca nel 722 a.C.), da parte dei redattori del regno di Giuda (al Sud).

Tradizione sacerdotale, che inizia con l'esilio dei Giudei (cioè gli abitanti del regno di
Giuda) in Mesopotamia, dopo la conquista di Gerusalemme ad opera di
Nabucodonosor, re di Babilonia, nel 587 a. C.. Tale tradizione compilatoria continua
sino ai tempi del principato di Ottaviano Augusto, quando la Palestina è una provincia
romana.

Grazie alla critica letteraria, in primo luogo, viene sfatata l'immagine di Mosè quale
compilatore unico dei primi 5 libri (il Pentateuco). addirittura nel XIII secolo a.C., inoltre
si capisce che la redazione è avvenuta con modalità simili a quelle che hanno portato
alla stesura della maggior parte degli altri antichi testi sacri: mi riferisco agli induisti
Mahabarata e Ramayana ed, almeno in parte, ai greci Iliade ed Odissea, solo per
citare qualche esempio. In pratica, tanto per intenderci, il redattore Y del 550 a.C. (in
questo caso appartenente alla tradizione sacerdotale) non solo aggiorna la Bibbia con
gli avvenimenti a lui contemporanei (e successivi, ad esempio, ai libri di Geremia, che
parlano degli avvenimenti della caduta del regno di Giuda), ma mette la mano nei
cinque libri che formano il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri,
Deuteronomio), facendo delle interpolazioni in alcuni ed addirittura riscrivendo interi
capitoli. Insomma, ad un nucleo primigenio si sono sommati strati concentrici, in cui gli
autori successivi sono intervenuti massicciamente nella rielaborazione di avvenimenti
appartenenti a periodi anche di molto antecedenti e, pertanto, narrati da altri autori.
Questa esposizione ci aiuta (oltre che a capire come vi siano tante apparenti
contraddizioni ed incongruenze, a volte sanabili a volte no, nonché a contestualizzare
le varie ideologie che emergono in ben determinati periodi storici) a trovare una pista
per affrontare lo studio dell'intervento alieno testimoniato a più riprese nella Bibbia.
Più avanti vedremo come.

IL PERIODO DEI PROGENITORI
Grazie, si fa per dire, ai Raeliani, a partire dal 1973 si è abbastanza diffusa, presso
l'opinione pubblica, la notizia che il primo sostantivo con cui inizia il versetto 26 del
primo capitolo del libro Genesi è declinato al plurale: Elohim, cioè Dei, mentre Eloha
sta per Dio nella declinazione al singolare (in effetti la Bibbia inizia con la frase
Bereshit bara Elohim tradotta con In principio Dio creò).
Nel 1976, Zecharia Sitchin pubblicò. negli USA. l'opera The 12th Placet, che in Italia è
stata tradotta solo nel 2000 (Il Pianeta degli Dei, Piemme), dove si affronta anche il
problema posto da tale sostantivo. Prima di quelle date, lo studioso italiano poteva
trovare approfondimenti solo nell'ambito dell'esegesi, in riferimento ai molti nomi della
divinità biblica.
In ebraico la desinenza him è sempre plurale (la radice del sostantivo è Eloh, che
rimane sempre invariata). A questo Ebrei e Cristiani rispondono che i predicati verbali
che fanno seguito ad Elohim sono, quasi sempre, coniugati alla terza persona
singolare e ciò nel tentativo di ribadire che il soggetto agente è individuale: Dio stesso.
Ebbene, un sostantivo al plurale può essere concettualmente reso con un nome
collettivo: per esempio Gli astanti applaudirono al momento del goal può essere
legittimamente inteso come II pubblico applaudì al momento del goal ed in quest'ultimo
caso il verbo è coniugato alla terza persona singolare a seguito di un nome collettivo,
cioè che indica una pluralità di individui. Qualcosa di simile succede con il termine
greco Pantheon, che definisce il tempio (che è una costruzione singola) in cui sono
adorati tutti gli dei (della mitologia classica greco-romana); nonostante Pantheon sia
declinato al plurale (Tutti gli Dei), le concordanze dei verbi sono fatte alla terza persona
singolare.
Per la precisione lo stesso accade, ed in qualsiasi lingua oltre che nello stesso greco
antico, quando si vuole indicare in senso figurato la collettività degli dei olimpici, cioè
nell’uso comune i due sostantivi Pan Theon divengono una sola parola composta,
Pantheon appunto. Il travisamento continua pure quando si sostiene che Elohim è un
pluralis majestatis: questa formula ampollosa era completamente ignota agli Ebrei e
nessun personaggio di rilievo (che sia il Faraone, o Nabucodonosor, oppure Ciro) la
usa. Insomma, ciò che è valido per il termine composto greco è valido anche per
Elohim, che può legittimamente e correttamente essere inteso per il Concilio degli Dei
(creò l'uomo a sua immagine) e concordarlo, quindi, al predicato verbale in terza
persona singolare.

GLI ALBORI DI UNA STORIA... PRIMA DELLA STORIA
Incesti leciti ed incongruenze logiche
In base alla lettera del racconto biblico, i figli e le figlie di Adamo ed Eva si
accoppiarono tra loro e, grazie a questi ripetuti incesti, l’umanità si diffuse sul pianeta
(non scandalizziamoci, nella Bibbia troveremo altri incesti).
A parte la validità del discorso etico, che per me rimane fondamentale, l'incesto è il
mezzo d'elezione per la trasmissione delle cosiddette tare ereditarie; a fronte di
quest'ultima obiezione l'insegnante di catechesi ed il teologo rispondono che i nostri
patriarchi erano cosi vicini alla perfezione (perduta da Adamo ed Eva a causa del loro
peccato) che, nonostante l'accoppiamento tra consanguinei, i discendenti erano scevri
da deficienze di qualsiasi tipo e questo deve ritenersi valido per i figli e le figlie dei figli
di Noè (cioè i suoi pronipoti), dato che anche essi si accoppiarono tra loro per il bene
superiore: la sopravvivenza dell'essere umano.
Eh no, nella Bibbia c'è ben altro.
In primo luogo vengono nominati solo figli maschi, di femmine nemmeno l'ombra,
comunque ciò non è fondamentale.
Il grande problema è dato da quel discolaccio di Caino, che non sta quieto nemmeno
dopo aver ucciso il buon Abele. In:

Genesi 4, 13-16. [13] Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per
ottenere perdono? [14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò
nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla Terra e chiunque mi
incontrerà mi potrà uccidere». [15] Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà
Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non
lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. [16] Caino si allontanò dal Signore e abitò nel
paese di Nod, ad oriente di Eden.

Orbene, in base alla lettera dei precedenti capitoli, al momento della sua cacciata dalle
vicinanze del giardino di Eden (la coppia originaria ne è già stata espulsa) non deve
esistere altra umanità se non quella rappresentata dai suoi genitori, dato che egli ha
ucciso Abele e che il terzogenito Seth non è ancora nato. Eppure egli teme che
chicchessia possa nuocergli. Non solo, ma Dio lo rassicura che lo proteggerà
dall'attacco di chiunque imprimendogli un segno di riconoscimento e minacciando
l'eventuale offensore che sarebbe da Lui ferocemente perseguitato. è da sottolineare
che, quando si usa la denominazione - Il Paese di... - si vuole intendere che quella
località è popolata. Quindi a Nod il nostro trova moglie e costruisce perfino una città,
che chiama Enoch (l'etimologia di tale nome non è chiara e dovrebbe riferirsi alla
dedicazione di un monumento o di una città), dal nome del primo figlio; non si
costruisce una città se si deve sistemare solo la propria famiglia.
Tutto questo pone seri problemi di coerenza: nonostante parli esplicitamente solo della
coppia primordiale, lo scrittore biblico lascia chiaramente intendere l'esistenza di altri
esseri umani, pur non citandoli per nome, in territori tra l'altro vicini ad Eden.
Per ovviare a ciò una quarantina di anni fa vari teologi cattolici proposero la teoria della
poligenesi, cioè che Dio avesse creato più coppie umane (od addirittura vere e proprie
tribù) disseminandole per il mondo, ed i discendenti di queste si fossero incrociati tra
loro, ma che si fosse soffermato su di una in particolare: Adamo ed Eva.
La proposta fu stroncata sul nascere.
In una bella edizione della Bibbia (precedente al testo edulcorato della Conferenza
Episcopale Italiana, la CEI), edita dalla Casa Editrice Confalonieri (scusatemi, ma non
ricordo l’anno di pubblicazione, comunque è dell'inizio degli anni ‘60), monsignor Carlo
Marcerà (che è uno dei pochi teologi ortodossi a darsi la briga di prendere in
considerazione questa opzione, seppure per smentirla) ascrive la palese
contraddizione sopra esposta alla rudimentale conoscenza letteraria del compilatore,
sia esso Mosè od un altro sconosciuto. Marcerà assicura che la buona interpretazione
è data solo dal magistero cattolico.
Quest’ultimo e la tradizione cattolica sono le pezze che si mettono ovunque la più
elementare logica cozzi contro la contraddizione.
A riprova del fatto che gli amanuensi biblici conoscevano assai bene il corretto modo di
scrivere, basti dire che il solo cambiamento di poche lettere poteva significare anche
un cambiamento concettuale. Un esempio per tutti: nella versione letterale ebraica
Abramo si chiama, in origine, Abram (che significa padre elevato) e, successivamente
alla nascita di Ismaele, Dio gli cambia nome in Abrahamo, inserendo il sostantivo
hamon (che significa moltitudine) sotto forma di desinenza contratta, in quanto gli
promette una discendenza numerosa quanto i granelli di sabbia del deserto.
Genetica e biologia non sono affatto il mio forte, ma ho capito che, per stabilizzare
morfologicamente una specie, è più redditizio lavorare su diverse coppie anziché su
una sola. Ad esempio (sono un appassionato cinofilo), se un allevatore vuole creare,
nell'ambito di uno standard preesistente, una tipologia a suo gusto, od addirittura
creare una nuova razza canina (ad esempio il Pitbull è una razza nuovissima), lavorerà
almeno su 4 coppie ed i primi risultati realmente concreti saranno ottenuti non prima di
15/20 anni. Insomma, più è elevato il numero delle coppie capostipiti, maggiori sono i
risultati utili in tempi brevi, purché tali coppie presentino morfologie simili, come
condicio sine qua non. Quindi, è mia convinzione che vi sia stata una poligenesi ad
opera degli alieni e di ciò è presente una chiara esposizione in Genesi, capitoli 4 e 5,
nonostante il peso letterario assegnato ad Adamo ed Eva.

I VENUTI DAL CIELO
L'intervento alieno è conclamato in:

Genesi 6,1-4. [1] Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla Terra e
nacquero loro figlie, [2] i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne
presero per mogli quante ne vollero. [3] Allora il Signore disse: «II mio spirito non
resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». [4]
C’erano sulla Terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si
univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi
dell'antichità, uomini famosi.

In questi quattro versetti c’è il nostro passato ed il peso del nostro destino.
Le definizioni fondamentali sono Figli di Dio, Giganti e Uomini famosi.
La grammatica ebrea di Gesenius, di H. W. F. Gesenius, trad. di A. E. Crowley
(Oxford: Qarendon Press, 1910, pag. 418), espone:
"C'è un altro uso di ben (figlio) o beney (figli di): per denotare l’appartenenza ad una
associazione o società (o ad una tribù, e qualsiasi classe definita). Cosi beney haelohim
(figli degli Dei) Gen 6:2, 3, Giobbe 1:6, 2:1, 38:7 [...] propriamente significa non
figli del Dio (al plurale), bensì esseri appartenenti alla classe degli Elohim (Dei).
Quindi abbiamo un gruppo di esseri simili all'uomo, ma superiori, che si accoppiano
con femmine umane dando vita ad una stirpe ibrida di uomini potentissimi. Il sostantivo
Giganti è frutto di una voluta cattiva traduzione: il sostantivo ebraico è Nefilim, che è il
participio passato al plurale del verbo nefal, il quale significa discendere; pertanto la
traduzione corretta è C'erano sulla Terra i Discesi, a quei tempi [.,.].
Nefilim è da intendersi come correlato (quindi una ripetizione con in più l’informazione
dell'atto della discesa sulla Terra) a Beney ha-Elohim. Che vi siano accoppiamenti
sessuali tra extraterresti e terrestri oppure, più probabilmente, manipolazioni genetiche
in provetta, il risultato non cambia: ci fu l'avvento di una stirpe ibrida, Zecharia Sitchin
traduce, in un modo che sembra particolare ma che è, in realtà, valido, il sostantivo
shem con razzi, quindi avremo [..,] sono questi gli eroi dell'antichità, gli uomini dei
razzi, anziché uomini famosi, sottolineando l'esistenza e l’uso di mezzi atti al trasporto
aereo. Per il complesso cursus dell'etimologia di questo termine rimando al libro di
Sitchin II Pianeta degli Dei, Piemme. A chi trova troppo tecnologico il termine italiano
razzo nel contesto biblico, faccio notare che esso deriva dal latino radius, che significa
raggio, né più né meno.
In ambito esegetico cristiano si cerca di riferire Beney ha-Elohim ai discendenti di Seth,
il terzogenito di Adamo, sostenendo che egli era il seguace dei comandamenti di Dio
(come Abele, ma al contrario di Caino) e pertanto i suoi figli erano innalzati dal
compilatore biblico al rango onorifico di Figli di Dio, mentre le figlie dell’uomo
sarebbero, in senso lato, le città cananee che indussero in tentazione; riporto questo
tentativo per onore di cronaca.

Ed arriviamo al Diluvio
Il capitolo 5, intitolato Lista dei Patriarchi da Adamo e Noè, è un vero e proprio
enigma: è stato riscritto quasi integralmente dai redattori della tradizione sacerdotale,
cioè posteriormente al 587; dov’è finito il brano originale, composto probabilmente
circa 400 anni prima? Esso doveva essere di un'importanza fondamentale, dato che
riguardava la testimonianza del periodo in cui i Nefilim vivevano a fianco degli esseri
umani; inoltre in quel periodo avvenne un fatto senza precedenti e con solo due
analogie negli eventi seguenti (le assunzioni in cielo di Elia e di Gesù Cristo):
l'assunzione in cielo di Enoch (da non confondere con Enoch, figlio di Caino, sperduto
chissà dove), figlio di lared e padre di Matusalemme, nonno di Lamech e, quindi,
bisnonno di Noè.

Genesi 5, 24, dà un riassunto striminzito di un fatto che avrebbe dovuto scuotere pure
le colonne d'Ercole:

Poi Enoch camminò con Dio, e non fu più perché Dio l'aveva preso.

ovvero se l’era portato in cielo da vivo e con tutti i panni, dato che era stato un uomo
probo.
Perché meno di 20 parole per descrivere un evento unico ed assoluto?
In quali termini era scritto il capitolo quinto?
Perché viene omesso il ruolo di testimone rivestito da Enoch?
Cosa diceva il capitolo originale?
Senz'altro l’intervento della tradizione sacerdotale è massiccio anche nei capitoli fino al
nono, che conclude la saga del diluvio universale.
Però, amici miei, ciò che viene buttato fuori dalla porta principale rientra dalla finestra,
come direbbe il filosofo Immanuel Kant: a partire dal 1947, in una località a nord-ovest
del Mar Morto (attuale Cisgiordania, ovverosia il territorio occupato di West Bank,
falsamente noto come Territorio libero di Palestina), inizia una serie di importantissimi
ritrovamenti archeologici. Casualmente in quell'anno un pastorello arabo, alla ricerca
delle sue capre, scopre una serie di grotte con all’interno delle anfore piene di antichi
rotoli manoscritti, molti dei quali in buone condizioni di conservazione. I ritrovamenti
successivi, avvenuti ad opera sia di archeologi che di predatori (e, più che in un caso,
con modalità romanzesche), si protrassero fino al 1956.
Sto parlando di Qumran e dei rotoli trovati nelle biblioteche nascoste dalla comunità
essenica in undici grotte. Tra gli altri preziosissimi documenti, nella grotta n. 4 venne
scoperta l'ultima redazione dell'opera completa attribuita (ma solo convenzionalmente,
dato che è pseudoepigrafica) al patriarca Enoch: il cosiddetto Pentateuco Enochiano
(pentateuco deriva dal greco antico Penta [cinque| + Teuchos [cofanetto] in riferimento
ai cinque cofanetti che contenevano, separatamente, i primi cinque libri della Bibbia,
chiamati in ebraico Torah [Legge].
Tale opera è così composta: Libro dei Vigilanti, Libro dell'Astronomia, Libro dei Sogni,
Epistola di Enoch (ritrovati quasi integralmente), e da tre frammenti del Libro dei
Giganti (noto anche come Apocalisse di Noè), tutti e cinque compilati in aramaico.
La prima edizione analitica e commentata (tuttora fondamentale) fu opera dei semisti
J.T. Milik e M. Black, con il titolo The Books of Enoch: Aramaic Fragments of Qumran
Cave 4, Oxford, 1976. In questi libri il patriarca Enoch parla in prima persona
(addirittura dopo l'assunzione in cielo) e ci dice tutto quello che non si trova nel capitolo
quinto.
Vengono identificati, senza mezzi termini, i Figli degli dei ed i loro discendenti: i Nefilim.
I Figli del cielo sono descritti come esseri dotati di un corpo antropomorfo ma, nello
stesso tempo, sovrumano e di poteri enormi; i figli avuti con femmine umane sono
grandi come torri ed in grado di commettere atti di cannibalismo.
Vediamo alcuni brani dal Libro dei Vigilanti:

Ed accadde che aumentarono i figli degli uomini, ed in quei tempi nacquero, ad essi,
ragazze belle di aspetto. E gli angeli, figli del cielo, le videro, se ne innamorarono e
dissero fra loro: "Venite, scegliamoci delle donne fra i figli degli uomini e generiamoci
dei figli". E disse loro Semeyaza, che era il loro capo: "Io temo che possa darsi che voi
non vogliate che ciò sia fatto e che io solo pagherò il fio di questo grande peccato".
E tutti gli risposero e gli dissero: "Giuriamo, tutti noi, e ci impegnamo che non
recederemo da questo proposito e che lo porremo in essere". Allora tutti insieme
giurarono e tutti quanti si impegnarono vicendevolmente ed erano, in tutto, duecento.
E scesero in Ardis, cioè sulla vetta del monte Armon e lo chiamarono Monte Armon
poiché su esso avevano giurato e si erano scambiati promessa impegnativa.
E questi sono i nomi dei loro capi: Semeyaza, che era il loro capo, Urakibaramel,
Akibeel, Tamiel, Ramuel, Dami, Ezeqeel, Suraquyal, Asael, Armers, Batraal, Anani,
Zaqebe, Samsaweel, Sartael, Turel, Yomyael, Arazeyal. Questi sono i più importanti
dei duecento angeli e con loro vi erano tutti gli altri.

Capitolo VII. [...] E i Giganti si voltarono contro di loro per mangiare gli uomini [...]

Ma non c'è solo la conferma della proliferazione di una potentissima razza ibrida: nel
capitolo ottavo si rivela l’insegnamento della metallurgia e di arti che si sarebbero
dovute tenere nascoste:

Capitolo VIII. Ed Azazel insegnò agli uomini a far spada, coltello, scudo, corazza da
petto e mostrò loro quel che, dopo di loro e in seguito al loro modo di agire sarebbe
avvenuto: braccialetti, ornamenti, tingere ed abbellir le ciglia, pietre più di tutte le pietre
preziose e scelte, tutte le tinture e gli mostrò anche il cambiamento del mondo [...]

Inoltre, ci sono informazioni riguardo a Noè che non si trovano affatto in Genesi 5/9, i
capitolo dedicati a tale personaggio ed al diluvio.
Vediamo qualcosa tratto dal frammento Libro dei Giganti o Apocalisse di Noè, che è
l'ultima parte del Pentateuco Enochiano:

Capitolo CVI. Dopo del tempo, mio figlio Matusalemme prese una moglie per suo figlio
Lamech e costei rimase incinta da lui e generò un figlio. Ed era la sua carne bianca
come neve e rossa come rosa, i capelli del suo capo e la sua chioma erano come
bianca lana e belli erano i suoi occhi e, quando li apriva, illuminava tutta la casa, come
il sole, e tutta la casa risplendeva assai. E quando fu preso dalle mani della levatrice,
aprì la bocca e parlò al Signore di giustizia. Suo padre Lamech ebbe paura di lui e
fuggì. E venne da suo padre Matusalemme e disse: "Io ho generato un figlio diverso.
Non è come gli uomini, ma sembra figlio degli angeli del cielo e la sua creazione è
diversa e non è come noi e i suoi occhi sono come i raggi del sole: la sua faccia
risplende. Mi sembra che egli non sia nato da me, ma dagli angeli ed io temo che, ai
suoi giorni, avverrà un prodigio sulla Terra. Ed ora io, padre mio, ti scongiuro e ti prego
affinché tu vada da Enoch, nostro padre, ed ascolti da lui il vero, poiché la sua
residenza è con gli angeli". E quando Matusalemme ascoltò le parole del figlio, venne
da me, ai confini della Terra, poiché aveva udito che io stavo colà, e gridò. Io udii la
sua voce e venni presso di lui e gli dissi: “Eccomi, figlio mio: perché sei venuto presso
di me?" Egli mi rispose e mi disse: "Son venuto da te per causa di una gran cosa e per
la visione terribile per la quale mi sono avvicinato. Ora, ascoltami, o padre mio, poiché
a mio figlio Lamech è nato un figlio il cui aspetto e la cui creazione non è come la
creazione degli uomini: il suo colore è bianco più della neve e rosso più della rosa, i
suoi capelli sono bianchi più della bianca lana e i suoi occhi sono come i raggi del sole
ed egli ha aperto gli occhi ed ha illuminato tutta la casa. è stato sollevato dalle mani
della levatrice, ha aperto la sua bocca e ha benedetto il Signore del cielo. E suo padre
Lamech si è spaventato ed è corso da me e non credeva che egli fosse nato da lui, ma
quasi come dagli angeli del cielo. Ed ecco, sono da te perché tu mi annunci il vero".

Ebbene sì, Noè nasce con fattezze nordiche nel bel mezzo della Mesopotamia prediluviana,
tanto che il terrorizzato Lamech teme che sia nato da una relazione
adulterina di sua moglie proprio con uno dei temutissimi Nefilim ultraterreni (scusatemi,
ma le analogie con la nascita di Gesù, figlio di Giuseppe sono numerosissime); eppure
Dio affida proprio a Noè il compito di riprodurre la razza umana.
Alla fine del citato capitolo (che ha la stridente particolarità di presentare i nomi della
geneaologia di Noè in senso invertito), Enoch tace completamente sull’aspetto a dir
poco strano di Noè (che significa confortatore, dall'ebraico Nhm), ma rassicura suo
figlio Matusalemme (nonno del piccolo Noè):

[...] Questo figlio che vi è stato generato, egli solo resterà sulla Terra e tre suoi figli si
salveranno con lui. Quando sulla Terra moriranno tutti gli uomini, lui ed i suoi figli si
salveranno. E adesso annuncia a tuo figlio Lamech che questo che è nato è veramente
suo figlio e chiamalo Noè, perché egli vi sopravvivrà ed egli ed i suoi figli si salveranno
dalla distruzione che giungerà sulla Terra, causata da tutti i peccati e da tutta la
violenza che si compirà, ai suoi giorni, sulla Terra. E, dopo di ciò, vi sarà sulla Terra
iniquità maggiore della precedente, perché io conosco i segreti dei santi, dato che il
Signore me li ha mostrati e fatti conoscere ed io ho letto sulle tavole del cielo.
Ancora da Qumran esce un notevole rotolo, denominato Apocrifo della Genesi, in cui
Lamech dice, paventando il tradimento da parte di sua moglie Bit-Enosh:

Capitolo II: [...] Ecco, pensai allora in cuor mio, che il concepimento viene dai Vigilanti
e dal seme dei Santi e che questo bambino assomiglierà forse ai Giganti [...]

In tutti questi casi il termine aramaico da cui viene tratta la traduzione Giganti è il
participio passato di nafal, quasi identico all'ebraico Nefilim. Questo apre una serie di
interrogativi (ma ne troveremo tanti altri, purtroppo): Noè è, nella Bibbia,
indubbiamente il capostipite della seconda umanità, mentre Adamo lo fu della prima,
quindi:

a) Forse i riferimenti ad atti sessuali tra esseri umani e dei sono la banalizzazione di
esperimenti genetici?

b) è questo il segnale dell'avvento di una specie che compare ex abrupto sul pianeta,
cioè il Cro-Magnon, il quale si sovrappone al Neandertal estinto (od almeno in via di
estinzione)?

c) Oppure il bambino "fuori posto" ha a che fare con la comparsa del fattore Rh
negativo (cfr. il citato articolo di Corrado Malanga), assegnando, quindi, il ruolo di Cro-
Magnon già ad Adamo?

Zecharia Sitchin, nel suo Il Pianeta degli Dei, risponde affermativamente alla domanda
che io pongo al punto a).
Altri frammenti da Qumran parlano dei Vigilanti (e dei sinonimi, Figli degli Dei, Dei,
Giganti, Figli del Cielo, ecc.). Orbene, quello che viene taciuto dai compilatori canonici,
e che quindi non appare nella Bibbia, viene narrato da scribi di una confraternita
iniziatica, quella degli Esseni, rivali dei Sadducei e dei Farisei, discendenti ideologici
(pur se queste due ultime correnti erano tra loro rivali) dei rabbini che avevano imposto
la tradizione sacerdotale quale ultimo rimaneggiamento del testo originario.
Grazie agli Esseni (che hanno redatto il Pentateuco Enochiano in un periodo
precedente l'entrata di Alessandro il Macedone in Gerusalemme, nel 332 a. C.) si è
recuperato un testo più simile a quello che, a mio avviso, era contenuto nei capitoli
biblici primevi in riferimento al diluvio e ad un personaggio fondamentale quale Enoch.
Tra l'altro, quest'ultimo (nella sostanza che sia Enoch di persona o che tale nome
rappresenti un simbolo in riferimento ad un altro individuo o ad altri individui non
cambia assolutamente nulla) viene descritto come un addotto in stato cosciente; inoltre
si afferma più volte, nel corso dell'intera opera, che Yahvè punirà e/o perseguiterà il
genere umano anche dopo quell'evento catastrofico. Ma, evidentemente, per alcuni in
possesso del potere era meglio occultare buona parte della faccenda.

IDOLI AMMESSI ED IDOLI NON CONCESSI
Come nasce una nazione
La saga dell'Esodo si deve collocare all’incirca a metà del secolo XIII a. C.
A quel tempo, la penisola del Sinai e la Transgiordania meridionale furono un crogiuolo
di tribù seminomadi; alcune di queste erano scappate dall’Egitto, altre provenivano dal
lontano oriente mesopotamico. Al momento non è possibile individuare con esattezza
tutti i precisi luoghi d'origine, né affermare quanto sia durato il processo di
amalgamazione cha ha portato alla nascita di un popolo unitario, quello israelitico.
è possibile, però, individuare delle tappe successive, ancorandole a località contigue
lungo il percorso verso la Terra promessa:

1) Sinai.

2) Gruppo delle oasi di Kades.

3) Bassa valle del fiume Giordano (che fu la porta attraverso la quale il popolo neounitario
penetrò nella Terra di Canaan).

Lo scenario complessivo è quello della cosiddetta Mezzaluna fertile, che ha nella Terra
tra il Tigri e l’Eufrate il suo ganglio principale. Adesso è chiaro che il racconto che verte
su Abramo si riferisce solo ad una parte degli accadimenti:

Genesi 11, 27/31. [27] Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e
Aran. Aran generò Lot, [28] Aran poi morì, alla presenza di suo padre Terach, nella sua
Terra natale, in Ur dei Caldei. [29] Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di
Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch'era figlia di Aran, padre di
Milca e padre di Isca. [30] Sarai era sterile e non aveva figli. [31] Poi Terach prese
Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio, cioè, del suo figlio, e Sarai sua nuora,
moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di
Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.

Genesi 12, 4/6. [4] Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui
partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. [5] Abram, dunque,
prese la moglie Sarai e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in
Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di
Canaan. Arrivarono al paese di Canaan [6] e Abram attraversò il paese fino alla località
di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.

Questi versi, tratti da Genesi 11 e 12, pure ampiamente rimaneggiati dalla tradizione
sacerdotale, si riferiscono ad una vera e propria emigrazione che partì
dall’importantissima città sumera di Ur, oppure dai suoi immediati dintorni, in un
periodo precedente all'occupazione da parte dei clan arameo dei Caldei.
Siamo nel XIV secolo a. C.
Dunque, che sia stato veramente Abramo, o don Ciccillo, oppure mastro Geppetto ad
avere tutte quelle avventure, lo ripeto, il risultato non cambia; da un punto di vista dei
contenuti (cioè di antropologia culturale) è indifferente. Vitale è, invece, sapere che una
delle radici del popolo ebraico affonda nel cuore della politeistica ed idolatra antica
Sumer. Quindi, che Abramo sia arrivato veramente o no in Canaan e poi in Egitto non
è imprescindibile (certo è, comunque, un argomento importante da un punto di vista
delle cronache); nemmeno lo è il racconto di Giuseppe (che è la spiegazione della
permanenza dei figli di Giacobbe (cioè gli eroi eponimi delle rispettive 12 tribù ebraiche
in Egitto, formando, quindi, il substrato del racconto dell'esodo) narrato in Genesi 37,
1/36 e, successivamente, dal capitolo 39° sino al conclusivo 50°.
Ciò che è vitale per la determinazione del senso è che i transfughi politeisti di origine
sumerica subiscono l'influsso di un pensiero ben preciso, proveniente da un momento
assolutamente particolare vissuto dal grande Egitto: mi riferisco alla riforma del faraone
Amenofi IV, della XVIII dinastia, ribattezzatosi Akhenaton (Pace di Aton, oppure Aton è
Pacificato). Questo grande uomo aprì una brevissima parentesi nella storia politicoreligiosa
del suo paese: a fronte del diuturno potere vessatorio della miriade di
sacerdoti dedita a succhiar sangue al singolo ed allo Stato, spazza via fantocci e
parassiti ed impone il culto di Aton, il Disco Solare (per la precisione, già il faraone suo
padre aveva aperto la strada alla riforma), unico dio che riassume in se stesso tutte le
prerogative delle divinità più antiche. Fa togliere da obelischi e monumenti i nomi delle
vecchie divinità e riesce a sequestrare una piccola parte dei tesori ammassati nei
santuari che vengono interdetti o riconvertiti al nuovo culto, ma nel paese scoppia la
guerra civile, fomentata dal clero che non si dà per vinto. Musa ispiratrice nell'impresa
è la sua bellissima moglie, la regina Nefertiti. Il sovrano muore di una misteriosa morte
prematura (probabilmente ammazzato per strangolamento o per avvelenamento) e la
sua opera riformatrice lo segue nella tomba, le sue spoglie ancora non sono state
identificate con sicurezza. Il successore, forse suo nipote (la discendenza non è
chiara), Tutankaton (che significa Immagine Vivente di Aton) viene costretto dai
sacerdoti alla riscossa a cambiar nome in Tutankamon, per confermare la sudditanza
ai vecchi dei (in particolare all'antico culto di Amon).
Sì, è il faraone più noto al pubblico attuale, morto giovinetto a soli 19 anni.
I suoi resti mummificati presentano evidenti segni di violenza; in particolare, le
radiografie effettuate al cranio dal prof. R. G. Harrison (docente di anatomia
all'Università di Liverpool negli anni sessanta) dimostrano una grave frattura alla nuca,
inferta da un corpo contundente.
La riforma di Akhenaton ha luogo immediatamente prima dell'esodo condotto da Mosè.
Il primo autore a sostenere la sudditanza dello pseudo-monotesimo mosaico nei
confronti della riforma di Akhenaton fu Sigmund Freud, nel 1937.

IL FALSO MONOTEISMO
Vengo subito al punto: nego che la religione ebraica sia stata in origine una religione
monoteistica. Essa partì con una pluralità di dei e, dopo due tentativi di riforma in
senso monoteistico, ritornò ad essere ciò che era. Non solo: nonostante i luoghi
comuni sulla pura spiritualità di Yahvè e degli angeli, essa testimonia l'avvento di
esseri extraterresti simili a noi, ma assai più evoluti, e di altri dall'aspetto terrificante.
Qui di seguito vi dimostrerò la mia, strana ed assurda solo in apparenza, affermazione;
vi chiedo solo di seguirmi in quest'indagine a ritroso nel tempo.

Esodo 32, 1/7. [1] Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si
affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra testa,
perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che
cosa sia accaduto». [2] Aronne rispose loro: «Togliete i pendenti d'oro che hanno agli
orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me». [3] Tutto il popolo tolse i
pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. [4] Egli li ricevette dalle
loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora
dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!». Ciò
vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in
onore del Signore». [6] Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e
presentarono sacrifici di comunione. II popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò
per darsi al divertimento. [7] Allora il Signore disse a Mosè: «Va', scendi, perché il tuo
popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è pervertito. [6] Non hanno tardato
ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso,
poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: «Ecco il tuo
Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto».

Esodo 32, 19/20. [19] Quando si fu avvicinato all'accampamento, vide il vitello e le
danze. Allora si accese l'ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai
piedi della montagna. [20] Poi afferrò il vitello che quelli avevano fatto, lo bruciò nel
fuoco, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell'acqua e la fece
trangugiare agli Israeliti.

Queste estrapolazioni riguardano l'inizio e la fine del famoso episodio del "Vitello
d’Oro”, tratte dal secondo libro della Bibbia. Tale accadimento è presentato quale
manifestazione eclatante del sacro odio mosaico (e dei Leviti, dato che furono gli unici
a non peccare) per l'idolatria, insomma il monoteismo è il binario e tutto ciò che vi è di
diverso è deviazionismo eretico.
Benissimo, possiamo stare tranquilli: abbiamo a che fare con un dio geloso e vigilante
sui buoni costumi.
Ma non è così:

Numeri 21, 4/9. [4] Poi gli Israeliti partirono dal monte Cor, dirigendosi verso il Mar
Rosso per aggirare il paese di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. [5] Il popolo
disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per farci morire
in questo deserto? Perché qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo
cibo così leggero». [6] Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi, i quali
mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. [7] Allora il popolo venne a Mosè
e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te;
prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. [8] Il
Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo
essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». [9] Mosè allora fece un serpente di
rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi
guardava il serpente di rame restava in vita.

Questi versi riguardano l'assai meno noto (non mi risulta che venga letto in chiesa)
episodio del "Serpente di Rame". A questo punto, in riferimento a quest'ultimo capitolo,
è necessario riportare integralmente la nota C) della Traduzione Ecumenica della
Bibbia - TOB, Editrice Elle DiCi-Leumann, Torino, 1995 (edizione italiana della
Tradution Oecumenique de la Bible-TOB, Parigi 1988; su questa importantissima
edizione biblica ritornerò più volte):

Nota C) pag. 299. Era il simbolo del dio guaritore (un serpente arrotolato ad una
pertica) ed era frequentemente rappresentato nel mondo antico. Il nostro racconto
potrebbe essere il tentativo di assimilare un culto pagano di quella divinità. Gli elementi
contrastanti con la fede d'Israele sono eliminati ed è il Signore stesso che offre al suo
popolo questo mezzo di guarigione.

Ma come!? A fronte di un pupazzo taurino (costruito da un popolo disorientato), che
non combina assolutamente nulla, il geloso Yahvè in persona (che è contrario a
qualsiasi immagine divina o pseudo tale) ordina a Mosè di costruire un serpente di
rame e di metterlo in cima ad un palo!
Amici miei, ma sapete cosa significa questo?
Significa ordinare di costruire un totem (termine degli amerindi di ceppo algonchinoathabaska,
per esempio i Lakota), che è uno dei simulacri pagani più antichi e diffusi
del mondo. Il torello non faceva nemmeno Muuuh, ma al serpente di rame viene
conferito, dal gran capo stesso, il potere di guarire dai morsi dei serpenti veri chiunque
lo guardi. Dio poteva dire al suo interlocutore di imporre le mani (insomma di fare
pranoterapia), di soffiare sulle ferite o qualsiasi altra cosa, ma nossignore, dice di
costruire un serpente.
Ma il serpente non era stato maledetto all'inizio dell'umanità?
Non era già stato indicato come il nemico pubblico numero 1?
Allora perché dargli tanta importanza?
Inoltre, il suo popolo eletto si lamenta con Mosè perché patisce la fame e la sete, deve
combattere quasi a stomaco vuoto (visto che la manna non riesce davvero a riempirlo)
contro nemici più forti; quindi, per tutta risposta, Dio manda una punizione terribile a
colpire non i dissidenti, ma indiscriminatamente tutti!
Un fatto del genere ha la valenza morale del mettere le mine antiuomo ovunque nei
prati davanti alle scuole.
A Napoli si dice, in casi simili, sparare alla gamba di uno che è già zoppo!
No, questi brani non sono metafore che debbono essere interpretate al fine di capire il
grande amore che si cela dietro la grande (e rancorosa, aggiungo io) gelosia del vero
dio (come direbbe il classico insegnante di catechismo messo con le spalle al muro
dalla scabrosità dell'argomento; eh sì, comoda la scappatoia!), sono testimonianze che
celano ben altro. Più che un dio ineffabile, Yahvè si mostra come un pendolo
oscillante, che propende per la raffigurazione che più gli aggrada in momenti diversi!
Non viene eliminato proprio alcun elemento contrastante, come invece vorrebbe fare
intendere il commentatore della Bibbia-TOB.
Questo è un monoteismo spurio, di apparenza, che sarà ancora più chiaro una volta
arrivati alla fine di questa prima parte.
Ma non è il primo caso: già all'epoca delle pressioni sul faraone per lasciare l'Egitto si
rivela lo strano feeling del gran capo per lo strisciante animale:

Esodo 7, 8/13. [8] Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: [9] «Quando il faraone vi
chiederà: ‘Fate un prodigio a vostro sostegno!’ tu dirai ad Aronne: ‘Prendi il bastone e
gettalo davanti al faraone e diventerà un serpente!’». [10] Mosè e Aronne vennero
dunque dal faraone ed eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato: Aronne
gettò il bastone davanti al faraone e davanti ai suoi servi ed esso divenne un serpente.
[11] Allora il faraone convocò i sapienti e gli incantatori, e anche i maghi dell'Egitto, con
le loro magie, operarono la stessa cosa. [12] Gettarono ciascuno il suo bastone e i
bastoni divennero serpenti. Ma il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni. [13] Però il
cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva predetto il
Signore.

E adesso vediamo che peso ha avuto l'inserimento di questo totem vero e proprio nella
storia di Israele antico.

UN CORAGGIOSO TENTATIVO DI RIFORMA
La risposta è in:

2° Re 18, 1/8. [1] Nell'anno terzo di Osea figlio di Ela, re di Israele, divenne re Ezechia
figlio di Acaz, re di Giuda. [2] Quando egli divenne re, aveva venticinque anni; regnò
ventinove anni in Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figlia di Zaccaria. [3]
Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, secondo quanto aveva fatto Davide suo
antenato. [4] Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté il palo sacro e fece a
pezzi il serpente di bronzo, eretto da Mosè; difatti fino a quel tempo gli Israeliti gli
bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan. [5] Egli confidò nel Signore, Dio di
Israele. Fra tutti i re di Giuda nessuno fu simile a lui, né fra i suoi successori né fra i
suoi predecessori. [6] Attaccato al Signore, non se ne allontanò; osservò i decreti che il
Signore aveva dati a Mosè. [7] Il Signore fu con Ezechia e questi riuscì in tutte le
iniziative. Egli si ribellò al re d'Assiria e non gli fu sottomesso. [8] Sconfisse i Filistei fino
a Gaza e ai suoi confini, dal più piccolo villaggio fino alle fortezze.

In riferimento a tale brano è letteralmente illuminante la nota D), pag. 689 della Bibbia-
TOB:

Gli Israeliti vedevano in questo oggetto, in forma di serpente (in ebraico nahas), il
serpente eretto da Mosè e lo adoravano.

Se tali avvenimenti si fossero riferiti ad uno qualsiasi dei tanti popoli di quell'area del
vicino o medio oriente qualsiasi studioso avrebbe parlato di riforma religiosa, con
passaggio dal politeismo al monoteismo; ma in questo caso no!
Ma certo, lo sanno pure le pietre che l'ebraismo ed il (succedaneo) cristianesimo sono
monoteisti da sempre; che discorsi del piffero, direbbe il catechizzatore.
Ma analizziamo il suddetto brano e quindi scopriamo che, fino al regno di Ezechia (re
di Giuda dal 716 al 687 a. C.), gli ebrei hanno avuto:

1) santuari naturali, cioè le alture, classici luoghi di culto sciamanico-animisti, (ma non
vi ricorda qualcosa in riferimento al Monte Graham nel mio penultimo articolo?).

2) stele liriche probabilmente votive, cioè come i Maya, gli Aztechi, ecc.
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3) Soprattutto palo-totem con serpente, che ha persino un nome proprio (Necustan),
nato dalla contrazione di nahas, cioè serpente, con shatan, cioè satana, che significa
avversario, nemico.

Abbiamo quindi sua maestà il Serpente Satana, (cfr. l'articolo del prof. Malanga Il Dio
Serpente) che si trova al di fuori del Santissimo (il luogo più interdetto di tutto il tempio
di Salomone, ove è conservata l'arca dell'alleanza) e niente di meno gli bruciano
incenso, cioè lo adorano (come è costretto ad ammettere il commentatore della Bibbia-
TOB). Ovverosia, i presunti monoteisti si sono tenuti per circa 6 secoli (a parte tutta
una pletora di luoghi di culto sacrileghi) una statua serpentiforme a portata di tutti,
proprio sul suolo più santo dell'intera Terra promessa (stando a molti autorevoli
commentatori della Bibbia, il tempio di Salomone fu eretto nel luogo dove Abramo
sacrificò l'ariete al posto del proprio figlio Isacco).
Amici miei, tale faccenda è di una portata enorme: dato che nel Santissimo solo il
sommo sacerdote poteva entrare una volta all'anno, vuol dire che il popolo ebraico
aveva familiarità indiscutibilmente solo con Necustan e quindi era dedito al culto del
Serpente!
Questa è la realtà che emerge da un rigoroso studio esegetico della Bibbia, piaccia o
no. Inoltre, a riprova di quanto Necustan sia importante nell'ambito della nostra
tradizione giudaico-cristiana, voglio segnalare che, nella basilica di sant'Ambrogio, a
Milano (la più antica dopo quella di san Nazaro in Brolo), c'è una statua (di epoca
rinascimentale, in bronzo) che raffigura proprio il suddetto. è sotto la navata di sinistra.

E ADESSO PARLIAMO DI ANGELI
I messaggeri della corte divina
II sostantivo ebraico per angelo è mal'ak (cioè messaggero, identico, quindi, al
significato del sostantivo greco anghelos) ed appare per la prima volta in Genesi 16, 7
(in occasione della fuga di Agar nel deserto insieme al figlioletto Ismaele, vero
primogenito di Abramo) che fa parte di un capitolo schiettamente iahvista, cioè della
tradizione più antica.
Ci viene insegnato da sempre che pure essi, come Yahvè, sono di puro spirito
(nonostante prendano sovente l'aspetto di uomini notevoli).
Daniele 10, 1/9 ce ne dà una pregnante visione:

[1] L'anno terzo di Ciro re dei Persiani, fu rivelata una parola a Daniele, chiamato
Baltazzàr. Vera è la parola e la lotta è grande. Egli comprese la parola e gli fu dato
d'intendere la visione. [2] In quel tempo io, Daniele, feci penitenza per tre settimane, [3]
non mangiai cibo prelibato, non mi entrò in bocca né carne né vino e non mi unsi
d'unguento finché non furono compiute tre settimane. [4] Il giorno ventiquattro del
primo mese, mentre stavo sulla sponda del gran fiume, cioè il Tigri, [5] alzai gli occhi e
guardai ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d'oro di Ufàz; [6] il
suo corpo somigliava a topazio, la sua faccia aveva l'aspetto della folgore, i suoi occhi
erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le gambe somigliavano a bronzo lucente
e il suono delle sue parole pareva il clamore di una moltitudine. [7] Soltanto io, Daniele,
vidi la visione, mentre gli uomini che erano con me non la videro, ma un gran terrore si
impadronì di loro e fuggirono a nascondersi. [8] Io rimasi solo a contemplare quella
grande visione, mentre mi sentivo senza forze; il mio colorito si fece smorto e mi
vennero meno le forze.

In questo brano della tradizione sacerdotale, più che di un puro spirito, che al massimo
dovrebbe avere i contorni sfocati di un alone di luce (come spesso viene raffigurato
nella filmografia di ispirazione cristiana) oppure non apparire per niente, abbiamo la
manifestazione di un essere antropomorfo, sulla cui pelle avvengono scariche
elettromagnetiche. Ma in Daniele 10, 13 c’è anche un episodio che mostra la
conflittualità esistente nei cieli:

Ma il principe del regno di Persia mi si è opposto per ventun giorni: però Michele, uno
dei primi principi, mi è venuto in aiuto e io l'ho lasciato là presso il principe del re di
Persia.

Qui compare per la prima volta l'angelo Michele (Pari a un dio, oppure Simile a dio; la
traduzione, di ambito cristiano, in Chi è simile a dio? è ridicola), definito come il
principe di Israele, che poi diventerà, nella tradizione cattolica, il primo degli arcangeli
(letteralmente: primi angeli), insieme a Gabriele (Forza di dio) e Raffaele (Cura di dio);
anche se Tobia 12, 15 fa riferimento ad un totale di sette, solo questi vengono
esplicitamente citati. Ma di inquietante c'è ben altro: mi riferisco ai serafini ed ai
cherubini.
Andiamo all'origine:

Isaia 6, 1/3. [1] Nell'anno in cui mori il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto
ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. [2] Attorno a lui stavano dei
serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e
con due volava. [3] Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli
eserciti. Tutta la Terra è piena della sua gloria».

e quindi la nota F) in riferimento a tale brano, pag. 731:

II termine significa bruciante, designa in origine un temibile serpente del deserto (Num
21, 6/8; Dt 8, 15) raffigurato con ali (Is 14, 29; 30, 6) e la cui effige di bronzo era
venerata nel tempio di Gerusalemme fino ad Ezechia (2° Re 18, 4). Serve qui a
descrivere degli esseri ibridi (serpenti alati dal volto e dalle mani d'uomo, che si
possono immaginare con l'aiuto di alcune note raffigurazioni dell'iconografia orientale
antica) i quali sono al servizio di Dio e devono persino coprirsi la faccia davanti a lui.
Il loro aspetto bruciante ne fa forse dei simboli del lampo quando la manifestazione di
Dio somiglia ad un uragano, come nei caso presente, stando al verso 4.

E poi ci vogliono propinare la bubbola della fede in esseri spirituali! Prima
dell’Ellenizzazione a causa della conquista di Alessandro Magno (nel 332 a. C.), gli
israeliti si rapportavano ad esseri intelligenti non terrestri ben definiti e materialissimi;
tra questi alcuni avevano conclamate fattezze umane, ma distorte in grande (cioè
esseri simili a noi ma sovrumani); altri, invece, erano letteralmente serpentiformi!
Ad essi l'amanuense dà il nome di Serafini (Seraphim), dal verbo Seraf, che significa
bruciare, ardere: abbiamo quindi i Brucianti (come furono brucianti i serpenti mandati
da Yahvè contro il suo popolo quasi morente per la fame e le guerre, strana
coincidenza).
Il fatto che, giustamente, il commentatore della Bibbia-TOB li descriva, riferendosi
all'origine della tradizione, quali esseri ibridi, dimostra che tali esseri avevano una
struttura scheletrica vicina alla nostra, con due braccia e due gambe, tanto per capirci,
ma con la pelle da rettile!
Inoltre abbiamo visto, nel capitolo 32° dell’Esodo, che Aronne, fratello di Mosè, decide
di dare una forma ben precisa all’idolo reclamato con forza dagli Israeliti, disorientati
dal fatto che Mosè mancava dall'accampamento da ben 40 giorni (egli era sulla cima
del Sinai per scrivere le tavole della legge sotto dettatura di Dio stesso). Tra migliaia di
altre possibilità, viene scelta proprio l'immagine di un vitello, che in questo ambito deve
essere inteso come giovane toro. Se la vita del vitello d'oro è brevissima, non lo è
quella dei cherubini, i quali, però, sono strettamente correlati a quel feticcio. In ambito
cattolico, per cherubino si intende ciascuno di quegli angeli presenti nella seconda
gerarchia (mentre i serafini, vedi sopra, essendo quelli più vicini a Dio, sono nella
prima gerarchia). Pertanto, pure i cherubini ci vengono descritti come bei giovani
dall'aspetto efebico e come tali sono universalmente raffigurati sul Propiziatorio, che è
il coperchio dell'arca dell'alleanza.
Niente di più falso!
II termine cherubino deriva dall'assiro karub (che è, a sua volta, di origine sumera) e
significa essere possente (o potente) ed è raffigurato nella forma di un toro alato con la
testa umana. A parte che in tutto il mondo (e da sempre) il toro è il classico simbolo
della prorompente fisicità, nell'antica Terra di Sumer gli dei erano sempre raffigurati
con le corna. Quindi Yahvè dà le precisissime istruzioni per la costruzione dell’arca
facendo un chiaro riferimento a quelle divinità. Successivamente Salomone porrà a
guardia del grande tempio di Gerusalemme proprio due enormi cherubini lignei
ricoperti d'oro. Premettendo che i Sumeri sono stati i primi a mappare il cielo ed a
disegnare le costellazioni (in questo caso i Greci non fecero altro che continuare in una
tradizione ben tracciata), mi nascono due domande:

1) La costellazione del Drago ha preso tale nome perché ci furono degli esseri
serpentiformi (chiamati poi serafini) che sbarcarono sulla Terra provenendo da quelle
coordinate celesti? Sottolineo che 3000 anni prima di Cristo, periodo in cui nacque la
civiltà sumerica, la stella polare (cioè la stella allineata all'asse terrestre nel cielo
boreale) era proprio l'Alfa del Drago.

2) I cherubini sono forse correlati alla costellazione del toro? Utilizzando la griglia
interpretativa fornita dai lavori del prof. Corrado Malanga, mi viene da rispondere
proprio di sì.

A questo punto debbo parlare di un elemento fortemente stridente nell'ambito
dell'umanità contemporanea ai fatti dell'Antico Testamento. La Bibbia non è un libro
precisissimo sulle misure quantitative, ma in riferimento al tabernacolo ed all'arca
dell'Alleanza è di una puntigliosità estrema. L'unità di misura è il cubito egizio: esso
indica la distanza tra la punta del gomito e la punta del dito medio, però ne esistono
due versioni, quello normale (di 45 centimetri) ed il cubito reale (di 52 centimetri), usato
in riferimento almeno ai due suddetti manufatti.
In base agli antichi testi egizi, quest'ultima misura è stata presa sull'avambraccio di un
faraone egizio (non è chiaro se bisogna riferirsi al semi-mitico Nemes, l'unificatore di
quel paese). Ordunque, dato che in un tappo di 170 centimetri quale io sono io il cubito
è di 44 cm, quant’era alto il faraone sul quale è stato preso il cubito reale? Almeno 2 m.
Pertanto Yahvè, nel vero significato della Bibbia, non è l'unico dio, ma il super-dio, in
mezzo ad una moltitudine di dei a volte alleati tra loro ed altre volte nemici, ma anche,
addirittura e pure spesso, in lotta con lo stesso gran capo.
Con l'avvento delle truppe greche penetra nella chiusa Palestina anche il pensiero
aristotelico e soprattutto platonico. Da quest’ultimo si propaga la filosofia del mondo
delle idee: le anime sono le idee incarnate nell'uomo.
Al di fuori di esso formano la spiritualità perfetta nell’ultramondo iperuranico.
Quindi il mondo ebraico subisce quel processo che, in antropologia culturale, si chiama
acculturazione, nel quale un popolo subisce l'influsso di un altro maggiormente
avanzato e ne assimila molti elementi, pur rimanendone (almeno ideologicamente, in
questa fattispecie) staccato.
In tale ambito avviene la trasfigurazione di quelli che noi chiamiamo tradizionalmente
angeli, che nella realtà sono i Nefilim, i Figli degli Dei, i Brucianti, i Possenti, esseri
extra-terrestri immanenti, a volte con sembianze da incubo, sempre dotati di mezzi a
noi ancora sconosciuti, che i compilatori del Talmud (vera base del mondo giudaico
post-biblico e quindi anche di quello attuale) tentano di riciclare privandoli del corpo
fino a farli diventare i soggetti della angelologia cabalistica.
Ecco l'origine del concetto di spiritualità che pervade perfino le opposte correnti
politico-religiose del tempo di Cristo.
L'esilio a Babilonia, sotto il giogo di Nabucodonosor, fu un reale ritorno alle origini: i
Giudei rientravano in Mesopotamia, dove affondava la loro radice etnica più
importante. Gli antesignani dei rabbini ritrovarono i nomi degli esseri appartenenti ai
Mal’ak ed ai Karub (Mal'akim e Karubim nella corretta declinazione plurale ebraica) e si
iniziò la redazione del Talmud babilonese e quella del Libro degli Splendori.
Un esempio esaustivo di come venga codificata, in ambito cattolico, la stravolta natura
di quei personaggi, si ha nel seguente brano.

Dalle Omelie sui vangeli di san Gregorio Magno, papa (Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-
1251). è da sapere che il termine «angelo» denota l'ufficio, non la natura. Infatti quei
santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare
sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un
annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che
annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.

II termine Italiano dio deriva dal latino deus, che trova il suo antecedente nell'antico
aggettivo che significa niente di più e niente di meno che luminoso (così come il
termine indostano devo, il quale deriva dal sanscrito senza alcuna modifica
sostanziale); esso risale all'antichissima radice sanscrita ed indoariana deu.
Ecco perché, nella Bibbia, i termini strategici sono Yahvè (dal Tetragramma YHWH.
che significa Colui che è), Adonai (cioè Signore, il sostantivo di gran lunga più usato)
ed Elohim (vedi sopra). Questi termini indicano la differenza rispetto alle altre divinità,
che per lo più, ma non sempre, rimangono indistinte.
Ecco perché il cristianesimo ha sempre aggiunto al vaghissimo termine Dio gli aggettivi
onnipotente, misericordioso, onnisciente, onnipresente, ecc., ecc. (non si è ritenuto
sufficiente scriverlo con la d maiuscola): nella Bibbia compaiono molti dei, ma uno solo
è il premier.

YAHVè, IL CAPO DI TUTTI GLI DEI
A riprova di quanto detto riporto alcuni esempi biblici:

Deuteronomio 10, 17. […] perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei
signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali […]

Il Salmo di Asaf 82. [1] Dio si alza nell'assemblea divina, giudica in mezzo agli dèi [...]
[6] Io stesso ho detto: ‘Voi siete dèi. E voi tutti siete figli dell'Altissimo.

A rafforzare quanto detto qui sopra abbiamo Gesù stesso che rimbecca i farisei:

Giovanni 10, 34/36. Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: ‘Io ho
detto: voi siete dei?’ [35] Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la
parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), [36] a colui che il Padre ha
consacrato e mandato nel mondo, voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: ‘Sono
Figlio di Dio?’»

Insomma, Gesù vuole affermare che, come non c’è scandalo nel prendere atto che Dio
padre si rivolge ad un'assemblea di dei a lui sottoposti, così non ci può essere a causa
della sua affermazione di essere figlio di Dio: ambedue le proposizioni sono veritiere!
Altri esempi si trovano in:

Salmo 97, 7-9. Siano confusi tutti gli adoratori di statue e chi si gloria dei propri idoli. Si
prostrino a lui tutti gli dei! […] Perché tu sei, Signore, l'Altissimo su tutta la Terra, tu sei
eccelso sopra tutti gli dei.

Salmo 136, 2/3. Lodate il Dio degli dei: perché eterna è la sua misericordia. Lodate il
Signore dei signori: perché eterna è la sua misericordia.
In riferimento a questo Salmo, Origene, padre della chiesa, scrisse questo commento
definitivo:

Notate l'intendimento di "dèi". Dio, da parte sua, è il Vero Dio (l'Autotheos, il Dio da se
stesso); e così il Salvatore dice, nella sua preghiera al padre: "Possano essi conoscere
Te, il solo vero Dio." Ma tutto ciò che è oltre il vero Dio viene reso tale in
partecipazione con la sua divinità, e non deve essere semplicemente chiamato Dio
(che in questo caso è riferito a Yahvè - nda), ma piuttosto un Dio (uno degli esseri della
corte divina - nda). Cosi il primogenito di tutta la creazione, che è il primo ad essere
con Dio, attirando su di Sé la divinità, è una creatura di più elevato rango degli altri dèi
oltre lui, dei quali Dio è il Dio (cioè il capo - nda), come è scritto: "L'Iddio degli dèi, il
Signore [YHWH], ha parlato e ha chiamato la terra."
Fu grazie agli uffici del primogenito che essi divennero dèi, poiché essi attinsero da Dio
in generosa misura, cosi da poter esser resi dèi, ed Egli comunicò con loro secondo la
sua bontà. II vero Dio, quindi, è "Il Dio" e coloro che vengono formati dopo di Lui sono
dèi, ovvero immagini, di Lui, il prototipo.
Origene, Commento a Giovanni, in I Padri Ante-Nicea 10, Libro 2, p. 323.

Ebbene, qui un padre della chiesa parla in modo assolutamente esplicito dell'esistenza
di dei subordinati al padre ed al figlio.

Giobbe 2, 1. Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche
Satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore.

Giobbe 38, 7. [...] mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di
Dio.

Inoltre Genesi 18 è un capitolo molto famoso e di un'evidenza lampante: in esso tre
individui si presentano ad Abramo, che si butta immediatamente a terra, chiaro
riconoscimento della loro divinità. Egli addirittura dice alla moglie Sarai di preparare
delle focacce da offrire ai viandanti. Quindi, uno di costoro si trattiene per annunziare la
prossima gravidanza di Sarai, mentre gli altri due proseguono verso Gomorra e
Sodoma, dando luogo ai drammatici fatti narrati in Genesi 19. In quest'ultima città i due
sono fatti oggetto delle brame omosessuali dei sodomiti, nonostante l'accorata difesa
da parte di Lot, che offre al loro posto le due sue figlie ancora vergini.
La reazione dei due (che in tale capitolo, si noti bene, vengono chiamati sia angeli che
uomini in distinti versetti!) è definitiva: città ed abitanti vengono eliminati dalla faccia
della Terra.
A chiunque mi spieghi come si possa dare da mangiare ed arrecare violenza carnale a
puri spiriti io offro pizza con birra. Né mi si tiri in ballo la pezza. buona per tutte le
occasioni. del magistero cattolico: lo scriba biblico sapeva bene quello che scriveva.
Non si peschino metafore dove non ce ne sono.
Ebbene, uno dei tre è Adonai in persona, proprio colui che annunzia la nascita di
Isacco alla sterile Sarai (come ammette anche il commento della TOB, nella nota e) a
pag. 70)! Ambedue i capitoli appartengono quasi integralmente alla tradizione iahvista,
tranne pochi versetti.
Anche il profeta Daniele appartiene al gruppo dei fortunati:

Daniele 7, 9/10. Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collocati troni e un
vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo
erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come
fuoco ardente. Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e
diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti.

Sì, ci è stato ficcato nella testa che Yahvè è puro spirito, ma nella Bibbia si manifesta
in tanti modi strani (soprattutto quando vuole suscitare paura): colonna di fumo,
colonna di fuoco, roveto ardente, ma anche con comportamenti umani e soprattutto
con fattezze umane, ma sarebbe meglio definirle sovrumane.

QUANDO LA STORIA NASCOSTA… è DIFFICILE DA NASCONDERE
Anche il non meno famoso episodio della lotta di Giacobbe contro l'angelo (Genesi 32,
25/33) crea problemi di coscienza al traduttore di fede cristiana: riassumendo, a fronte
di una lotta che si protrae per tutta la notte sino all'aurora, un angelo dà un calcio al
femore di Giacobbe, ledendo per sempre il nervo sciatico. Che modo sleale ha di
lottare un tipo che dovrebbe essere, invece, un puro spirito!
è in questo episodio che compare per la prima volta il termine Israel, che viene dato a
Giacobbe dall'angelo come un'onorificenza per la sua valentia. Esso significa, a mio
avviso, Forte contro un dio (ed in questo caso non concordo affatto con la TOB, che
traduce Che Dio si mostri forte, mettendo ipocritamente, mi dispiace dirlo, il carro
avanti ai buoi), ove dio è da trovarsi, indubbiamente, nella sillaba el, che è di origine
aramaica, così come (alla fine del versetto 33°) nel termine Penuel (che significa
Faccia di dio). Ma Giacobbe continua a mettere nei guai chi vuole mantenere le cose
sul binario di una rigorosa traduzione cristiana: nel 32° capitolo, versetto 18, egli, di
fronte alla città di Paddan-Aram, erige e battezza un altare, chiamadolo El, il Dio di
Israele; cioè, a fronte di almeno due opzioni (Elohim ed Adonai), egli usa un termine di
un popolo nemico per indicare il suo dio! La cosa mette in fibrillazione il commentatore
TOB, il quale, non sapendo come cavarsela, scrive che El è la divinità suprema degli
Aramei e che, quindi, Giacobbe si appropria di quel nome per definire la propria divinità
suprema.
Ma come!? Giacobbe usa il nome di una divinità nemica per indicare Yahvè?!
Ma è rimbambito?! Dovrebbe sapere bene di commettere una bestemmia!
In precedenza, Genesi 31, 13, ci sono poche parole sibilline che pure creano parecchi
problemi, in quanto ci sono due possibilità di traduzione:
Io sono II Dio Betel
Oppure
lo sono il Dio di Betel.
A parte il solito guaio dell'assenza del termine Yahvè, ambedue le traduzioni sono
pericolose, in quanto Betel era una divinità pagana della Fenicia ed addirittura di
Elefantina, nell'antico Egitto (l’attuale Assuan), mentre la seconda opzione è davvero
più inquietante e compromettente, dato che la parola composita Betel, una volta
assimilata nella lingua ebraica, significa casa di dio.
Dunque, un'entità che si presenta come dio della casa di dio, o, meglio ancora, dio
della casa degli dei, può essere intesa prima di tutto come una divinità che custodisce
un luogo di transito per il cielo (nel pensiero alchemico, tale entità aveva le sembianze
di un drago).
Betel ha, qui, un significato molto simile a quello di Babel (cioè Babele) ed, in
riferimento a quest'ultimo termine, che di nuovo incorpora el, pure il commentatore
della Bibbia-TOB (nota f a Genesi 11, 9, pag. 61) si fa scappare la compromettente
ammissione che significa Porta degli dei, concordando l’aramaico el (dio) al plurale.
Tale è la scientifica traduzione di quella parola, senza tentare il minimo ipocrita
riferimento a Yahvè!
Ed allora ha ragione Sitchin, quando parla di quella città definendola un astroporto dei
Nefilim!
No, Giacobbe non era un rimbambito ed il termine el non si riferisce ad un unico dio
supremo, ma è un sostantivo che sta per divinità in senso generico.
II nome proprio lo troviamo in Giosuè, Mattatia, Giosia, Gesù, Isaia, Sedechia,
Malachia e nello stesso Giacobbe (solo per fare qualche esempio); tali nomi
contengono tutti, nella loro grafia originale, la forma contratta monosillabica Yah di
Yahvè.
Nomi quali Samuele, Gioele, Daniele, Nataniele (per esempio) recano, al loro interno, il
senso generico della divinità: el.
Un'altra prova è l'esclamazione alleluyah: questa sì che significa, letteralmente, Lode a
Yahvè.
Per chiudere, il nome di persona Elia è composto da ambedue i termini, ove el sta per
l'aggettivo qualificativo posto innanzi al nome proprio Yah.
Quell’episodio, iahvista con una manina elohista, ci dice che Giacobbe lottò non contro
un semplice uomo, ma contro un dio, cioè uno dei Vigilanti del Pentateuco Enochiano,
il quale si limitò a saggiare il valore del nuovo condottiero senza infierire ulteriormente,
mentre l'insieme della vicenda di Giacobbe ci mostra una pluralità di esseri non
terrestri.
è vero che, in Esodo 33, 18, Mosè chiede: “Mostrami la tua Gloria” e Dio risponde (nei
successivi 19-23) che non può mostrargli il volto, altrimenti Mosè ne morirebbe, ma
farà in modo che egli possa vedere... le sue spalle.
Questi versi sono stati chiaramente rimaneggiati dalla tradizione elohista per
edulcorare l'importanza dell'evento: eh no, la sua faccia non si può vedere, ma la
schiena sì (magari il fondoschiena, grande miglioramento!).
Eppure, Esodo 24, 9/11 un brano superstite della tradizione iahvista (la più antica) ci
dice:

[9] Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele. [10] Essi
videro il Dio d'Israele: sotto i suo i piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro,
simile in purezza al cielo stesso. [11] Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la
mano: essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero.

Stavolta l'onnipotente si fa vedere (e sembra proprio in modo integrale) non solo dal
suo profeta, ma anche dai settanta anziani, e lo scriba biblico sottolinea che tutti
rimasero vivi. Altrettanto vero è che, in Isaia 44, 6; Isaia 45, 5-14-21; Isaia 46, 9 ed in
2Cronache 13, 9, il Signore afferma di essere l'unico dio e che non ci sono altri dei,
ma a fronte di quanto sopra esposto, tali ultime dichiarazioni si debbono intendere nel
senso che esclusivamente a lui deve essere riservata l'adorazione, in quanto egli è
unico ed impareggiabile nel suo primato: afferma di essere il solo creatore di tutto e di
tutti!
Tra l'altro uno dei suoi vanti è di essere al di sopra di qualsiasi raffigurazione: eh sì, il
nostro è un dio che ama vantarsi molto.
Mi ricorda tanto il grande Cassius Clay dei tempi d'oro: pure quello picchiava sodo.
Ma neanche nell'ambito della esclusività del culto tutto fila liscio, visto che Paolo mette
in guardia i Colossesi da ciò che chiama "la religione degli angeli" (Epistola ai
Colossesi 2, 18). Queste religione derivava dall'errore, secondo l'ottica dell'ultimo
apostolo, che consisteva nel voler porre gli angeli sullo stesso piano di Cristo.
Soprattutto nei primi due capitoli dell'Epistola agli Ebrei egli è preoccupatissimo di
separare la figura (e la dignità) di Gesù dagli altri esseri del mondo non terrestre.
Eh no, amici miei, nemmeno Paolo riesce nello scopo di descrivere gli angeli come
entità soffuse.
Nella Bibbia ci sono testimonianze di violazione dell'adorazione che doveva esser
riservata a Dio: l'angelo dell'Apocalisse rifiuta di ricevere la sottomissione di Giovanni
(Apocalisse 22, 9) ed anche l'angelo a cui Manoah aveva offerto i sacrificio un
capretto ribatte di offrirlo in olocausto al Signore (Giudici 13, 15-16).
Eppure sono molti gli onori che vengono resi agli angeli, in quanto membri della
gerarchia celeste, e le preghiere loro indirizzate non sono esempi di poco conto:
Giacobbe prega l'angelo che l'ha protetto (Genesi 48, 16; Osea 12, 4). Mosè (Esodo
3, 5) e Giosuè (Giosuè 5, 13-14) si tolgono le loro calzature per rispetto dell'angelo del
Signore e l'Apocalisse ci presenta gli angeli che offrono a Dio le preghiere dei santi (Ap
5, 8).
Ebbene, Paolo, il fondatore del cristianesimo, aveva tutti i motivi di essere
preoccupato, tanto più che Giovanni, Apocalisse 12, 7/10, rende testimonianza di
come la vita, lassù, non fosse tanto semplice:

[7] Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il
drago. II drago combatteva insieme con i suoi angeli, [8] ma non prevalsero e non ci fu
più posto per essi in cielo. [9] Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il
diavolo o satana e che seduce tutta la Terra, fu precipitato sulla Terra e con lui furono
precipitati anche i suoi angeli.

Su tale argomento bellico mi soffermerò in seguito, quando parlerò delle guerre tra gli
dei. Per adesso voglio far notare come l'elemento rettiliano rispunti anche in epoca
successiva a Cristo, ma voglio anche focalizzare l'attenzione su di un elemento: nella
nota o), a pag. 2888 della Bibbia-TOB, si legge, in riferimento alla traduzione de il
serpente antico quanto segue:

"Il serpente originale tradurrebbe meglio la sfumatura del testo greco, ma questa
espressione potrebbe essere compresa nel senso di un dualismo essenziale, che non
è biblico."

Vedete ancora ed ancora ciò che io intendo per storia nascosta, che si cerca di tacere,
o almeno di far passare in modo sommesso, ma che comunque, ed in più che in una
occasione, scappa, non volendo, come succede qui di nuovo al commentatore TOB.
Ecco un altro caso di falsa traduzione che, però, è opportuna, perché altrimenti si
darebbe l'impressione che il serpentone sia in piazza fin dall'origine dei tempi e quindi
(Per carità! Che orrore!) comparirebbe come avversario paritario del gran capo.
Vedete come il commentatore, che riesce anche ad essere traduttore ed esegeta
rigoroso, si trovi poi nei casini quando il suo lavoro lo porta a sbattere contro realtà che
sembrano i classici scheletri nell'armadio? Non riesce a tenere tutta l'acqua in bocca e
parte gliene cola giù dalle labbra serrate per l'imbarazzo! Inoltre, appare per ben due
volte la parola drago; ebbene sì, qui si vuole dare, senza mezzi termini, l'informazione
della presenza di un essere serpentiforme sì, ma dotato di arti ed in grado di incedere
anche in posizione eretta!
Ah, una precisazione veramente necessaria: se a qualcuno di voi lettori capiterà di
trovarsi in baruffa (a causa di questo mio scritto) con un prete, è possibile che
quest'ultimo (purché abbia un minimo di cultura biblica, cosa assai rara nel clero
attuale) controbatta le mie affermazioni citando l’episodio dell'angelo che, a casa di
Tobia, fa finta di mangiare del cibo convenzionale, per non arrecare soggezione nel
padrone di casa, dato che, in qualità di puro spirito, non ne ha bisogno (Tobia 12, 19).
Esorto l'amico lettore a rispondere “Palle!”: ebbene, l'autore scrive questo libro tra il
190 ed il 200 a. C. e cerca di dare dettagli in modo di collocarlo addirittura tra il VII e
l'VIII secolo a. C.
Insomma, è un manipolatore della tradizione sacerdotale, che ormai ha subito l'influsso
filosofico di quel colosso del pensiero umano che è Platone. Quindi l'intermediario tra il
mondo spirituale perfetto (per Platone è il mondo delle idee, posto in una dimensione
celeste che si chiama Iperurano; per lo scriba biblico è Yahvè) deve per forza essere, a
sua volta, un’entità puramente spirituale.

CONCLUSIONE DI QUESTA "INDAGINE"
Interpretando i fatti suddetti nell'ottica di una ricerca sull'intervento degli extraterrestri,
questo antico testo mostra un leader, auto-presentatosi come Yahvè, che conduce un
foltissimo gruppo di titanici extraterrestri di tipo antropomorfo. Tale razza aliena si
oppone ai Seraphim, un'altra stirpe, però molto dissimile: questi ultimi hanno la
struttura di un rettile dotato di arti e forse provengono dalla costellazione del Drago.
A causa della volontà di esclusivo dominio sull'uomo, tale confronto (che può avere
avuto anche una fase di cooperazione nell'ambito della manipolazione genetica
sull'essere umano) sfocia in una guerra e porta ad una scissione nel gruppo di Yahvè:
il Mal’ak Satana (Semeyaza, nel Pentateuco Bacchiano. Il suo vero nome è tagliato via
nella Bibbia), insieme a molti seguaci, lascia il proprio capo e si allea con i sauri. Infatti,
nella Bibbia Satana è un angelo che fa parte, a pieno titolo, della corte celeste, come
dimostra la storia narrata in Giobbe. Solo col passare del tempo egli viene identificato
col serpente tentatore, e cioè, nella mia interpretazione, proprio dopo il passaggio alla
opposta fazione.
All'inizio, più in disparte, c'è un altro gruppo che si allea con Yahvè nel momento in cui
egli entra in conflitto con i sauri: mi riferisco ai Karub (forse provenienti dalla
costellazione del Toro?), più simili ai Mal'ak. L’episodio del vitello d'oro può essere
interpretato come un tentativo fallito, da parte dei Karub, di imporsi autonomamente
sull'essere umano, mentre sul Propiziatorio (il coperchio dell'arca dell'alleanza)
vengono raffigurati col capo chino, palese segno di sottomissione. Inoltre, dopo la
cacciata di Adamo ed Eva, essi forniscono le truppe che occupano militarmente Eden
(cioè i cherubini con le spade fiammeggianti - Genesi 3, 24).
La maledizione (presente nella redazione iahvista) di Yahvè contro il serpente
tentatore nel paradiso terrestre rappresenta il momento dello scoppio del conflitto.
Ma nelle righe tracciate dai vari autori sedimenta anche un altro avvenimento: ad un
certo punto la guerra, che ha il suo momento più eclatante e decisivo nel Diluvio
universale, porta ad una situazione che sembra avere, come vincitore apparente,
Yahvè.
Prima di questo sconvolgimento catastrofico varie stirpi extraterrestri scendono per
vivere sulla Terra con gli esseri umani, ridotti ad una condizione servile: è il periodo dei
Nefilim.
Le antiche tavolette mesopotamiche, sino a quelle dei Sumeri, dimostrano la presenza
sulla Terra degli dei umanoidi recanti le corna, ma statuette fittili testimoniano
l'esistenza, altrettanto remota, dei sauri bipedi.
Con la fine della guerra si arriva ad una tregua tra Yahvè e Satana: la costruzione del
serpente di rame, l'adorazione di Necustan e la metafora dei serafini (appunto i sauri
bipedi) quali angeli della prima gerarchia celeste testimoniano una collaborazione per il
dominio congiunto sull'essere umano.
La Bibbia fa intravedere almeno due pesantissimi interventi invasivi su di un essere
primitivo:

1) Per Sitchin nella favola della manipolazione del fango vi è il tentativo di spiegare una
manipolazione genetica, allo scopo di creare la nuova specie Homo Sapiens (è il
periodo della poligenesi, coeva alla mitica coppia Adamo-Eva).
2) Un altro intervento è contemporaneo od immediatamente successivo al Diluvio
(rappresentato dalla storia di Noè, ma grandemente taciuta e manomessa dai
compilatori biblici ufficiali).

Almeno una piccola parte dell'umanità futura sarebbe stata formata da discendenti di
un'ibridazione tra Nefilim ed esseri umani. Nella tradizione cristiana Satana ed il
rettiliano vengono identificati in un solo personaggio nefasto, eppure lo stesso Gesù fa
degli strani riferimenti:

Giovanni 3, 14. Così come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia
innalzato il Figlio dell'Uomo.

Soprattutto in:

Matteo 10, 16. Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti
come i serpenti e semplici come le colombe.

In riferimento al primo verso il catechista cattolico cerca di cavarsela asserendo che
Gesù stabilisce un parallelo tra sé stesso ed il totem serpentiforme in quanto Mosè
(vorrei pure sapere se inconsciamente oppure no) fa una sorta di profezia,
prefigurando proprio il Cristo martire innalzato sulla croce.
Al che io rispondo:

“Scelta pessima: Mosè avrebbe fatto molto meglio a prendere come buon esempio un
giovane ariete (cioè il classico Agnello di Dio), dato che tale animale è assurto agli
onori della cronaca con Abramo stesso.”

Inoltre, in riferimento al secondo verso, lo stesso Gesù aveva un ampio bestiario al
quale attingere per trovare un compagno più idoneo alla colomba (istintivamente mi
viene da pensare che il serpente mangia le colombe).
Insomma, perché questa ossessione del serpente?
Adesso viviamo sotto l'egida della tregua in cagnesco tra gli antichi dei: le loro guerre
sono diventate le nostre.

UNA GRANDE MISTIFICAZIONE: IL POPOLAMENTO DELLE AMERICHE
ATTRAVERSO LO STRETTO DI BERING
Introduzione
Uno dei dogmi della scienza ortodossa è l’affermazione che il popolamento del Nuovo
Mondo avvenne in epoca glaciale attraverso lo stretto di Bering.
è tale la valenza di ovvietà di tale affermazione che essa non ha un autore al quale si
possa ascriverne la paternità: essa sembra nata dalla oggettività delle cose, dalla
ineluttabilità dei dati di fatto.
è semplice (secondo tale ottica): gli Amerindi sono indiscutibilmente di ceppo asiatico
e pertanto le popolazioni asiatiche loro antenate possono essere andate in America
solo passando sui ghiacci che univano, o quasi, i continenti, come una sorta di
immenso ponte di Brooklyn, durante l’ultima glaciazione.
Io non concordo assolutamente con questa millantata pacifica validità: tale dogma è
dovuto al fatto che gli studiosi ortodossi ed ufficiali non hanno, oppure non osano
trovare, una spiegazione che sia più plausibile rispetto all’immaginare l’immensa
calotta glaciale artica come una comoda pista di pattinaggio.
La realtà è che, tra i 40.000 ed i 10.000 anni a.C., cioè prima che finisse l’ultima era
glaciale, i due terzi del continente nordamericano erano un inferno bianco assai
peggiore di quello che trovarono, millenni dopo, le truppe di Napoleone e di Hitler nelle
steppe russe.
Affermare che i progenitori degli Amerindi arrivarono a tappe successive nell’attuale
Alaska migrando sopra, o attraverso, i ghiacci eterni è un’insensatezza necessitata dal
fatto che qualsiasi altra ipotesi porterebbe qualunque ricercatore a frantumare gli
schemi assodati della scienza ben pensante. Perfino uno studioso coraggioso (insigne
indologo prima di interessarsi delle civiltà precolombiane) come Angelo Morretta (che
citerò più volte nell’ambito di questo mio scritto) dà come ineffabilmente ovvia tale
pseudo-legge, arrivando ad affermare, pure lui, che fu la ricerca di cibo che spinse i
cacciatori-raccoglitori a questa drammatica scelta.
Infatti questo è il maggiore movente indicato dall’establishment scientifico e serio!
Purtroppo per quest’ultimo, il problema fondamentale è che non si può trovare cibo
dove non c’è: a quell’epoca nell’inferno bianco non potevano esistere esseri viventi (ad
esclusione di forme di vita microscopiche) né in forma vegetale né animale.
Inoltre, fare in modo di instillare nella mentalità comune l’immagine di una calotta di
epoca glaciale facile da transitare in epoca preistorica allo stesso modo di quanto
avviene in epoca contemporanea, in riferimento all’attuale circolo polare artico, è un
inganno surrettizio e subliminale bello e buono. Pertanto, sono convinto che tale
pensamento, nell’ambito della dotta comunità scientifica internazionale, sia più vicino
alla premeditazione conscia e programmata piuttosto che ad una bufala ascrivibile a
candore d’animo.

L'ULTIMO PERIODO GLACIALE: IL WURMIANO III
Un dogma forzato La teoria della grande migrazione attraverso lo stretto di Bering è
nient’altro che una deduzione imposta essenzialmente da tre fattori inoppugnabili:

1) Nei due continenti americani, sino ad oggi, non sono stati trovati reperti fossili umani
che si possano far risalire ad un qualsiasi periodo antecedente il Wurmiano III
(denominazione con la quale viene indicata la fase terminale dell’ultima era
glaciale).
2) I più antichi reperti umani trovati negli USA meridionali, nella Mesoamerica e nel
Sud America offrono una datazione coeva al Wurmiano III.
3) A ridosso della fine del Wurmiano III, l’essere umano non era assolutamente in
grado di costruire imbarcazione atte ad affrontare percorsi che non fossero brevi e
rigorosamente sotto costa.

Rectius, da questi dati di fatto gli studiosi ortodossi (che però non reputo in buona
fede) estraggono una serie di affermazioni, al fine di imbastire uno schema plausibile
per spiegare la scomoda presenza dell’homo sapiens in un habitat in cui non avrebbe
dovuto esserci.

UNA PASSERELLA DI SALVATAGGIO
Innanzitutto sostengono che, essendosi abbassato il livello del mare, a causa
dell’enorme immagazzinamento di acqua nei ghiacciai eterni, lo stretto di Bering, tra
Siberia ed Alaska, era asciutto: il fondale tra i due continenti avrebbe offerto una stretta
passerella per effettuare la migrazione.
Qui dobbiamo prenderci in giro da noi stessi per immaginare una comunità di excavernicoli
che arriva all’inizio della discesa verso il fondale asciutto (il quale
rasentava, almeno sul lato sinistro, cioè verso ovest, l’inizio della muraglia di ghiaccio
rappresentata dal pack glaciale) per dirigersi eroicamente verso il… Nulla Bianco.
Ma amici, Mosè, in paragone a costoro, non ha fatto niente di eccezionale quando ha
passato il Mar Rosso: eh sì, ai sensi della Bibbia quest’ultimo aveva dalla sua parte
niente di meno che Yahvè in persona, mentre quei poveracci tutt’al più avranno avuto
uno sciamano che saltellava come un ossesso! Inoltre, Mosè si dirigeva scientemente
verso la terra promessa, ma quei migranti verso cosa avrebbero dovuto spingersi, visto
che dall’attuale Alaska poteva spirare solo un tesissimo vento, quanto mai gelido?
Comunque, pur ammettendo, solo per celia, che ci fosse un itinerario sgombro dai
ghiacci, si sa molto bene che (in ogni epoca) in aderenza alle zone frigide esiste il
permafrost, cioè una brina quasi perenne che rende impossibile la crescita di alcun
pascolo (tanto per capirci: se non è zuppa è pan bagnato), quindi non avrebbero avuto
di fronte a sé niente che invitasse alla occupazione di nuovi territori di caccia. Inoltre, i
propugnatori di tale spiegazione omettono di far notare che il fondale dello stretto è
ricco di crepacci e creste rocciose, ostacoli quasi impossibili da superare per chiunque
a caccia di bisonti come Buffalo Bill.
Ma le forzature assurde non si fermano qui: il movente principale all’esodo è
identificato nell’inseguire la cacciagione e, più specificatamente, i grandi bisonti.
è davvero paradossale e grottesco: tutti i grandi film western ci hanno insegnato che i
Sioux aspettavano, d’estate, il ritorno dei bisonti nelle immense praterie, eppure i soliti
parrucconi vogliono imporci di credere che pure quei bestioni occuparono il Nuovo
Mondo, galoppando allegramente con i loro zoccoloni sullo sterile pack perenne.

ETOLOGIA
Davvero incomprensibile, visto che i loro attuali discendenti, quando arriva l’inverno,
abbandonano le grandi pianure centrali per recarsi in territori con nuovi pascoli (e non
si dirigono certo verso i ghiacciai). Perfino l’orso polare va in letargo (che consente al
suo metabolismo rallentato di vivere con le sole proprie riserve di grasso, a fronte della
mancanza di cibo nel mondo esterno invernale); pure le foche emigrano verso sud
(solo per fare qualche esempio), ma i bisonti, durante l’ultima glaciazione, erano
talmente speciali, indistruttibili e fessi da dirigersi verso un posto contro natura.
Eh no, i conti non tornano: evidentemente il popolamento animale del Nuovo Mondo
(ad esclusione dell’essere umano) è da collegare alla remotissima deriva dei continenti
e non a periodi successivi.

L’INFERNO BIANCO
L’uomo del Paleolitico Superiore
Paleolitico è un termine che deriva dal greco e vuol dire Periodo della Pietra Antica e
con questo termine in paleontologia si indica quell’amplissimo arco di tempo in cui
l’uomo non aveva fatto molti progressi nella lavorazione dei primi utensili litici (cioè di
pietra): le selci e le ossidiane (utilizzate per fare coltelli, punte di freccia e di giavellotto)
non erano ancora della pregiata fattura propria del Neolitico (ovvero Periodo della
Pietra Nuova). Né si era in grado di coltivare la Terra allo scopo di produrre frutti
seguendo la scansione delle stagioni: a quel tempo l’essere umano era un cacciatore
ed un raccoglitore di quanto di commestibile riusciva a trovare tra i prodotti spontanei
di Madre Terra, però era in grado di utilizzare bastoncelli e pietre focaie per creare il
fuoco. Era comunque un ex-cavernicolo. L’aggettivo superiore indica che tale periodo è
nella sua fase terminale: dal punto di vista climatico esso è contemporaneo al
Wurmiano III, cioè siamo, approssimativamente, tra i 40.000 ed i 10.000 anni prima di
Cristo.
Nel loro complesso Paleolitico e Neolitico (compreso il periodo di mezzo, che si chiama
per l’appunto Mesolitico) formano ciò che va comunemente sotto la definizione di Età
della Pietra.

IL CONTINENTE GHIACCIATO
Dalla schematizzazione che viene data delle zone frigide dell’epoca wurmiana si
evince che esse erano subordinate ad un allocamento dei poli diverso da quello
odierno, cioè l’inclinazione dell’asse di rotazione del nostro pianeta era dissimile
dall’attuale (e di questo riparleremo più avanti).
Quindi ben più della metà del continente nord-americano era coperta dalla banchisa
perenne: ciò significa che centinaia di migliaia di chilometri quadrati erano
assolutamente privi della possibilità di offrire il benché minimo sostentamento a
qualsivoglia forma di vita evoluta. Lo spessore dei ghiacci era tale (a causa delle
continue stratificazioni si formarono vere e proprie catene montuose di puro ghiaccio)
che i raggi del sole non potevano produrre alcun processo di fotosintesi clorofilliana in
alcun vegetale. Comunque, sarebbe stato impossibile per qualsiasi albero (ed a
maggior ragione per erba e cespugli) durante la crescita spaccare diversi metri di
calotta ghiacciata, di consistenza quasi pari al granito, a meno di non ipotizzare
l’esistenza di sequoie mutanti ben più potenti dei magnifici X-Men.
Questo comporta, conseguentemente, che:

a) animali erbivori non potevano trovare un habitat nemmeno a livello di sussistenza;
b) non essendoci erbivori, non potevano nemmeno esistere predatori carnivori.

Rectius: non vi era forma di cibo che potesse sostentare alcuna migrazione umana.

UNA LUNGA SERIE DI IMPEDIMENTI TECNICI
Ma le mie obiezioni non si fermano qui. Per quei tempi e per quelle latitudini dobbiamo
visualizzare condizioni climatiche avverse elevate a potenza: difficilmente la
temperatura media risaliva sopra gli 80 gradi sotto zero e la velocità del vento (che
doveva essere quasi continuo) superava frequentemente, e di molto, i 250 km orari.
Sottolineo che sto usando valori ridotti per difetto, per non dare l’impressione di
esagerare: un tale habitat impedirebbe la vita a chiunque anche ai giorni nostri, a meno
che non ci si rintani in basi sotterranee alimentate da centrali nucleari.
Nonostante questi dati di fatto, pure vorrebbero ficcarci nel cervello l’immagine di una
schiera di primitivi che si lancia verso la morte certa riuscendo, però, in modo
miracoloso a sopravvivere.
La metallurgia era inesistente, il cavallo era ben lungi dall’essere stato domato ed era
unicamente una preda dei cacciatori, lo stesso discorso vale per il cane
(l’addomesticamento del cane e del cavallo a scopo di macellazione risale al
mesolitico). Quindi, se pure i nostri avi avessero avuto il bene di conoscere la ruota,
comunque non avrebbero avuto la possibilità di contare su alcun aiuto per il trasporto
delle scorte alimentari. Eh sì, perché in luoghi privi di cibo bisogna andare recando
molte derrate alimentari. Continuerò a dimostrarvi come, per sostenere la fattibilità di
una tale impresa, bisogna tentare di arrampicarsi sugli specchi, ma, se non si è il buon
vecchio Uomo-Ragno, si è destinati a scivolare in modo miserrimo.
Dobbiamo ipotizzare, rimanendo in questa ottica, che migliaia di esseri umani abbiano
spinto su slitte, unicamente con la forza delle loro braccia, tonnellate di alimenti
(soprattutto carne, dato che più che fare i raccoglitori agricoli non erano in grado) al
fine di arrivare dall’altra parte del pianeta.
è assurdo: per sostentare quelle tribù nell’arco di svariate centinaia di anni (poiché
tanto sarebbero durati i vari spostamenti a tappe) ci sarebbero voluti dei trasporti pari
alla capacità di diverse migliaia degli attuali TIR. Altro che slitte di legno tenute insieme
da legacci di cuoio e spinte con le sole braccia e col petto! Comunque, per cibarsi di
quelle scorte sarebbe stato necessario scongelarle e quindi cuocerle: peccato che, in
quelle condizioni, le pietre focaie ed i bastoncelli non possano produrre nemmeno un
pochino delle calorie necessarie affinché avvenga la combustione. Inoltre, per poter
contare su combustibile sufficiente per effettuare tutto quel tragitto di migliaia di
chilometri, quei poveretti avrebbero dovuto deforestare buona parte della Siberia, ed
anche in questo caso qualche problemino di trasporto lo avrebbero avuto (a parte che
qualsiasi tipo di legno a quelle temperature si pietrificherebbe). Tutti sanno che gli
Esquimesi, se non hanno la possibilità di costruirsi capanne con ossa e pelli di karibù
(adesso, in verità, possono contare su tende delle migliori marche), si costruiscono gli
igloo tagliando blocchi di ghiaccio: dunque, proviamo noi a costruire igloo utilizzando
unicamente utensili di selce oppure di ossidiana! è possibile, per gli esquimesi, vivere
sopra il circolo polare artico unicamente perché possono contare sul traino dei cani e
sull’esistenza degli acciarini metallici (prima dell’avvento dei fiammiferi e degli
accendini) e sulle lame di ferro. Orbene, anche molti di voi avranno visto i film di storie
di cercatori d’oro nell’estremo nord americano e forse ricorderanno come, per spaccare
il ghiaccio con i moderni picconi, fosse necessario preventivamente accendere un
fuoco per ammorbidire almeno lo strato superficiale e pretendete che molte migliaia di
anni fa, impossibilitati ad accendere un qualsiasi fuocherello, riuscissero a spaccare un
ghiaccio assai più duro di quello attuale con poverissime punte di pietra?
Se ci provassimo noi vedremmo che, dopo qualche botta, la pietra ci si spaccherebbe
tra e mani.
Prima della modernizzazione degli anni ‘70-’80, gli Esquimesi contavano, per
l’approvvigionamento di grasso animale, unicamente sulla caccia di foche e trichechi (il
cui grasso era assolutamente vitale sia come combustibile sia come trattante per la
concia delle pelli sia come medicamento): i cacciatori, se non riuscivano a trovarli sugli
isolotti, bucavano il ghiaccio per calare le esche.
Ci risiamo: durante il supposto esodo quale tipo di grasso animale si poteva scovare?
Come si poteva sopperire alla mancanza di quella sostanza oleosa indispensabile per
la sopravvivenza dell’essere umano?
Ma continuiamo: vi è mai capitato di mettere (ovviamente per errore) una bottiglia d’olio
in frigorifero? Se sì, avrete visto come si solidifichi facilmente, a causa dell’alta
viscosità: ciò vuol dire che un qualsiasi tentativo (nella solita immaginaria, ma
necessariamente enorme quantità) di contare su scorte di grasso accumulate prima
dell’esodo fosse impossibile, dato che in quelle condizioni climatiche si sarebbero
solidificate come roccia pura. Inoltre, le attuali comunità artiche sono obbligate a
muoversi imbacuccate sino al naso durante le tormente di neve e vento.
Conseguentemente, ci dobbiamo fare l’ulteriore violenza di immaginare individui
ricoperti (per sopravvivere alle condizioni climatiche prima citate in riferimento all’ultima
glaciazione) da un così elevato numero di strati di pelliccia da essere impossibilitati a
muoversi se non per brevi tratti.
Nell’ambito di una migrazione effettuata in un ampio arco di tempo deve per forza
essere avvenuto un susseguirsi di molte generazioni. Credo che chiunque di voi abbia
tenuto in braccio un bambino piccolo, un neonato, e riuscite davvero a credere che un
esserino simile (e qui parlo da padre di famiglia) possa sopravvivere alla nascita in un
habitat in cui il freddo solidifica, tra le molte altre cose, l’umidità nei polmoni?!
Eh no, l’inferno bianco non è mai stata una comoda pista di pattinaggio, soprattutto
durante il Wurmiano III.

QUANDO IL POSITIVISMO SCIENTIFICO SI RITORCE CONTRO SE STESSI
Il paradosso è questo: proprio l’uso del cosiddetto positivismo scientifico ci obbliga a
scartare le suddette ipotesi, necessarie per imbastire uno scenario compatibile con la
grande migrazione. Esse non reggono sul piano della fattibilità; ecco perché nessun
autore ortodosso si imbarca in una precisa individuazione, come io invece ho fatto: si
darebbe la classica zappa sui piedi.
Ciascuna delle ipotesi a favore dell’esodo sotto il Wurmiano III offre il fianco alla sua
stessa demolizione, alla sua confutazione logica.
Ecco perché l’ipotesi residuale, eterodossa e blasfema, e solo apparentemente
impossibile, acquista la sua reale e piena dignità.
Smettiamo di ritenere implicitamente i nostri progenitori dei cretini: cioè se avessero
avuto bisogno di cibo lo avrebbero cercato dove avrebbero potuto trovarlo. In tutte le
migrazioni il movente principale è la possibilità di ottenere qualcosa di migliore, o
quantomeno il solo miraggio di ottenerlo; cosa si poteva mai pensare di trovare di
migliore dove non c’era assolutamente niente se non un deserto bianco senza confini?
Altrettanto ridicolo è suggerire che i migranti si muovessero, da Nord verso Sud, mano
a mano che il pack si ritirava, ottenendo così, progressivamente. nuovi territori:
qualsiasi scongelamento parte dalle zone più calde e non viceversa, cioè, pur se si
vuole ammettere una graduale fine del Wurmiano III, si deve riconoscere che i territori
si cominciarono a liberare progressivamente dagli attuali USA settentrionali in
direzione dell’attuale circolo polare artico.

DUE NAVI CONTRO L’ARTIDE
La Franklin and Crozier Expedition, 1845
A supporto della validità di quanto affermo, mi gioverò di un episodio assai tragico della
storia delle esplorazioni artiche. Questo espediente mi è necessario anche per
illustrare lo stress al quale è sottoposto l’organismo umano a quelle latitudini.
Le esplorazioni polari, per la maggior parte, sono state condotte da uomini
appartenenti alle marine militari di varie nazioni, quindi addestrati e consci dei pericoli
che dovevano affrontare; pure quelle vicende sono state costellate da fallimenti e
tragedie. Non è questo il contesto per farne un elenco e comunque non mi piacciono
gli elenchi; mi piacciono le analisi. Basti dire che gli uomini periti furono molte
centinaia, a partire dalla prima incursione verso il circolo polare artico, condotta
dall’italiano Giovanni Caboto, dopo aver scoperto il continente nord-americano sul
finire del XV secolo. Prenderò a paradigma la spedizione britannica di Franklin e
Crozier del 1845.
Ritengo che la possibilità di portare il lettore a condividere questa mia convinzione sia
subordinata all’offrire un contrappunto moderno, dato che parlare degli asiatici del
Paleolitico significa andare letteralmente all’alba dei tempi. L’analisi di una vicenda in
cui ci sono la profusione della migliore tecnologia dell’epoca e l’agire di uomini al
vertice della preparazione militare dimostrerà che l’organismo umano, portato al limite
della sopravvivenza, ha solo due strade per la salvezza: nel caso specifico della lotta
contro il Polo significa che o si riesce a trovare (in qualsiasi modo) un luogo ove si
possa sfuggire al freddo, riposare e rifocillarsi adeguatamente, oppure bisogna avere
un fato benevolo che permetta l’arrivo delle squadre di soccorso prima che sia troppo
tardi. La terza via, ovvero continuare troppo a lungo sul filo del rasoio non è concessa:
essa ha. come solo esito. il soccombere all’ipotermia, alla fatica ed alla fame. Illustrare
l’alea della sopravvivenza in quelle condizioni estreme pure in epoca moderna
significherà offrire una pietra di paragone che dimostra l’impossibilità individuale,
collettiva e storica della millantata migrazione attraverso lo stretto di Bering.
L’avvento delle tute termiche di neoprene, delle motoslitte, delle attrezzature GPS (e di
tutto ciò che di sofisticato e tecnologico l’uomo ha saputo creare) consentono a
qualsiasi avventuroso pieno di soldi l’impresa del Polo, ma non cancella i limiti
invalicabili preesistenti all’invenzione delle CPU, del motore a scoppio a benzina e
delle pasticchine supervitaminizzate (e simili).
Meglio di qualsiasi altra, la spedizione Franklin e Crozier permetterà all’amico lettore di
rendersi conto dell’enormità della mistificazione insita nel dogma del popolamento delle
Americhe durante l’ultima glaciazione.

ALLA RICERCA DEL PASSAGGIO A NORD OVEST
L’Ammiragliato britannico, in data 5 maggio 1845, consegna a sir John Franklin una
dettagliatissima serie di ordini, suddivisi in 23 articoli: la meta finale è scoprire
l’agognato passaggio a Nord-Ovest, cioè un corridoio di mare tra i ghiacciai eterni
attraverso il quale si possa passare dall’Atlantico al Pacifico per la via più breve.
è l’unione dei due Mondi.
In verità è una ben strana serie di ordini, in quanto, pur lasciando alla libera
valutazione di un grande esploratore, qual è sir Franklin, la congruità dell’agire, fissa
severamente l’itinerario, che deve lambire coste assai superficialmente conosciute
(fino ad un certo punto erano riuscite ad arrivare le esplorazioni precedenti, oltre si
ergeva solo l’Ignoto).
La rotta si articola in questo modo: risalire la costa ovest della Groenlandia, quindi,
attraverso lo stretto di Davis, entrare nella baia di Baffin, dopo di che costeggiare l’isola
di Melville, avendo già superato gli stretti di Lancaster e Barrow.

Successivamente […] si spera di che il resto del percorso sia ugualmente libero dai
ghiacci, per circa 900 miglia fino allo stretto di Bering […]. (mia traduzione di parte
dell’articolo 5).

Il che vuol dire circa 1.200 miglia marine complessive attraverso il Mar Glaciale Artico
occidentale.
L’articolo 8 ordina, avendo effettuato i primi rifornimenti presso uno degli insediamenti
della Compagnia della Baia di Hudson in Alaska, di raggiungere le isole Sandwich
(Nord-Est dell’Oceano Pacifico) per il completo rifocillamento degli equipaggi e
l’accurato rimessaggio dei due brigantini. Dopo di ciò è imperativo raggiungere il
Console britannico a Panama, allo scopo di consegnare il primo rapporto (che da lì
sarebbe partito alla volta della patria con un’altra nave).
L’ultimo rigo di questo articolo recita:

[…] dopo di che il Comandante non deve perdere alcun tempo nel tornare in
Inghilterra, doppiando Capo Horn.

Una cosa da ridere, da fare in un battibaleno! Poiché tale doveva sembrare ai
parrucconi dell’Ammiragliato circumnavigare le due Americhe, avendo già sconfitto il
Mar Glaciale Artico, con due soli motovelieri.
Pur essendo la scoperta del passaggio a Nord-Ovest il traguardo principale, si
percepisce chiaramente come, dalle righe dei 23 articoli, emani la speranza dei
superiori che le navi e gli uomini possano finire prigionieri dei ghiacci almeno per un
inverno, al fine di compiere importanti misurazioni geomagnetiche ed astronomiche.
Infatti nelle stive vennero infilati strumenti scientifici di ogni genere ed in grande
numero, portando via spazio prezioso alle scorte di carbone e di cibo.

LA CONQUISTA (MANCATA) DELLO STRETTO DI BERING
Nel mattino del 19 maggio del 1845 le due navi (brigantini disarmati) lasciano il Tamigi,
per tutta la lunghezza, sino alla foce, pavesato a festa, in direzione Nord.
Sono eccezionalmente equipaggiate (il comandante in tal modo è sicuro di avere cibo
per cinque anni ed, in caso di razionamento, per sette). Tra le altre scorte spiccano:
15.000 kg di carne di manzo e 15.000 kg di carne di maiale (una parte essiccata e
l’altra salata), 16.000 kg di carne in scatola, 16.000 litri di alcolici, 9.000 litri di vino,
3.000 kg di tabacco, 1.200 kg di candele, centinaia di litri di succo di limone
(essenziale contro lo scorbuto e per le sue qualità astringenti ed anche antisettiche del
cavo orale). Sono la Erebus, ove è la persona di sir John Franklin (comandante della
spedizione e capo di varie imprese sotto tutte le latitudini), agli ordini del capitano
James Fitzjames, e la Terror, agli ordini del capitano Francis R.M. Crozier (un altro
veterano, già secondo dell’ammiraglio James Clark Ross, per anzianità comandante in
seconda della spedizione). Hanno la chiglia spessa circa 30 cm e la prua corazzata e
rostrata: la Erebus è quasi una fregata, lunga 32 metri; la Terror è di poco più piccola.
Ambedue, nel proprio ventre, hanno una locomotiva, costruita dalla London Railways,
di 15 tonnellate, in grado di erogare 20 HP, destinata al riscaldamento delle cuccette
degli equipaggi ed a dare l’energia per spaccare la banchisa.
Essendo brigantini hanno due alberi ed un bompresso. I due equipaggi ammontano
complessivamente a 137 uomini, ufficiali in comando compresi. Sino al 12 luglio una
nave appoggio, la Barretto Junior, le segue, per rifornirle costantemente affinché
possano affrontare il circolo polare artico a pieno carico. L’ultimo scalo è il porto
groenlandese di Disko. Gli equipaggi parlano con i pochi abitanti del luogo e
dimostrano che le loro speranze sono di raggiungere lo stretto di Bering entro il mese
di ottobre di quello stesso anno: sanno che essere intrappolati nel pack è cosa assai
rischiosa e poco sono infiammati dalle auspicate rilevazioni geomagnetiche ed
astronomiche. Certo, vogliono conquistare quel primato per la loro patria, ma vogliono
anche vivere. Dopo aver lasciato il porto di Disko (12 luglio), ed aver trasbordato (per
ragioni ignote) cinque uomini sulla Barretto Junior (che vira verso Sud), gli ultimi
contatti con il mondo civile si avranno con due navi baleniere britanniche: la Prince of
Wales e la Enterprise (il 28 luglio 1845).
Gli equipaggi si schierano sulle rispettive navi per salutarsi alla voce lanciando i berretti
in aria, tutti gli uomini sono palesemente commossi. La spedizione scompare verso
Nord, ad incontrare il proprio destino.
Nonostante gli auspici, proprio sul finire dell’estate del ’45 le due navi vengono strette
dal pack e gli uomini si trasferiscono sulla terraferma più vicina, l’isola di Beechey, un
grosso scoglio gelido ed inospitale. Qui si verificano i primi drammatici eventi: tre
uomini, dopo una breve malattia, muoiono. I nomi di questi poveri eroi misconosciuti
(che soli riporto a simbolo anche degli altri) sono:
John Torrington, sottufficiale capo-fuochista della Terror (il più giovane, morto appena
ventenne);
John Hartnell, marinaio scelto della Erebus;
William Braine, sottufficiale dei Royal Marines (la prima truppa da sbarco della storia
moderna).
Le cause principali sono da individuare nel deterioramento imprevisto delle scorte di
carne inscatolata e nell’avvelenamento da piombo (con il quale erano state saldate le
suddette scatolette).
Difatti, almeno la metà del cibo in scatola viene abbandonata. La perdita di un tale
quantitativo di derrate e la morte di tre uomini per malattia (il che faceva supporre che
anche altri membri degli equipaggi ne fossero colpiti) avrebbero legittimato, in base agli
ordini dell’Ammiragliato, il ritorno in patria, ma sir John Franklin ed i suoi uomini
formano un gruppo davvero unico e formidabile. Basti dire che sulle navi vi è un totale
di 3000 libri di tutti i tipi: vengono tenute regolari lezioni per elevare il livello scolastico
degli uomini meno colti. Invece, al primo momento opportuno dell’atteso disgelo, la
spedizione prosegue verso la meta. Non possono fare altrimenti, sono i conquistatori
planetari cantati da Rudyard Kipling: il loro motto è Britannia Rules the Waves (La
Britannia regna sulle onde).

UOMINI ALL'INFERNO
L’unica testimonianza degli eventi successivi, un breve dispaccio su carta intestata
dell’Ammiragliato, recita:

25 Aprile 1848. Le navi di Sua Maestà Erebus e Terror sono state abbandonate il 22
Aprile a cinque leghe in direzione Nord-Nord-Ovest, essendo state bloccate (dai
ghiacci) il 12 Settembre 1846. Gli ufficiali e gli uomini di truppa, che ammontano a 105
anime sotto il comando del capitano F.R.M. Crozier, hanno preso terra qui, latitudine
69° 37’’ 42’ e longitudine 98° 41’ [omissis]. Sir John Franklin è morto in data 11 Giugno
1847 ed il totale delle perdite nella Spedizione è stato, sino ad oggi, di 9 ufficiali e 15
sottoposti. (Firmato) James Fitzjames, capitano della nave di Sua Maestà Erebus.
(Controfirmato) F.R.M. Crozier, capitano della nave di Sua Maestà Terror ed ufficiale
anziano. (Post scriptum) Domani si inizierà la marcia verso il Back’s Fish River (mia
traduzione).

Questo breve comunicato getta una chiara luce su quanto avvenuto prima del 25 Aprile
1848 e sul martirio che attende, poi, i sopravvissuti: dopo aver lasciato Beechey Island
ricadono prigionieri dei ghiacci (nello stretto Vittoria) a metà settembre del 1846 e
nemmeno durante l’estate successiva del 1847 la morsa del pack si allenta. Le potenti
locomotive si rivelano inutili contro l’enorme spessore della banchisa. Evidentemente,
le navi sono rimaste così danneggiate che si dispera che possano tenere il mare in
caso di disgelo negli anni a venire; pertanto la decisione disperata è di cercare la
salvezza camminando sul ghiaccio fino a raggiungere il Canada, a ben 1.200 miglia
marine dal punto in cui è stato abbandonato il dispaccio (contenuto in un cilindro di
rame a tenuta stagna). Da ciò si capisce che, nel tentativo di salvare la sua vita e
quella dei suoi uomini, Crozier decide un’inversione a Sud, sperando di trovare
soccorso presso un avamposto della Compagnia della Baia di Hudson. Eppure non
riescono ad effettuare che 90 miglia di cammino, senza mai lasciare l’isola di Re
Guglielmo (raggiunta appena dopo l’abbandono delle navi). Questo vuol dire che i
viveri, seppur razionati, non furono sufficienti a garantire un sia pur minimo
sostentamento nella marcia, nonostante il progressivo diminuire delle bocche da
sfamare.
è da desumere che:

- buona parte delle scorte alimentari andò avariata o comunque si rivelò inutilizzabile;

- il grosso quantitativo di carbone era andato quasi del tutto sprecato nei tentativi di
spaccare la banchisa, sottraendo, così, combustibile per riscaldarsi e cuocere (dopo il
necessario scongelamento) il cibo;

- gli uomini finivano sfiancati, con la pelle piagata ed i muscoli intossicati dall’acido
lattico, nel trainare le barche (in patria esse erano già state munite di pattini, in vista di
un’eventuale emergenza);

- la temperatura doveva essere cosi bassa, anche d’estate, da non consentire di
piantare tende, né agli uomini di sopravvivere comunque sulla superficie ghiacciata
del mare, specialmente durante le ore di sonno, quando l’organismo umano è più
vulnerabile all’ipotermia;

- pure lo scorbuto, per carenza vitaminica, e la polmonite, per un generale
abbassamento delle difese dell’organismo, debbono aver mietuto la loro parte di
vittime.

Pertanto i superstiti rimangono aggrappati a quell’isola inospitale, forse con la
speranza di vedere, all’orizzonte, l’arrivo dei soccorsi, oppure di ricevere qualche aiuto
da un eventuale incontro con le tribù Esquimesi.

Le spedizioni di soccorso
Nonostante che in patria si disperasse (la commozione dell’opinione pubblica fu
grande) sulla sorte della spedizione già dall’estate del 1847, il governo non fu in grado
di inviare subito i soccorsi, a causa delle spese dovute a quell’inutile massacro, noto
come guerra di Crimea, contro l’impero russo (al quale si pregiò di partecipare anche il
nostro Cavour, tanto per far vedere che esistevamo pure noi Italiani, così come oggi
l’attuale piccolo Cesare sta facendo ammazzare i nostri ragazzi con la speranzella di
raschiare qualcosa dal fondo del barile in Iraq).
Appena finito l’evento bellico, le operazioni di soccorso partirono e, sino al 1854,
furono ben dodici, sia governative che private: tra queste ultime l’American Grimmell
Expedition scoprì le tre tombe a Beechey. Ma, nel 1854, un gruppo di esploratori della
Hudson Bay Company, comandati dal dottor John Rae, riuscì ad ottenere importanti
testimonianze orali da alcuni gruppi di Inuit.
Lo scenario che recò in patria risultò atroce: egli depose innanzi ad una corte
dell’Ammiragliato, che, in base ai racconti degli Inuit:

Dallo stato mutilato di molti corpi e dal contenuto delle pentole, è evidente che i nostri
sventurati compatrioti sono stati spinti all’ultima risorsa del cannibalismo, quale mezzo
per prolungare la loro esistenza (mia traduzione di parte del verbale di deposizione).

Lo scandalo scoppiò in Gran Bretagna (anche il grande scrittore Charles Dickens
insorse contro il rapporto di Rae): i sudditi britannici non potevano accettare che il
meglio delle loro forze armate fosse caduto cosi in basso.
Eh no, non potevano condividere un simile verdetto, basato sulle testimonianze di…
pochi (secondo loro) selvaggi Esquimesi. Comunque Rae ebbe il premio di 10.000
sterline stanziato dal governo.
Nel 1858 lady Jane, l’indomita vedova di sir Franklin, investì il proprio patrimonio per
acquistare un motoveliero ed assoldare un equipaggio poco numeroso, ma composto
da fieri veterani (con poche bocche da sfamare le scorte durano di più), sotto il
comando del capitano Leopold Mclintock, più tardi ammiraglio e baronetto.
Dopo una circospetta navigazione seguendo la rotta di John Rae, la spedizione di
recupero (perché così deve essere chiamata, dato che un soccorso era impossibile)
approda finalmente sulla King William Island, per scoprire che essa è ormai l’ossario a
cielo aperto della spedizione Franklin e Crozier. Decine e decine di scheletri giacciono
ovunque, spolpati da qualche stormo di uccelli migratori. Su molti resti sono evidenti i
segni inferti dai pesanti coltelli di marina, cosi com’è evidente che i superstiti hanno
aperto le ossa allo scopo di succhiarne il midollo. In particolare, in una località
successivamente denominata The Boat Site, una pattuglia condotta dal secondo in
comando (Hobson) scopre una barca su pattini, con all’interno due scheletri decapitati.
Vicino ad essa giacciono i resti di coloro che vi hanno messo le spoglie dei compagni
allo scopo di cibarsene durante la marcia verso la salvezza, il che non aveva evitto loro
di morire comunque tra gli stenti ed i patimenti.
Nessun segno di lotta venne trovato in alcun luogo: i vivi si erano semplicemente
limitati a macellare i morti. Si suppone che gli ultimi superstiti siano defunti nel 1850.
Pochissimi corpi furono identificati; tra questi non vi erano quelli dei tre ufficiali in
comando. Tra i resti di un accampamento fu trovato il dispaccio firmato da Fitzjames e
Crozier.
La marcia verso la salvezza non aveva superato le 100 miglia marine.
Amici, i nostri antenati del Wurmiano III avevano solo una miseria assoluta da poter
mettere sul piatto della bilancia, ma i noti furbastri ci vogliono obbligare a credere che
coraggiosi primitivi compirono ciò era per loro impossibile.
I ragazzi di Franklin e Crozier erano ed avevano il meglio da mettere nel loro piatto, ma
sappiamo come finirono.

UNA COMODA GLACIAZIONE
Geofisici e climatologi (tra cui il prof. Pinna, nel 1996) danno una schematizzazione
geografica del Wurmiano III molto precisa e particolare, nonché, a mio avviso, comoda.
La copertura siberiana sarebbe stata poco estesa e circoscritta solo alle estreme
regioni settentrionali, mentre verso lo stretto di Bering vi sarebbero stati ghiacciai eterni
disposti quasi come le pedine su una scacchiera ed in corrispondenza,
approssimativamente, con le attuali città di Butun, Russkoe, Seimcan e Jakursk.
L’esistenza di questi (provvidenziali) varchi avrebbe consentito un percorso a zig-zag
fino al raggiungimento del corridoio tra i due continenti. Ma lo stesso Pinna traccia una
linea del pack, sul continente nordamericano, che lascia pochi dubbi: sulla costa
orientale arrivava sino al 40° parallelo, cioè ove sorgono le attuali città di New York e
Chicago, mentre sulla costa occidentale si spingeva sino al 49°, nei pressi dell’attuale
città di Seattle. Tra le due coste correva la linea quasi retta del ghiaccio eterno.
Quindi ben più della metà di quel continente era una sconfinata distesa desolata e
sterile, simile al marmo.
Ma i soliti professoroni mai tentennano nel tacere i dati di fatto che vi sto esponendo,
dando per scontato e pacifico un avvenimento che tale non è.
Un esempio della furbesca superficialità di questo dogma di fede è dato da un brano,
l’autore del quale è un ottimo giornalista e divulgatore del quotidiano La Repubblica,
Franco Pratico. Egli, in un articolo del 30-11-1998 scrive:
Fine Pleistocene, tredicimila anni or sono: due terzi del continente (nord)americano
giacciono ancora sotto una coltre di ghiaccio, ma il resto è coperto da foreste e
popolato da elefanti, mastodonti, leoni, orsi giganti, tigri dai denti a sciabola. L’ultima
glaciazione ha fatto emergere la lingua di Terra che collega l’America alla Siberia (ora
stretto di Bering). E attraverso questa via penetrano nel continente ancora vergine
alcuni gruppi di cacciatori, i primi esseri umani a raggiungere l’America. Sono perfetti
homo sapiens, dal grande cervello, dalla straordinaria resistenza e plasticità, abilissimi
cacciatori, esperti artigiani, (costruttori) di tende, ripari, attrezzi, indumenti, forse perfino
di rudimentali imbarcazioni […]
Amici, la contraddizione logica è chiara e palese sotto i nostri occhi: l’autore riconosce
che la gran parte del continente nordamericano era coperto dal pack fino agli stati
settentrionali degli odierni USA, ma afferma che un gruppuscolo di ex cavernicoli
riesce a raggiungere, Pratico con ci dice come, la Terra promessa corrispondente alle
attuali grandi praterie, magari vivendo di sola aria fresca, molto fresca.
Al che io mi chiedo se quei perfetti homo sapiens avessero anche un costume blu, con
mantello e stivali rossi ed una S maiuscola sul petto.
Eh sì, perché dei Superman dovevano essere coloro che fecero, in epoca preistorica,
ciò che non sarebbe riuscito agli uomini moderni della spedizione Franklin e Crozier.
Nel 1812, durante la ritirata ad ovest di Mosca, cioè in piena Russia europea, uomini
addestrati del migliore esercito del mondo (quello dell’Imperatore) venivano decimati
più dal generale Inverno che dal generale principe di Kutuzov. Vi sono tante
testimonianze, lasciate dai superstiti, che ci parlano dei loro compagni morti assiderati
mentre stavano per addormentarsi in piedi, appoggiati al fucile. Il gelo li coglieva con i
muscoli contratti nell’atto di trovare sostegno per il riposo. Un calvario che non fu molto
diverso, nonostante il progresso tecnologico intervenuto nel frattempo, per quei ragazzi
che dovettero ritirarsi con i propri piedi dopo la controffensiva sovietica scatenata a
Stalingrado sul finire del 1943.

LA STORIA PARALLELA
Solitamente, nell’ambito di tale dogma omissivo e pseudoscientifico, si identificano in
vaghi gruppi tribali nord-mongolici gli artefici della migrazione: il problema è che, da un
punto di vista di antropologia fisica, nel Nuovo Mondo vi sono rappresentanti di varie
tipologie umane molto difformi tra loro. Non voglio annoiare nessuno con elenchi e
misure antropometriche; mi limiterò a dire che, nelle due Americhe, oltre alla
morfologia prettamente mongolica (che ritroviamo sia negli Inuit canadesi che in vari
gruppi pueblo-andini, solo per citare alcuni esempi), riscontriamo la morfologia
maharatta e rajastana dell’India del Nord-Ovest (verificabile presso i superstiti dei
Cherokee, Delaware ed Irochesi, in linea di massima alti e slanciati) e la morfologia
annamita tra gli indios della foresta amazzonica (ripeto, questi sono solo pochi
esempi).
A complicare ulteriormente le cose ci sono le testimonianze dei primi esploratori, che
parlano di “pellerossa” cosi aderenti a canoni classici di bellezza virile che vennero
definiti i lord Brummel delle praterie (prendendo a riferimento il famoso dandy inglese),
i quali, più tardi, vennero identificati come Cheyenne.
Pure resoconti dei tempi della conquista del Perù ci parlano di Indios bianchi nella
foresta amazzonica: una semplice leggenda diffusa da predatori ubriaconi?
Eppure, una celebre ed antichissima versione del mito del Serpente Piumato (in ambito
mesoamericano) descrive il re sacerdote Topiltzin-Quetzalcoatl come un giovane con
pelle bianca, occhi chiari e barba rossiccia.
Ebbene, questi particolari Indios si sono estinti insieme a tanti altri gruppi tribali durante
400 anni di “superiore” dominazione bianca, oppure erano già in via di estinzione
allorché arrivarono i primi conquistadores?
Personalmente, io propendo per la seconda ipotesi.
Un altro grosso ed inoppugnabile problema (ma, come al solito, taciuto e trascurato) è
l’esistenza delle colossali teste basaltiche di epoca olmeca, ovvero di prima ancora
dell’avvento dei Maya. Queste sculture, di pregiatissima fattura, hanno i tratti somatici
dei neri africani: proprio così, sia le fattezze estetiche che i rapporti antropometrici
appartengono a quel tipo di essere umano.
La scultura meglio conservata è quella esposta nel parco del museo di Villa Hermosa-
La Venta, Messico: essa è alta 241 cm, per un peso di 25 tonnellate.
Venne costruita tra il 1000 e l’800 avanti Cristo. Pertanto, quando il classico studioso
serio ed ortodosso ci dice che gli antenati degli Amerindi sono da identificare
unicamente nei mongoli, propina una menzogna: attualmente, nel Nuovo Mondo
troviamo rappresentanti di moltissime etnie asiatiche. Anzi, è mia convinzione che lì ci
furono rappresentanti di tutte le tipologie umane, alcune delle quali erano già in via di
scomparsa, per motivi che ignoro, all’epoca della Conquista: mi riferisco alla tipologia
indoariana (cioè la nostra) ed a quella nero-africana; di quest’ultima rimangono gli
scomodi e muti testimoni di pietra, le colossali teste basaltiche olmeche.
Affermare che a migrare furono solo i mongoli è comodo, dato che geograficamente
erano quelli più vicini allo stretto di Bering, mentre riconoscere che sono presenti
rappresentanti un po’ di tutta l’Asia scombina. Giocoforza. le carte in tavola.
Da tutto ciò evinco che, nell’altra parte del mondo, furono letteralmente portati di peso,
volenti o nolenti non fa differenza, campioni (individui selezionati) di tutte le morfologie
umane, allo scopo di pilotare un’evoluzione storica parallela, ma non identica a quella
del Vecchio Mondo.
Nonostante la separazione ed il consequenziale occultamento dovuto alle enormi
distanze, l’esistenza di miti con soggetto troppo smaccatamente simile dimostra
l’accadimento di avvenimenti di cui furono testimoni ambedue le umanità, ma di questo
parleremo in modo organico ed ordinato più avanti.

IL GRUPPO ALFA ED IL GRUPPO OMEGA
è mia convinzione che gli antichi dei, coloro che adesso noi chiamiamo alieni od
extraterrestri, portarono quei nostri antenati nel Nuovo Mondo per motivi che sono
compatibili con quanto emerge complessivamente dalle ricerche del professor Corrado
Malanga. Sinteticamente, ciò ha consentito di monitorare il susseguirsi generazionale
di determinate linee di sangue per scopi che, a mio avviso, sono stati quasi
definitivamente individuati dallo studioso testè citato, ai lavori del quale io senz’altro
rimando il lettore. Non solo, ma l’esistenza delle due umanità è anche compatibile con
il quadro rappresentato dall’esistenza di due antichissime sfere di influenza dovute a
quello che fu, a mio avviso, l’accordo sulla cogestione occulta dell’essere umano, al
termine di quella guerra che rappresentò sia la fine del periodo atlantideo (Genesi 6)
che il motivo scatenante della brusca fine dell’ultima glaciazione (con le 13
conseguenti catastrofi naturali riassunte in modo paradigmatico nel diluvio universale,
Genesi 7).
Ma non mi fermo qui: l’esistenza di due gruppi separati è un must per qualsiasi studio
di carattere psicologico (ma, tutto sommato, anche a livello sociologico) nel quale si
voglia essere certi che determinati effetti sono il risultato di determinati elementi
causali, solo di questi e non di altri. Siamo nell’ambito della scuola del
comportamentismo (anche nota come quella dello stimolo-risposta), ovviamente di
matrice americana, ma con grandi debiti di riconoscenza verso le sperimentazioni
tenute nei lager nazisti.
Orbene, è lecito affermare che l’ effetto δ è correlato alla causa β, in un dato ambito Α,
quando δ non si riscontra nell’ambito Ω (che è il gruppo di controllo in riferimento ad Α)
omologo ad Α poiché in Ω sono state inserite cause (o input, o variabili che dir si
voglia) diverse da β. e δ in Ω si riscontra solo dopo l’immissione di β.
Per chiarire la necessità e l’utilità del gruppo di controllo userò come esempio (di
immediato interesse) un esperimento condotto da un team di ricercatori di una famosa
università americana, tra l’altro fortemente collusa con CIA, NCA e compagnia
cantante.
Nell’ambito di una più vasta ricerca sulla sessualità nei mammiferi, i ricercatori
utilizzarono dei topolini, con pari numero di maschi e femmine; le femmine erano in
calore. Si accertò che, dopo un elevato numero di ripetuti accoppiamenti, tutti i maschi
rimanevano inattivi a fronte delle provocazioni delle femmine, essendo queste ancora
in fase di estro.
A questo punto, metà (gruppo Α) dei maschi viene separata dagli altri (gruppo Ω) ed ai
maschi Α viene immediatamente presentato un gruppo di nuove spose (la variabile β): i
maschi Α si risvegliano all’istante, ritornando ad essere indefessi amatori (effetto δ, in
questo caso l’attività sessuale), mentre i maschi Ω continuano a perseverare nella loro
apatia. A fronte della successiva ricaduta nell’apatia (dopo una serie di ripetuti
accoppiamenti in quantità praticamente identica ai precedenti) da parte maschi Α, le
spose (la variabile β) di questi ultimi vengono presentate ai maschi Ω: un successone.
Questi, stimolati dalle femmine con le quali mai si erano accoppiati, ritornano
repentinamente all’attacco (effetto δ).
Grazie a tale metodologia, quegli studiosi hanno potuto evincere che:
nel maschio sano dei mammiferi la libido (effetto δ), a seguito di un calo per
sopravvenuta noia verso una determinata compagna, si riaccende con maggiore
facilità nei confronti di una nuova partner (causa β), il che, tradotto in termini umani,
piaccia o no alle nostre mogli ed alle femministe, equivale all’innata ideologia maschile
dell’harem e del gineceo.
Pertanto, dopo avere separato in due l’umanità, gli antichi dei hanno avuto tutto l’agio
di inferire quelle variabili che hanno ritenuto confacenti ai loro scopi. Prima dell’impresa
di Colombo, l’eventuale arrivo di navigatori vichinghi a Terranova e di qualche sparuta
nave fenicia alle Antille è congruo con l’ipotesi di un nuovo input in un sottogruppo
delimitato, stante l’enormità delle distanze e le difficoltà di comunicazione con gli altri
sotto-gruppi circostanti.

In tutte le religioni scopriamo che i rispettivi “paradisi” sono luoghi tutt’altro che pacifici
ed idilliaci. Quasi costantemente gli dei sono in guerra gli uni contro gli altri e gli uomini
sulla Terra ne fanno immancabilmente le spese, a volte come carne da macello sul
campo di battaglia (per esempio nella guerra di Troia), a volte come semplici vittime
passive ed inconsapevoli di catastrofi collaterali all’uso di armi micidiali.
Non posso fare un trattato di mitologia comparata; debbo estrapolare quei dati sensibili
che mi permettano di suffragare la mia convinzione che quegli antichi esseri ritenuti
sovrannaturali, in realtà non lo erano affatto, essendo, invece, individui sì più forti e
longevi dell’uomo, ma comunque fatti di carne e sangue, seppur in modo particolare.
Partendo dalle fonti sumere più antiche, fino ad arrivare ad Omero, Esiodo, Virgilio
(solo citando gli autori classici più famosi) e a Snorre Sturluson (autore scandinavo
dell’Edda, l’opera che narra di Odino, Thor, Baldr, ecc., ecc, scritta nel cuore del
medioevo europeo) troviamo pedissequamente guerre terribili, condotte spesso senza
misericordia pure nell’ambito di stessi gruppi familiari. In questo caso, in linea di
massima, a seguito del passaggio di un congiunto nel campo avversario (spesso
rappresentato da divinità con morfologia dissimile).
Non fa eccezione il Pantheon giudaico-cristiano, e di questo ho parlato diffusamente
nella prima parte del presente lavoro.
Anche gli antichi dei potevano (ed avevano paura di) morire: quelli dell’Ellade erano
legati ad una sostanza miracolosa, dagli autori classici variamente identificata
nell’idromele o nei pomi delle Esperidi, dispensata dalla bellissima Ebe. Così gli Aesir
dei Vichinghi erano subordinati ad una bevanda in possesso di un’unica dea; infatti,
costei, essendo in ambasce per problemi amorosi, dimenticò per un certo tempo di
somministrarla ai suoi pari e gli Aesir si rattrappirono e si raggrinzirono, rischiando di
morire di stenti.
Nel giardino dell’Eden c’e’ l’albero della vita eterna che Yahvè, geloso, protegge a
spada tratta contro le intemperanze della prima coppia umana.
Perfino nella più mistica India gli dei temono per la loro incolumità fisica: per esempio,
nel Mahabarata il grande dio Indra fugge terrorizzato, mentre rischia di cadere in un
rogo, trascinatovi dal suo amico, il principe dei serpenti Naga (etimo che ha la stessa
origine dell’ebraico nahas, serpente).

Le “coincidenze” numerologiche
Allo studioso di mitologia comparata si presentano sia similitudini che differenze: le
prime sembrano lecitamente appartenere al substrato più antico, mentre le seconde
possono essere attribuite a periodi successivi, ad opera della semplice rielaborazione
letteraria dei singoli autori.
Nell’ambito dei limiti che questo lavoro deve avere, non posso trascurare quelle
similitudini che sono fondamentali.
Il numero tre, che trova la sua ipostasi nelle triadi, si ripete costantemente, anche
basandosi su personaggi assai dissimili gli uni dagli altri.
Presso gli ebrei la ripetizione è quasi ossessiva: abbiamo i tre figli di Noè (capostipiti
delle varie razze bibliche), Lot e le sue due figlie; i tre arcangeli; il triangolo conflittuale
rappresentato da Yahvè, Satana e Michele.
Il numero tre è un concetto onnipresente in tutta l’Eurasia: se tracciamo delle linee
(che saranno curve), unendo ciascuna manifestazione a quella contigua, nell’ambito
dei diversi siti geografici, ci accorgeremo di tracciare una spirale che ha un preciso ed
unico centro di irraggiamento. Partendo dalla nostra Europa abbiamo le tre Norne
scandinave (che tessono il destino di chiunque, sia dio che umano); le tre Parche del
mondo elladico, con le stesse incombenze delle prime (vi sono pure le tre Gorgoni, le
tre Grazie, ecc., ecc); un sotto-ramo particolare è rappresentato dalla la Trinità
cristiana, succedanea di quella giudaica, e dalla sacra famiglia (Gesù, Giuseppe,
Maria) a Roma.
Partendo dal ramo africano abbiamo la triade capitolina egizia rappresentata da
Osiride, Iside ed Horus; poi la triade capitolina siriana con Nimrod, Semiramide e
Tammuz, a Babilonia.
Il ramo nel più estremo oriente è rappresentato dalla Trimurti, formata dalle tre
principali divinità: Visnù, Brahma e Shiva.
Avrei potuto inserirne anche altre (per esempio la triade capitolina omerica: Zeus, Era,
Pallade), ma ritengo che gli esempi qui riportati siano sufficienti.
Al centro dell’irraggiamento vi è la triade formata dal sumerico Anu con i due suoi figli,
Enlil ed Enki.
è altresì necessario dire che, man mano che da tale centro si procede verso gli estremi
dei rami della spirale, troviamo che tutte le varie manifestazioni triadiche si susseguono
secondo un criterio cronologico: perciò il centro della spirale è il nocciolo più antico
della stessa e l’ispiratore delle successive ipostasi. Pertanto, essa contiene una
valenza archetipica.
Sino ad oggi non ho trovato una tale similitudine numerica nelle civiltà precolombiane…
ma la ricerca continua.
Eppure, una coincidenza numerica si trova, nel Nuovo Mondo, in riferimento al numero
tredici.
In ambito eurasiatico, per individuare tale fenomeno bisogna lavorare un po’ sui dati,
ma è molto semplice.
Mi limiterò a fare gli esempi più famosi: gli dei greci che risiedono sul monte Olimpo
sono dodici, ma a questi si deve aggiungere indubbiamente Ade (Plutone per i Latini),
che ha pari dignità rispetto agli altri. Anzi, essendo fratello di Zeus-Giove e di
Poseidone-Nettuno, fa parte dei grandi dei della terza generazione esiodea; inoltre,
insieme al primo (che rappresenta il cosmo) ed al secondo (che rappresenta l’acqua),
egli forma un’altra triade parentale e primigenia. In effetti, chi ha avuto modo di studiare
il poco che ci è pervenuto dei Misteri Eleusini, ben sa che il vero Patronus (anche se
occulto) della religione elladica è per l’appunto il sovrano dell’Oltretomba, il quale è a
capo di quella dimensione alla quale tutti i viventi guardano con paura e pieni di
domande. Al suo confronto il grande Zeus fa la figura del discolaccio invecchiato.
Un altro esempio: sappiamo che gli apostoli sono dodici, (dopo il suicidio di Giuda
Iscariota il posto di quest’ultimo venne preso dal giovane Mattia), ma la reale totalità
evangelica della predicazione è data aggiungendo, per forza, Gesù Cristo, che ne è il
capo.
Lo stesso avviene in ambito sumerico: ai dodici dei mesopotamici bisogna aggiungere
il dio, fondatore della dinastia, spodestato da Anu, secondo gli studi di Zeharia Sitchin.
Ebbene, il numero tredici ricorre più volte nella Mesoamerica. Nella cosmologia Maya
abbiamo i tredici cieli dei “Patroni dei Mondi Superiori”; mi riferisco agli Oxlahuntikù
(Oxlahun = 13, Tiku = dei). Specularmene, e voglio sottolineare questo avverbio,
abbiamo, nei mondi inferiori, i nove Bolontikù (in cui Bolon sta per nove), ai quali si
sommano gli altri quattro elementi inferiori, i Bacab (cioè i quattro punti cardinali).
Quindi, anche in questo caso, è ripristinato il numero 13.
Il cronista spagnolo Bernardin de Sahagun, nel suo Informantes, ci dice che i Toltechi
(popolo di lingua Nahuatl come gli Aztechi e prima di questi stanziatisi sull’altopiano
dell’Anahuac):

Sapevano che i cieli sono molti, divisi in 12 o 13 scompartimenti sovrapposti, ognuno
col proprio dio numero […]. Il supremo dio è il Signore della Dualità e la sua
compagna è la Signora della Dualità. Ciò vuol dire che, al di sopra dei dodici dei,
predomina il 13, Ometeotl.

Tra gli Aztechi, successivamente, Ometeotl assumerà il significato di Signore
Giaguaro, diventando Ometecuhtli.
Sul fondamentale concetto di Dualità ritornerò più avanti, così come sul dio Giaguaro,
altrettanto importante. Al momento basti dire che, tramite questo brano (del quale ho
riportato la traduzione fatta da Angelo Morretta), si fissa un’altra analogia con i Misteri
Eleusini.
Difatti, Ade e la di lui sposa, Persefone (Proserpina per i Latini), nel culto misterico
avevano una tale connotazione dato che, avendo la possibilità di passare da quel
mondo in questo e viceversa, erano i detentori della conoscenza di questi due mondi
paralleli (e forse speculari, nel senso che uno è la visione inversa dell’altro).
Ecco perché vedere nei Misteri Eleusini un culto pseudosatanico è errato e
semplicistico.
Né voglio addentrarmi nel complesso mondo dei calendari maya: mi limiterò ad
accennare che il calendario lunare sacro, chiamato Tzolkin, era suddiviso in 20 gruppi
di 13 giorni cadauno, per un totale di 260. Personalmente ho potuto visionare (e
fotografare rischiando l’arresto) un disegno a pastello della fine del 1600, conservato
nel Museo Nazionale del Coricancha,a Cuzco (l’antica capitale dell’impero Inca),
raffigurante la gerarchia delle divinità incaiche: tra gli altri simboli compare una nitida
costellazione di 13 stelle. In questo caso siamo nel continente sudamericano. Per
inciso, tredici sono le attuali famiglie di Shapeshifter
rettiliani al vertice della piramide di controllo occulto globale, secondo il ricercatore
indipendente David Icke.

Le “casualità” diventano sempre più scottanti, ovverosia siamo sempre nella
Storia Nascosta
L’argomento si fa sempre più compromettente, quando nomi di accadimenti e
personaggi sembrano letteralmente spostarsi, pari pari, da un continente all’altro.
Nell’ambito della letteratura della Conquista un posto d’onore spetta al Codice
Ramirez:
il Señor Fernando José Ramirez, uomo dotto assai e membro di varie associazioni
letterarie, nell’ambito di un incarico affidatogli dal governo, scoprì, nella biblioteca del
Convento Grande francescano, a Città del Messico, un piccolo manoscritto in 4°, di
269 fogli, risalente alla metà del XVI secolo. Ogni pagina era divisa in due colonne,
quella di sinistra era occupata dalla versione spagnola, quella di destra era vuota, dato
che era destinata a raccogliere l’originale in lingua Nahuatl (la lingua principale
nell’impero azteco), cosa che evidentemente l’ignoto amanuense non riuscì a fare. Tale
libretto è l’esemplare meglio conservato della traduzione di un’opera purtroppo scomparsa (forse andata bruciata nei roghi insieme a tanti altri
codici originali messicani), redatta appena terminata l’impresa epocale di Hernan
Cortes, da un autore azteco in lingua Nahuatl, ma usando i caratteri latini.
Il manoscritto ha un titolo Relacion del origen de los indios que habitan esta Nueva
España segun sus historias (Relazione sull’origine degli Indios che abitano questa
Nuova Spagna, secondo le loro tradizioni storiche).
In quest’opera preziosissima troviamo dati importantissimi; mi limiterò ad analizzarne
alcuni.
In una lontana terra divisa in due province (una si chiama Aztlan che significa Luogo
degli Aironi, l’altra è Tehuculhuacan, che ha il pregnantissimo significato di Terra di
Coloro che hanno Antenati Divini), vi sono sette caverne, da cui escono le sette fiere
nazioni di lingua Nahuatl: esse occuperanno, dopo varie tappe e guerre, l’altopiano
circostante l’attuale Città del Messico. L’ultima è quella degli Aztecas (cioè ca =
popolo, dell’Aztlan).
Secondo l’anonimo autore essi partono dietro ordine degli dei, recando con sé
l’immagine del loro dio principale, Huitzilopochtli, il quale promette di dar loro la
supremazia su tutte le altre sei nazioni affini (Huitzili = colibrì, opochtli = sinistra, cioè il
lontano Est, da dove sarebbe venuta questa antica divinità solare). L’effige del dio
Colibrì dell’Est è racchiusa in un’arca di giunchi sorretta da quattro sacerdoti, i primi
legislatori della nazione. A capo del popolo in marcia viene messo un unico
condottiero, di nome Mexi, che sarà all’origine di uno dei tre
nomi degli Aztechi.
Amici miei, questo prezioso manoscritto dà fondamento testuale a tante concordanti
tradizioni orali già immediatamente raccolte all’epoca della conquista e gli elementi che
ci troviamo sotto gli occhi sono lampanti:

1) Anche gli Aztechi si ritenevano discendenti da antenati divini.
2) Uno dei nomi della loro patria di origine, Aztlan, ha un’indiscutibile somiglianza
fonetica con Atlantide, o meglio col nome greco (declinato nella sua forma nominativa
singolare) del personaggio mitologico Atlas, cioè il gigantesco Atlante, che dà nome a
quel continente perduto. Su questo vi è la convergenza di molti ricercatori indipendenti.
3) Il loro dio totemico è una divinità solare proveniente da Est.
4) Il termine Mexi è una storpiatura, una traslitterazione scorrettissima (errore che si
ripetè a piè sospinto in tutti gli scenari della Conquista) di un sostantivo Nahuatl, un
fatto comunissimo in quell’epoca: i primi ad arrivare ovunque furono soldatacci, non
filologi.

La corretta pronuncia Nahuatl suona così: Mosci, oppure Moshi. Ordunque, il nome
proprio Moshè (o Mosè) è egizio e non ebraico; tale nome compare nelle fonti spesso
anche nelle sue altre versioni di Moshi o Mosi, come avviene nel nome composto del
Faraone Tutmosi.
Nulla di strano: anche ai nostri giorni uno stesso nome può esistere con due (o più)
forme. Per esempio: Arnaldo ed Arnoldo - Eraldo ed Aroldo - Dionisio, Dioniso e Dionigi
- Nazario e Nazaro - Luigi ed Aloisio e così via.
A fronte di questa evidenza abbiamo che il nome del condottiero Indio si sovrappone
foneticamente a quello del condottiero ebraico. Non solo, ambedue recano seco un
elemento totemico protetto da un involucro ligneo.
Certo, molti diranno:

“Una semplice coincidenza!”

Ma amici, non vi sto illustrando un po’ troppe “casualità”? (Il bello è che sono tutt’altro
che finite). è mia convinzione che siamo innanzi ad elementi concettuali che ci
conducono o all’accadimento di un fatto di cui furono partecipi i rappresentanti di
ambedue le umanità (vedi la seconda parte di questo mio scritto) oppure siamo di
fronte alla manifestazione di un modello primigenio, immesso a guisa di archetipo
nell’inconscio collettivo di ambedue quei popoli. Chi si vuole ostinare a vedere, nel
nome biblico, semplicemente il significato di Salvato delle Acque pure deve cozzare
contro un altro remoto modello preesistente: secondo una leggenda sumero-accadica,
anche Sargon di Akkad venne trovato in una culla di giunchi abbandonata alla mercé
di un fiume impetuoso, ma Sargon il conquistatore precede Mosè di almeno mille anni.
Le coincidenze si presentano a piè sospinto nel senso di identità di concetti ed, a volte,
di accadimenti, e non nel senso di elementi casuali slegati da ogni nesso.
Andiamo avanti. Un pilastro letterario della civiltà Maya è rappresentato dall’insieme dei
libri del Chilam Balam.
Balam è il dio giaguaro, fondamentale divinità, onnipresente dalla Mesoamerica fino a
Capo Horn; Chilam è il termine che qualifica il successivo e significa Indovino (o
profeta), quindi abbiamo l’Indovino Giaguaro, che è anche il titolo di una categoria
ben precisa di sacerdoti, provvisti del dono di svelare le cose occulte.
I Libri del Chilam Balam formano la più antica raccolta di profezie e divinazioni maya,
nell’ambito del territorio dell’attuale Yucatan.
Ebbene, nella Bibbia, i capitoli 22, 23, 24 dei Numeri ci narrano dell’importante
episodio della vigliaccheria di Balak, re di Moab; costui, temendo di affrontare in
battaglia Israele guidato da Mosè, manda degli emissari ad assoldare un uomo dotato
del potere della divinazione:

Numeri 22,5-7: Egli mandò ambasciatori a Balam, figliuolo di Beor, a Pethor […] per
chiamarlo a dirgli: -Ecco un popolo è uscito dall’Egitto; esso ricopre la faccia della terra
e si è stabilito innanzi a me. Orbene vieni, te ne prego, e maledicimi questo popolo,
poiché è troppo potente per me; forse così riusciremo a sconfiggerlo e potrò cacciarlo
dal paese; poiché so che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto. Gli
anziani di Moab e gli anziani di Madian partirono portando in mano la mercede
dell’indovino ed arrivati da Balaam gli riferirono le parole di Balak-.

Amici miei, qui siamo di fronte, ancora una volta, ad un concetto biblico ripetuto pari
pari in un testo sacro di un popolo d’oltre oceano: il nome proprio si ripete in modo
foneticamente identico, Balam-Balaam, e la qualifica è la stessa, Indovino.
Non mi risulta che nessun autore di vaglia (fatta eccezione per studiosi indipendenti
che hanno ben colto la similitudine tra Atlas ed Aztlan) si sia soffermato su queste
scottanti ripetizioni: ebbene sì, siamo ancora nel campo della Storia Nascosta.
Ma non e’ finita qui, ce n’è per tutti.
Il termine nahuatl per dio è Teotl, la pronunzia del quale, a causa delle consonanti
terminali (la - t - dentale e la - l - liquida), è troppo simile a quella del sostantivo greco
Theos, che ugualmente significa dio e che termina con la sibilante - s -.
Il termine nahuatl per impresa commerciale è pochteca, quasi identico al greco
apotheke e con uguale significato. Da esso deriva il nostro sostantivo bottega.
Studiosi ineguagliabili come Sylvanus Morley, Robert Sharer (ambedue docenti della
Stanford University of California) e Victor von Hagen (solo per fare alcuni nomi) sono
stati autori di esatte analisi etimologiche, ma non sono andati oltre: non si sono accorti
delle schiaccianti somiglianze? A mio avviso essi se ne sono resi ben conto, ma hanno
preferito trascurare lo scottante argomento, per un quieto vivere nell’establishment è
preferibile glissare.
Fa eccezione il solito Zeharia Sitchin (ed in questo caso ringrazio gli amici della chat
Arkanthos ed Athena per la segnalazione), il quale, in Gli dei dalle lacrime d’oro indica
una notevole analogia (e sono assolutamente d’accordo con lui) tra il nome della
capitale azteca Tenochtitlan (che significa il Luogo della Pietra e del Cactus) ed il
nome del figlio di Caino: Enoch. Ho gia detto, nella prima parte di questo mio scritto
che, in Genesi 4,17, Caino edifica una città nel paese di Nod, battezzandola col nome
del suo primo figlio, Enoch per l’appunto.
La più grande capitale mesoamericana è da collegare a quell’evento?
A mio avviso siamo ancora una volta di fronte ad un quid con valenza archetipica.
Vandalismi, evangelizzazione ed intelligence
Le nazioni Nahuatl, tra cui spiccano i Toltechi e gli Aztechi, ed i Maya costruirono
templi (in nauhatl Teocalli = casa di dio) che, per linee esterne, sono sovrapponibili,
almeno all’80%, alle ricostruzioni che gli archeologi fanno delle grandi Ziggurat dei
Sumeri, che sono le prime piramidi (a gradoni) della storia.
Purtroppo, dei templi messicani rimane solo una piccola parte, nonostante fossero
centinaia ed ovunque.
Coma mai?
Presto detto. I soldati spagnoli si diedero alla metodica distruzione delle vestigia
autoctone, per poi riutilizzare, seduta stante, il materiale ottenuto nell’innalzare le
cattedrali e le magioni dei nobili. Per esempio, l’attuale cattedrale del centro di Città del
Messico è stata edificata usando le stesse pietre che formavano il grande Tempio
Major di Tenochtitlan, sullo stesso luogo ove quest’ultimo sorgeva prima che venisse
raso al suolo. Semplicemente, a Carlo V d’Asburgo non gliene fregava niente del
patrimonio architettonico di un popolo schiavizzato e che non ha mai conosciuto di
persona in tutta la sua vita; l’importante era che gli arrivassero i galeoni pieni di
ricchezze.
Grazie a questa sovrana strafottenza, i preti ed i monaci hanno potuto attuare
indisturbati le volontà che venivano espresse da Roma. Il risultato è stato che l’autorità
imperiale si è limitata ad avallare la politica del papa, in riferimento a tutte le
manifestazioni della cultura indigena preesistente alla Conquista, politica nel cui ambito
vi furono scherani che gareggiavano tra loro allo scopo di mostrare il più grande
eccesso di zelo, agognando speranzosi porpora e prebende.
A distinguersi in quest’opera di distruzione degna di Attila fu un individuo funesto: il
francescano Juan de Zumarraga. Costui arrivò (per gran sventura di quella terra) a
Città del Messico nel 1528 e subito si dedicò alla persecuzione di qualsiasi persona o
cosa ricordasse il passato. Come risulta da una sua lettera autografa, inviata al capitolo
francescano di Tolosa, egli si vanta di essersi incaricato di dirigere la distruzione di
oltre 500 templi e 20.000 immagini sacre, il che equivale alla distruzione della memoria
di un popolo; in particolare si faceva punto d’onore di aver diretto le devastazioni pure
nell’immensa città sacerdotale di Teotiuhacan, già deserta ed abbandonata da secoli.
Ordunque, quando qualcuno di voi avrà la gioia di visitare (se non l’ha già avuta) quello
stupefacente sito archeologico (nei pressi della capitale) sappia che la quasi totalità
degli edifici abbattuti è da ascrivere a questo vandalo in tonaca, il quale divenne, nel
1547, il primo arcivescovo della nuova Città del Messico. Questo grandissimo
lestofante amava trascendere le direttive avute per arrivare agli
eccessi motu proprio. Fu anche organizzatore di decine dei famigerati Autodafè di
massa, durante i quali gli Indios erano costretti a ripudiare, umiliandosi ed umiliati, la
loro essenza e ad abbracciare il cattolicesimo.
Ignacio Bernal y Garcia Pimentel e Mireille Simoni-Abbat in L’America Precolombiana,
il Messico dalle Origini agli Aztechi (BUR-Milano, 1992) ci descrivono come costui
prendesse gusto alla distruzione delle statue presenti nei giardini di Montezuma:

Il paesaggio era completamente coperto di opere d’arte sontuosamente lavorate:
labirinti, fontane drenate, canali, bacini e bagni nei quali si riflettevano innumerevoli
statue. Zumarraga, primo vescovo de Mexico, ordinò di Hacer pedazos, entiende ser
algunos idolos (farle a pezzi, ritenendo che si trattasse di idoli) […]. Sappiamo anche,
da alcune fonti, che quei giardini erano ornati da una quantità di statue di animali,
talune in oro.

Perché questo accanimento?
Si voleva togliere dalla faccia della terra una quantità di prove di qualcosa?
Perché il Vaticano ha conservato gelosamente un numero sconosciuto, ma senz’altro
elevato, di codici originali messicani?
Eppure li aveva indicati come opere del demonio!
In una occasione, durante il tramonto, Zumarraga fece accatastare nella piazza
centrale di Tlatelolco un mucchio notevole di codici aztechi e diede loro personalmente
fuoco, dopo aver radunato una folla di spettatori indios mortificati e disperati: sotto i
propri occhi vedevano andare in fumo la loro storia, la loro identità. Eppure,
probabilmente ne salvò certi, e non
pochi. Ma quali? La risposta giace sulle sponde del Tevere. Strano atteggiamento
contraddittorio quello della chiesa cattolica nel Nuovo Mondo, ma sono convinto
che sia una falsa facciata.
Vediamo alcuni esempi.
Diego de Landa, pure francescano, fu distruttore dei codici maya nello Yucatan, ma per
trent’anni si dedicò allo studio approfondito di quella civiltà.
Un altro francescano, Berbardin de Sahagun, si dedicò all’insegnamento ed
all’evangelizzazione nel collegio di Santa Cruz, a Tlatelolco (nei pressi della capitale):
dal 1547 sino alla morte si profuse nella raccolta delle antiche tradizioni sia storiche
che religiose e sociali dei popoli di lingua nahuatl. Il risultato finale fu il prezioso Codice
di Firenze, che è una raccolta di disegni (secondo l’autoctona tradizione pittografica di
narrare la storia) con commenti in lingua nahuatl, ma con caratteri latini, ad opera di
nobili aztechi depositari delle antiche conoscenze, ai quali egli stesso aveva insegnato
preventivamente l’alfabeto latino.
Alla fine, completando il lavoro appena prima di morire, tradusse l’intero corpus in
spagnolo, lasciando ai posteri la sua Historia general de las cosas de Nueva España.
Frate Fabio di Motolinia, uno dei primi dodici sacerdoti a sbarcare nella Nuova Spagna,
percorse in lungo ed in largo quell’immenso paese sino a raggiungere lo sconosciuto
Guatemala, imparò il nahuatl e lasciò opere sia in tale lingua che in spagnolo.
Così come fece il domenicano Diego Duran (autore del famoso Codice Duranche, che
è una sistemazione delle stesse fonti all’origine del Codice Ramirez).
Andres de Olmos, giunto in Messico come confratello subordinato di Zumarraga,
imparò con grande facilità il nahuatl, tanto che scrisse la prima grammatica della
lingua. Fu l’iniziatore di quel metodo, seguito anche da Sahagun, consistente nel
mettere per iscritto gli Huhuetlatlolli, cioè i racconti dei vecchi indios, in lingua
originale ma in caratteri latini, allo scopo di preservarli testualmente, mettendo a lato la
traduzione spagnola.
Oltre che la suddetta grammatica, è arrivata sino a noi la pregevole Historia de los
Mexicanos por sus pinturas che è la prima analisi della scrittura pittografica degli
originali codici aztechi.
Qualcosa di simile è accaduto per il gesuita Juan Tovar (probabilmente era un indio od
un meticcio originario di Tezcoco, nei pressi di Città del Messico), che per 47 anni
esercitò l’insegnamento nei collegi di San Gregorio e di Tepoztlan; egli fu pure un
traduttore delle stesse fonti all’origine del Codice Ramirez. Conoscitore di ben tre
lingue (il Nahuatl, l’Otomi ed il Mazahua), fece un lavoro enciclopedico, del quale ci
sono pervenuti solo alcuni rammenti. Testimonianze dell’epoca ci parlano di un suo
codice redatto in spagnolo con testo nahuatl a fronte, con miniature a colori in
sequenza di cronaca pittografica.
Possibile che un tale lavoro sia andato perduto o distrutto? Non ci credo; più
probabilmente è ben conservato in un luogo in mano alla sua potentissima
congregazione.
Le modalità con cui i codici mesoamericani sono arrivati al grande pubblico ed agli
studiosi testimoniano eventi contorti e travagliati. Basti citare l’esempio del Ramirez.
Quel preziosissimo manoscritto cadde nelle mani del señor Ramirez solo in seguito ai
fatti cruenti che segnarono Città del Messico nel 1855, durante i quali fu devastato
anche il Convento Grande francescano. Egli entrò in quella specie di Sancta
Sanctorum in qualità di pubblico ufficiale del governo, incaricato di redigere un
censimento del patrimonio librario del paese; ciò vuole dire che, se quella biblioteca
non fosse stata vandalizzata, quell’opera fondamentale
giacerebbe, assai probabilmente, ancora ignota ai più.
Da quanto esposto emerge un quadro in cui da una parte il clero si dedica ad un’opera
vandalica ed iconoclasta, per mortificare gli Indios ed indurli alla sottomissione al
cattolicesimo, ma dall’altra si impegna in un’attività di raccolta-dati metodica ed a
tappeto sul territorio di competenza, che si basa, in primo luogo, sulle testimonianze
della elite sopravvissuta alle epurazioni immediatamente seguite alla caduta
dell’impero azteco.
La realtà è che le civiltà precolombiane erano di massimo interesse per le gerarchie
vaticane.
Quindi l’apparente contraddizione prende più che altro l’aspetto di un gioco e doppio
gioco ante litteram, un’abile manovra dall’ampio disegno.
Nel sottosuolo dei templi distrutti si cercavano solo tesori in metalli preziosi e gioielli?
Cosa c’era scritto nei codici originali distrutti?
Perché il Vaticano mette a disposizione degli studiosi solo pochi tra i codici che
realmente possiede?
Fortunatamente la foresta pluviale ha conservato numerose ed imponenti vestigia,
soprattutto in territorio maya, celandole agli occhi dei conquistatori sino alle scoperte di
Stephens e Catherwood, tra il 1838 ed il 1842. Se il centro di Teotiuhacan ci è arrivato
in buone condizioni il fausto motivo è dovuto alla mole grandiosa dei templi e delle due
piramidi: ci sarebbe voluta troppa polvere da sparo per abbatterli, mentre era
necessaria per continuare la conquista verso sud.

IL DIO GIAGUARO: Gli inizi di una ricerca
Rimanendo in ambito precolombiano, la figura del dio giaguaro compare come un must
dal Rio Colorado sino a Capo Horn. Quando, da ragazzino, studiavo tale figura mi
convinsi della sua valenza primigenia e creativa: basandomi su queste caratteristiche
supponevo che fosse il vestigio di un’antica razza esogena alla terra, ma, dato che
ritenevo la cosa potesse essere un tantino stravagante, la tenni per me, accusandomi
di essere un po’ troppo influenzato dai fumetti dei supereroi.
Cambiai parere quando, non ricordo se nel ’78 o nel ’79, durante una puntata di Bontà
Loro (per i ventenni: questa trasmissione fu il primo talk show del telepiduista coi baffi),
di Maurizio Costanzo, il rimpianto Peter Kolosimo disse la seguente frase:
Nell’attuale America Latina ci sono concordi testimonianze, in ambito Maya,
Azteco ed Inca, che suffragano l’esistenza remota di esseri umanoidi dalle
fattezze di giaguaro o di puma.
La mia esultanza fu grande: un grande ricercatore indipendente ed eterodosso, già
prima di me, affermava tale concetto!
Purtroppo, Costanzo ritenne troppo ridicola (o troppo compromettente) questa
affermazione, non dando agio ad un ulteriore approfondimento. Allo scopo di sfottere lo
studioso e la di lui moglie, pure presente (Caterina Kolosimo, tra l’altro autrice di Graffi
sull’anima), il conduttore massone chiese:
Ma con tutte ‘ste cose che scrivete, la notte come la passate?
Kolosimo rispose placidamente:
Facciamo l’amore
scandalizzando quell’ipocrita che, all’epoca, doveva ancora ubbidire a farisaici ordini di
scuderia.
In Italia il ricercatore che ha maggiormente approfondito lo studio antropologico del dio
giaguaro (per gli Incas il dio puma) è Angelo Morretta in I miti delle antiche civiltà
messicane (Longanesi & C., Milano, 1984), ma in questo caso il punto di riferimento
per tutti gli studiosi è Jacques Soustelle, con Gli Olmechi (Rusconi, Milano, 1982).
Egli, giustamente, dice:
Il giaguaro ed il serpente, due creature che hanno ossessionato la mente degli
indiani della mesoamerica per decine di secoli.
è assolutamente vero, ma c’è anche di più.
Le più antiche raffigurazioni del dio giaguaro sino ad oggi trovate risalgono al periodo
olmeco (la prima vera grande civiltà mesoamericana, a partire dal 1300 a.C., coeva
della civiltà minoico-micenea nel nostro Mediterraneo). Quelle di Chalatzingo, nello
stato messicano di Michoacan, rientrano in un arco di tempo compreso tra il 600 ed il
400 a.C.
Tra i numerosi bassorilievi spiccano i seguenti.
Uno è detto La Signora della Pioggia, su di una superficie di 3,25 per 2,75 metri.
Sinteticamente, raffigura una probabile sacerdotessa di un culto patriarcale seduta su
un trono molto elaborato, sormontato da una spirale doppia (uno dei simboli universali
del movimento e del cosmo). Sul suo capo vi è una chiara raffigurazione (tra le molte
altre della sua corona) dell’albero della vita. Questa severa donna è inscritta nelle
enormi fauci spalancate di un giaguaro.
Un altro bassorilievo, un quadrato di 3 metri per lato scolpito su di una roccia affiorante
dal suolo, è ancora più esplicito. La scena è drammatica: due giaguari maschi balzano
da un bosco, a sinistra dello scenario, su due donne nude e supine, inermi, con le
braccia aperte e le gambe divaricate. I due bestioni sono sospesi in volo, ma il loro
intento è chiaro.
Una raffigurazione, la pittura rupestre nella grotta di Juxtlahuaca (detta Sala rituale),
sita nel vicino stato del Guerriero, è letteralmente scioccante: un uomo in piedi, alto e
slanciato, completamente nero e con una maschera sul viso, è’ colto nell’atto di
violentare un giaguaro rampante e ruggente.
Una statua litica olmeca raffigura un umanoide con denti ed occhi da giaguaro: ha, in
ciascuna mano, un oggetto che Ignacio Bernal y Garcia Pimentel e Jacques Soustelle
hanno definito come un pugnale od un scettro a doppia punta. I due studiosi sono
concordi, però, nell’individuarvi il simbolo della dualità. Questo è un concetto unificante,
entro il quale l’eterno dualismo tra il bene ed il male arriva a comporsi in una stasi
armonica. è una sorta di coincidenza degli opposti (coincidentia oppositorum) tra
l’umano ed il ferino, tra l’umano ed il divino. In tale ambito il dio giaguaro è divinità sia
solare (dato che proviene dal cosmo) che ctonia (perché va vivere sotto terra).
L’immagine che i mesoamericani vogliono comunicare è proprio questa: un dio che
viene dal cielo, ma che sceglie, come dimora, non la superficie terrestre, ma le caverne
ed i sotterranei. Comunque la pregiatissima statua (detta monumento n.10, trovata in
località San Lorenzo, stato di Veracruz, e risalente al 1.200 a.C.) ha, nelle mani, due
oggetti che sono senza dubbio la versione speculare l’uno dell’altro: quello nella mano
destra trova il suo doppio nell’altro tenuto dalla sinistra, e viceversa.
La forza con la quale la creatura stringe i due oggetti dimostra che da questi promana
una grande energia.
Il concetto di dualità, di doppio, ritorna spesso nel mondo mesoamericano. Sulla cima
del grande Tempio Major di Tenochtitlan si trovavano i due tempietti gemelli, uno
dedicato a Huitzilopochtli e l’altro a Tlaloc, il dio della pioggia.
Nella città maya di Tikal, la città dalla doppia acropoli (Guatemala), vi è una visione
surreale, degna di un quadro di De Chirico. Due grandi piramidi, svettanti verso il cielo,
si fronteggiano l’una quasi identica all’altra, infatti vennero denominate El Tigre 1 ed El
Tigre 2, ove tigre è la denominazione popolare del giaguaro.
Dai libri del Chilam Balam emerge il dio giaguaro come entità di comunicazione tra due
mondi, quello de viventi e l’Aldilà, ma un aldilà particolare, però: invece che solo mondo
dei morti è, soprattutto, una dimensione parallela, quella in cui vivono gli dei.
La porta di comunicazione tra i due mondi si chiama Xibalbà.
L’ossessione del doppio è anche la catarsi di un’introiezione di un’altra tipologia duale,
quella individuata nella Casa della Vita da Corrado Malanga?
In una sala sotterranea e segreta del tempio El Castillo di Chichen Itzà (stato dello
Yucatan) venne rinvenuto il magnifico trono di pietra del Giaguaro Rosso.
Il pannello litico n. 26 (724 d.C.) di Yaxchilan (stato del Chiapas) mostra il re Giaguaro
dello Scudo che riceve dalla moglie, la Dama Xok, l’elmetto da guerra, a forma di testa
di giaguaro: per i re mesoamericani era un vanto imprescindibile poter affermare di
discendere direttamente da quel dio.
Nel continente sudamericano, a circa mille chilometri dall’equatore, in una valle andina,
sorge la città di Cuzco, l’antica capitale dell’impero Inca, (che in quechua, la lingua
degli antichi Incas che ancora si parla in quelle terre, significa L’Ombelico del Mondo).
Verso la metà del XV secolo dell’era attuale, il Sapa Inca (che significa il Vero Signore)
Pachacutec (che significa Grande Sconvolgimento) decide di costruire una cinta
muraria intorno alla sua capitale: tale muraglia deve avere la forma del dio dal quale la
sua dinastia ha avuto il potere, la forma di un puma. Questo grande felino, sulla
cordigliera andina, è il corrispettivo del giaguaro messicano. La testa del puma è
rappresentata dalla fortezza-santuario di Sacsayhuaman, su di un’altura a nord della
capitale. Il problema è che ho constatato di persona come sia praticamente impossibile
sovrintendere, dalle alture circostanti, ad un tentativo di erigere una fortificazione così
grande e complessa (testa, tronco e zampe del puma) attorno ad una città tanto vasta.
La prova della sua particolarissima forma è data dalle fotografie aeree e, meglio
ancora, satellitari: l’ovvio ed intrigante problema è che 600 anni fa nessuno aveva tali
mezzi, almeno questo è quanto ci viene insegnato dalla scienza ufficiale.
Su questo aspetto scottante, così come sui megaliti più grandi del mondo, che formano
Sacsayhuaman, tornerò quando affronterò l’impossibilità tecnica di costruire
determinate opere in periodi non tecnologici della nostra storia.
Nel quadretto da me fotografato nel Museo Nazionale del Coricancha, a Cuzco, il dio
puma è subordinato solo a Viracocha, che è la divinità suprema e primordiale; dal dio
puma discende la coppia formata da Manco Capac e da sua moglie, i fondatori della
dinastia regnante.
Viracocha è stato variamente interpretato dagli studiosi: puro spirito o trasfigurazione
del sole, in ogni caso egli è il dio creatore. Ma in quel quadretto esso ha una
raffigurazione certamente strana: è stato disegnato come un oggetto ovoidale
luminescente.
In tutta sincerità, quando lo vidi, nel 2001, pensai ad un tentativo di raffigurare o un
disco volante, oppure uno stargate; dopo avere conosciuto i lavori di Corrado Malanga
aggiungo l’opzione essere di luce.
Un altro elemento che ci può chiarire la valenza del dio felino viene dal Vecchio Mondo,
dall’antico Egitto. Le fonti egizie ci parlano, collocandolo in tempi preistorici o
protostorici, di un chaus, comunemente tradotto come gatto selvaggio, il quale, più
probabilmente, deve essere stato un grande felino simile al coguaro od al leopardo (se
non il leopardo stesso), estinto già in epoca remota.
Questo, e non il gatto domestico, è, logicamente, il Gran Gatto che sta in Heliopolis, di
cui si narra nel Libro dei Morti. Tale antichissima divinità solare proteggeva l’uomo;
essa ottenne la più grande vittoria dilaniando il Serpente del Male, ai piedi dell’Albero
della Vita.
I due erano nemici cosmici.
Ora arrivo ad una conclusione: ricevuta, nella chat di Sentistoria dall’amico Mikk una
preziosa informazione, telefonai al prof. Malanga chiedendogli ulteriori ragguagli sulla
morfologia dei cosiddetti Biondi. Malanga mi rispose che, tempo fa, egli ed i suoi
collaboratori avevano dato ai Biondi l’appellativo di felini, a causa della loro pupilla
verticale, molto simile ad una losanga allungata, che ricordava, di primo acchito,
appunto l’occhio dei felini. Quindi, se una tale ovvia ed immediata associazione di idee
c’è stata presso ricercatori contemporanei, ritengo che, a maggior ragione, sia stata
fatta anche, agli albori della nostra storia, da popolazioni non tecnologiche, che hanno
semplicemente accostato una morfologia aliena a quella dei grandi felini con i quali
erano maggiormente a contatto. Il risultato è stata la creazione di una figura
sovrumana, con fattezze di felino e con l’enorme forza fisica di quell’animale.
Con un ulteriore messaggio: dio puma e dio serpente sono nemici giurati dall’alba dei
tempi.
Lo scopo della loro lotta è il dominio sull’uomo.
Ho constatato di persona che, nell’arte incarica, la raffigurazione della lotta tra questi
due personaggi è una costante durante tutta la storia di quel grande popolo, sia nelle
ceramiche che nelle sculture fittili.
Se a qualcuno viene in mente di scorgervi un duello tra animali della giungla, io gli
faccio notare che si sbaglia: un serpente, sia di tipo stritolatore che velenoso, sceglie
prede prive di zanne e di artigli, cioè prede che possa vincere facilmente.
Lo stesso discorso è valido per il puma ed il giaguaro, i quali cacciano vittime che li
possano satollare senza grandi rischi, quindi più succulente e pasciute dei coriacei e
temibili serpenti.
Da un notevole numero di opere olmeche promana il messaggio di una commistione
tra umano ed umanoide-felino, una manipolazione la quale assume l’aspetto
dell’unione sessuale contro natura che dà origine ad una stirpe ibrida.
Tutte le maggiori nazioni precolombiane sono concordi: il luogo di provenienza degli
antichi dei è il cielo ad Est.
 
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